È il 1963. In cima alle classifiche c'è una canzone che non suona come le hit pop cui si sono abituate le orecchie dell'epoca. Gli strumenti ne riempiono ogni interstizio di frequenze, creando un vero e proprio wall of sound che satura e avvolge l'ascolto. Be My Baby sbanca ovunque. È l'idea geniale, e la firma artistica, dell'autore e produttore del brano che avrebbe ribaltato l'idea di canzone pop lungo tutto gli anni Sessanta: Phil Spector morto a 81 anni per complicanze da Covid-19 nell'ospedale californiano dove era stato trasferito dal carcere, dopo la condanna per omicidio avvenuta nel 2009, era il responsabile deus ex machina della canzone. Ma all'eternità la consegna l'interpretazione vocale delle tre donne che incidono il brano, le Ronettes: resistere alla voce nasale, acuta e al tempo stesso profonda, della riconoscibilissima Veronica Yvette Bennett detta Ronnie è impossibile. Be My Baby è la canzone che ne sancisce il successo. E che apre ufficialmente la relazione tra le più abusive che le cronache abbiano registrato: la storia tra Phil Spector e Ronnie Spector.

Ronnie Bennett era nata e cresciuta a New York, nella Spanish Harlem multiculturale degli anni Cinquanta, con ascendenze cherokee/afroamericane da parte di madre, cameriera in un locale vicino all'Apollo Theatre, e irlandesi da parte di padre, batterista alcolizzato e violento che fu cacciato via di casa quando Ronnie era piccola. "Quando non somigli a nessun altro, automaticamente a scuola hai un problema. Mi picchiavano perché ero diversa. Ero all'inferno, onestamente" raccontò al Guardian. Le ristrettezze economiche erano inversamente proporzionali alla creatività della ragazzina, che aspirava a diventare la Marilyn Monroe del quartiere. Non stando troppo in giro, allenava la sua capacità vocale nell'androne del palazzo dove viveva, giocando con l'eco e ascoltando ossessivamente le canzoni teenage be-bop di Frankie Lymon. Assieme a lei, cantavano anche la sorella maggiore Estelle Bennett e la cugina Nedra Talley: le Ronettes nacquero in famiglia, agli albori degli anni Sessanta, e presto divennero molto conosciute come gruppo vocale per le feste private. Ma Ronnie voleva di più. "Eravamo diverse da tutti. Avevamo i nostri capelli quando tutte portavano le parrucche" ironizzò con l'Herald Scotland nel 2019. Non le bastava il passaparola di quartiere: sapeva di essere unica. Umanamente, artisticamente, vocalmente. E voleva tutto.

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Nel Bronx, qualche anno prima, era nato Phil Spector. Famiglia di origine ebrea proveniente dalla Russia, il nonno aveva modificato la K del cognome allo sbarco ad Ellis Island. Anche Spector veniva bullizzato dai compagni di scuola perché povero e immigrato. Nel 1949 il padre si era suicidato e quattro anni dopo la madre aveva preso i due figli, Phil e la sorella Shirley, per trasferirsi a Los Angeles. Qui il temperamento creativo musicale del figlio era letteralmente esploso con la band Teddy Bears, con i quali aveva anche pubblicato dei singoli di ampio successo nelle classifiche Billboard, e parallelamente aveva avviato rapporti con i primi produttori musicali e tecnici del suono della west coast, tra i quali ebbe gran peso Stan Ross dei Gold Star Studios, che insegnò a Spector i primi rudimenti del lavoro di produzione. Eppure fu il ritorno temporaneo a New York nel 1960, sotto l'egida dei leggendari Leiber & Stoller (tra i maggiori autori e produttori dell'epocale rock'n'roll), a dare a Spector il riconoscimento vero: rientrò a Los Angeles come musicista e produttore, turnista in studio o con le mani sul mixer, autore prolifico e riconosciuto genio nel campo. Lo volevano in tanti, lui indovinò alcuni evergreen come Unchained Melody dei Righteous Brothers, o River Deep, Mountain High di Ike & Tina Turner. Firmava canzoni, metteva sotto contratto artisti, frequentava le scene musicali migliori. Ironia del caso, era sua anche la canzone Spanish Harlem, scritta per Ben E. King. Con lo stesso nome del quartiere dove cresceva sempre di più la fama di Ronnie Bennett.

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Del primo incontro tra Phil Spector e Ronnie Spector non si sa molto. Ma il loro rapporto passò presto da un piano professional-musicale a quello personale. Il successo incredibile e brevissimo delle Ronettes, in quattro anni e una manciata di canzoni, fu determinato anche dal produttore, ma pure la fama di Phil Spector era aumentata a dismisura dopo le scalate di classifica con i singoli del trio newyorkese. Che incideva, lavorava in studio, ma era sostanzialmente controllato dalla Phillies, l'etichetta discografica di Spector, padre padrone dell'intero catalogo delle Ronettes. All'epoca era un male comune lo sfruttamento continuo di una formula di successo, senza il minimo rispetto per l'artista sotto contratto, e il fatto che le tre ragazze fossero non bianche non le tutelava affatto. Ma non fu solo questo a far decidere le Ronettes di porre fine all'avventura del gruppo dopo un concerto in Germania nel 1967. Ronnie e Phil erano diventati qualcosa di più, un anno dopo arrivò il matrimonio. E cominciò l'inferno. Ne ha scritto personalmente Ronnie Spector nella sua irresistibile autobiografia dal titolo atomico, Be My Baby: How I Survived Mascara, Miniskirts, and Madness, pubblicata nel 1990 (presto il film con Zendaya protagonista). L'uomo perfetto dello studio di registrazione si rivelò essere un instabile, abusivo, paranoico, psicologicamente violento. Nemmeno l'adozione del primo figlio, Donté Phillip Spector, nel 1969, placò le ossessioni bizzarre del produttore. E peggiorò mano mano: Phil Spector chiuse Ronnie tra le mura di Beverly Hills, circondando la villa di una recinzione elettrificata e piazzando cani da guardia per costringerla a occuparsi solo della famiglia. Installò interfoni in tutta la casa per controllare ogni secondo gli spostamenti della moglie. Le nascose tutte le scarpe per impedirle di scappare. Lei aveva cominciato a bere e l'unico motivo valido per uscire erano gli incontri degli Alcolisti Anonimi, ma in quel caso la costringeva a portare con sé una bambola a grandezza naturale che riproduceva le fattezze di lui. La minacciava in continuazione di morte se lei lo avesse lasciato, le mostrò una bara d'oro con il coperchio in vetro giurandole che l'avrebbe uccisa e messa a riposare lì dentro per sempre. Le follie toccarono il culmine quando decise di adottare due gemelli, Gary e Louis, senza il suo consenso, come regalo. "Rientrammo a casa e c'era una fontana e all'improvviso questi due bambini che corrono, due gemelli biondi e con gli occhi azzurri. Gli chiedo "che cos'è?" e lui mi risponde "Buon Natale!"" raccontò la cantante a People. Anche i tre bambini hanno subito lo stesso trattamento della madre, ne hanno parlato pubblicamente solo anni dopo. Della carriera solista di Ronnie Spector non si parlava più. La voce incredibile di Baby, I Love You, nonostante la stima di John Lennon e Keith Richards, l'amicizia con Jimi Hendrix (dolorosamente interrotta dalla scomparsa di lui), era stata ridotta al silenzio proprio dall'uomo che l'aveva valorizzata.

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Fu la madre di lei, Beatrice, a intervenire per salvare la sua salute mentale e la sua carriera. Il divorzio divenne effettivo nel 1974. L'ex marito aveva minacciato Ronnie Spector che l'avrebbe fatta ammazzare se non avesse rinunciato ai diritti futuri sulle canzoni: devastata, la donna fu congedata con 25mila dollari, alimenti per 5 anni e una macchina usata. Lui tenne la custodia dei figli. Nello stesso anno Phil Spector ebbe un gravissimo incidente che gli costò un coma e centinaia di punti sul viso e alla nuca, che peggiorarono una già fragile stabilità psicologica, particolarmente minata dall'uso smodato di alcol e cocaina. Ormai Phil Spector girava costantemente con una pistola addosso e nemmeno gli artisti lo cercavano più, stufi delle sue intemperanze e dell'incapacità di portare a termine alcuna registrazione: per tutti gli anni Ottanta e Novanta campò sostanzialmente di rendita, e nel 1989 nella Rock'n'Roll Hall Of Fame per riconosciuti meriti artistici. Nel 2003 fu incriminato e successivamente condannato all'ergastolo per l'omicidio dell'attrice Lana Clarkson: alla fine era diventato ciò che aveva sempre minacciato. Phil Spector, un assassino.

Raccolti i cocci personali, Ronnie Spector era tornata ad essere una professionista. Di successi ne ha inanellati altri: canzoni in classifica, l'amicizia ispirazionale con Amy Winehouse (cui dedicò un toccante omaggio), un secondo matrimonio con il manager Jonathan Greenfield dal 1982 e altri due figli. Per il riscatto umano e professionale di quanto subito ci è voluto molto di più. La battaglia legale per i mancati diritti delle canzoni delle Ronettes, che ha riunito le tre cantanti contro il produttore, è stata più lunga della causa di divorzio tra Ronnie Spector e Phil Spector: tanto per fare un esempio, per lo sfruttamento commerciale di Be My Baby in Dirty Dancing o in spot pubblicitari la band non ha visto un centesimo. Ci sono voluti quasi vent'anni dalla prima denuncia e due anni di dibattimento perché un giudice ordinasse finalmente a Spector di saldare alle Ronettes 2,6 milioni di dollari di royalties arretrate. Oggi la prima cattiva ragazza del rock'n'roll ha detto addio via Instagram all'uomo violento con cui condivise cuore e carriera: "È un giorno triste per la musica e per me. L'ho detto tante volte quando era vivo, era un produttore brillante ma un marito tremendo. Phil non poteva funzionare fuori dallo studio di registrazione. Sorrido ancora quando ascolto la musica che abbiamo fatto insieme, e continuerò a farlo. La musica resterà per sempre".