L'unico Sanremo che conta durava un’ora. A raccontarlo oggi non sembra neanche vero, ma c’è stato un tempo in cui Sanremo per la Rai era un programma come un altro. E quindi se ne trasmetteva una sintesi (c’è stato un tempo in cui il pubblico si faceva andar bene una sintesi persino per le partite di calcio; c’è stato un tempo in cui il tempo non era dilatato e in cui non avevamo bisogno, per ogni storia, d’una serie da dieci puntate).
Poi arrivò l’81. Il Sanremo fondativo dell’evo contemporaneo. La prima sigla. La prima giuria di qualità. La prima volta che la gara delle canzoni ebbe tre serate in diretta televisiva. Tre serate da un’ora l’una. Questo Sanremo non finisce più, sbuffavano i genitori delle bambine italiane che chiedevano di star sveglie a sentire le canzoni. Ignari i genitori, e ignare le bambine, che tre serate da un’ora erano nulla, in confronto alle cinque serate da cinque ore del secolo successivo, quello del tempo dilatato.

Quella che compie quarant’anni fu una gara in stato di grazia. A cominciare dalla sigla, la più contagiosa scemenza degli anni Ottanta, il Gioca Jouer. Cecchetto aveva composto la canzoncina con cui, ben prima di TikTok, i bambini italiani si sarebbero divertiti a fare un balletto scemo coi gesti quotidiani (nuotare, camminare, e gli altri infiniti scanditi in musica). L’organizzatore del Festival, cui l’aveva fatta sentire nel novembre 1980, gliel’aveva chiesta come sigla. Cecchetto era dubbioso: il Festival non aveva mai avuto una vera sigla, e poi smaniava per farla uscire, a tenerla ferma quattro mesi gli sembrava ammuffisse. E invece, da febbraio, durò poi tutta l’estate.
Sebbene Cecchetto dica che quello fu il momento del suo successo, di suo padre che per la prima volta gli disse «bravo», della gente che lo fermava per strada e «per un attimo, non voglio esagerare, ma mi è sembrato di capire i Beatles», non è la conduzione che si ricorda, di quel Sanremo (la conduzione non si ricorda forse di nessun Sanremo, al massimo un dettaglio: Anna Falchi che dice che sta succedendo di tutto sotto la sua gonna nel ’95; Piero Chiambretti calato dal soffitto vestito da angelo nel ’97).
E infatti della triade cecchettiana - dall’80 all’82 - si ricorda solo l’81. (E l’ultimo posto di Vasco nell’82, che ha fatto per nutrire l’autostima dei mitomani più della pubblicazione postuma del Gattopardo: voi non capite il mio genio, ma anche Vasco arrivò ultimo a Sanremo, anche Tomasi di Lampedusa fu riscoperto da morto).

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I Ricchi e Poveri (la band storica passa da quattro a tre componenti e si presenta senza Marina Occhiena, uno degli argomenti di cui si parlò molto quell'anno) sul palco dell'Ariston. La loro Sarà perché ti amo, si è classificata al quinto posto.

Si ricordano le cose che si ricordano sempre di Sanremo: le canzoni, i vestiti, i pettegolezzi. Cecchetto dice che Per Elisa vinse perché era elettronica, moderna, tutti sapevano che avrebbe vinto. Ma quel Sanremo lì aveva in gara robetta come Maledetta primavera, per i quarant’anni successivi insuperato inno camp; Ancora, che Marzullo non ha più smesso di usare come sigla, forse la più duratura presenza musicale della tv italiana (assieme allo strumentale di Via col vento che usa come sigla Bruno Vespa); Sarà perché ti amo, che Pupo finge di pentirsi d’aver scritto per i Ricchi e Poveri, invece di cantarla lui; e l’esordio sanremese di Fiorella Mannoia, Caffè nero bollente.
Queste ultime due furono gli elementi di polemica senza i quali Sanremo non sarebbe Sanremo. I Ricchi e Poveri perché, se siete decrepite come me ve lo ricorderete, erano passati dalla formazione con la bionda e la mora a quella con la sola mora (questioni di corna, come sempre nella storia dell’umanità). La bionda tornò, ma durò il tempo delle prove, e la prima sera il gruppo era già tornato da quattro a tre componenti.
Caffè nero bollente, invece, era piena di scandalosi riferimenti sessuali. «Ma io come Giuda, so vendermi nuda, da sola sul letto, mi abbraccio, mi cucco», e poi «io non ho bisogno di te, perché io non ho bisogno delle tue mani, mi basto sola». Era un’Albachiara delle adulte, e quindi non lasciava margine di finta tonteria: se due anni prima le famiglie italiane avevano potuto far finta che la masturbazione fosse roba per adolescenti inquiete (e comunque raccontata in seconda persona da un uomo: tutte fantasie di quel pervertito, figuriamoci), il Sanremo 81 sbatteva loro in faccia che la masturbazione era un’usanza della quale una donna adulta diceva «io». Santo cielo.

E poi i vestiti. Non c’erano gli stylist, non c’erano i tappeti rossi sui quali domandare «chi ti veste?», non si sapevano le marche, i giornali non pubblicavano gli abiti (oggi direbbero: gli outfit) con le didascalie che accreditassero ogni calzatura o bigiotteria e ci permettessero di andare in negozio a cercare proprio quella cosa lì. Le celebrità si vestivano com’era la moda del momento, come si sentivano, come si sarebbero vestite per un’occasione importante. Nel caso di Fiorella Mannoia - che dice di averci messo anni a far pace con le immagini di allora, a considerarle con l’indulgenza con cui si guardano le foto di quando si era bambine, «con tenerezza: piccola, ingenua, e vestita in maniera improbabile» - con una camicia di lamé e stivaletti mosci, bianchi, scamosciati (c’è una poesia in cui Stefano Benni descrive un hooligan con «delle scarpe bianche che sembran calamari», e io m’illudo da decenni che l’abbia scritta ispirandosi a quel Sanremo).

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Loretta Goggi (l’81 è l’unica edizione cui partecipa come cantante in gara) interpreta Maledetta primavera che si classifica seconda (e diventa un successo internazionale).

Alice non mi ha mai risposto al telefono, m’avevano avvisato, non è una che abbia gran voglia di chiacchierare. Avrei voluto chiederle come ci si sentiva a essere stata la prima riccia cui stesse bene la frangia (la seconda è Valeria Golino, naturalmente). Ma soprattutto, mancando archivi dettagliati degli abiti d’allora, volevo chiederle se quella sciarpa così all’avanguardia, quei pantaloni da cavallerizza, e poi la camicia a righe della finale: mi dica, Carla Bissi in arte Alice, era in Coveri come sembra di ricordare a tutte quelle che stavano davanti al televisore, o è solo che per le bambine degli anni Ottanta tutto ciò che era colorato era Coveri?
Temo che non m’abbia risposto pensando che, come tutti, volessi parlare della doppia lettura di Per Elisa, una canzone infelicitata dai saperlalunghisti che da anni ci dicono che quell’Elisa - quella per cui lui fa cose che per me neanche si sognerebbe - è l’eroina, mica un ordinario paio di corna. Ci piace fare quelli che hanno capito il piano del simbolico, ma io avevo una zia il cui marito la tradiva con un’Elisa, e mi ricordo bene quella primavera di quarant’anni fa, in cui appena si accendeva la radio si sentiva «per Elisa, non sai più distinguere che giorno è, e poi non è nemmeno bella», e mia zia scoppiava a piangere. Nessuna lettura di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino - il libro dal quale le bambine di quegli anni imparavano cosa fosse l’eroina - m’è mai parsa straziante come quell’Elisa cornificatrice.

Alla finale il pubblico era così entusiasta che la regia decise di inquadrarlo: loro strillavano e applaudivano, e noi sentivamo solo Alice, non essendoci l’audio della sala. Il Festival di quegli anni era in playback, niente stonature, niente interferenze ambientali, quella bella tv ingessata di prima che la guastasse la verità.
Quando Cecchetto scende in platea a presentare la prima giuria di qualità c’è l’unico momento imprevisto. Il presidente è Sergio Leone, che sbuffa perché non riesce a farsi produrre C’era una volta in America. C’è Eleonora Giorgi. C’è Alberto Sordi. E poi c’è Ugo Tognazzi, che chiede come diavolo si faccia a farsi intervistare senza guardare in faccia il pubblico seduto dietro di lui. E allora prende il microfono e scappa sul palco. Ed erano anni senza telecamere a mano, e quindi per interminabili secondi non si riesce a inquadrarlo, Cecchetto è disperato e quello intanto è sul palco da solo.

A vedere quei nomi da storia del cinema si ha l’impressione che non ci siano serate da cinque ore che possano compensare lo scarso star system del presente. Nella sintesi cecchettiana: «Adesso è ai personaggi che serve Sanremo, non viceversa: quelli non avevano bisogno di farsi vedere». Quest’anno - questo secolo - non ci sarà nessun Ugo Tognazzi a raccontare il suo nuovo film, La tragedia di un uomo ridicolo, sul palco di Sanremo. Ci accontenteremmo, come omaggio a quella splendida quarantenne che è la gara dell’81, d’un miracolo minore. Un’altra riccia cui stia bene la frangia.