Mi chiamo Sam, 20 anni dopo non abbiamo ancora smesso di piangere

Raccontare la paternità di un disabile intellettivo, tema raro per Hollywood, e lanciare la carriera di una attrice (bambina) fenomenale.

Quali sono gli ingredienti di un film strappalacrime di successo? Casting azzeccato, trama struggente, colonna sonora puntuale, fotografia che dà speranza. La storia del film Mi chiamo Sam le ha tutte: a partire da uno Sean Penn in stato di grazia (tecnica, soprattutto), una Michelle Pfeiffer grintosa, una Dakota Fanning autentica rivelazione recitativa ad appena sette anni di età, scivolando tra le pieghe della trama dolce e triste al tempo stesso, fino alle canzoni dei Beatles ricantate dai migliori artisti e alla fotografia luminosa di Los Angeles. Letteralmente la ricetta perfetta per sbancare l'Academy e consegnare un film alle cronache: la prima non è avvenuta, giusto la nomination alla performance di Sean Penn nel ruolo complesso del protagonista Sam (l'Oscar fu vinto da Denzel Washington per Training Day). La seconda, invece, c'è stata. Perché la storia delicata di un padre disabile intellettivo, il suo rapporto paritario con la figlia e le incomprensioni della società che li circonda sono realmente temi universali per riflessioni profonde sul ruolo di padre, sul potere, sull'umanità dei rapporti: voci riportano che Mi chiamo Sam sia il film preferito di Nicolas Sarkozy, l'ex presidente francese marito di Carla Bruni.

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Nella trama di Mi chiamo Sam l'argomento principale è la paternità dal punto di vista di un disabile intellettivo: il protagonista Sam (Sean Penn) è un uomo di quarant'anni con il cervello di un bambino di 7, e ha una figlia, Lucy (Dakota Fanning), avuta con una donna che poi si è data alla fuga. Lui lavora come cameriere, non fa mancare nulla alla bambina ed è un grande appassionato delle canzoni dei Beatles, tanto da aver chiamato la figlia Lucy Diamond in omaggio alla terza traccia di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band. Nonostante sia un papà amorevole, gli assistenti sociali non lo ritengono adatto a crescere Lucy dopo che ha compiuto 8 anni. Sam si rivolge all'avvocata Rita Harrison (Michelle Pfeiffer), rampante idealista dalla famiglia apparentemente perfetta, che accetta di difenderlo gratis in una causa impossibile. Durante i dibattimenti Sam non riesce a contenere l'emotività e Lucy viene affidata ad un'altra coppia di genitori. Ma la nuova madre si rende presto conto dello speciale rapporto tra la piccola e il padre naturale, e accetta che i due continuino a vedersi e a vivere il più vicino possibile, in un lieto fine che pacifica tutti i sentimenti messi sulla scacchiera e garantisce alluvioni di lacrime.

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Il film ha cementato ufficialmente la carriera e la versatilità di Sean Penn, considerato da sempre uno dei migliori attori di Hollywood, che ha improvvisato molte scene per dare il giusto peso alla profonda immedesimazione nel ruolo: per prepararsi a Sam, Penn ha visitato il centro per disabili LA Goal di Los Angeles, immedesimandosi così tanto da risultare a volte persino affettato, troppo da manuale del metodo Actor's Studio secondo alcuni critici. Accanto a lui, Michelle Pfeiffer è decisamente meno costruita e la sua performance, per quanto un filino legata al ruolo stereotipato in alcuni punti, è più che credibile. Ma il vero pregio del film Mi chiamo Sam è stata la scoperta ufficiale del talento di Dakota Fanning, che all'epoca del film aveva realmente 8 anni. La produzione non era molto convinta del casting della bambina vista la sua poca esperienza sul set, tanto che fu provinata anche Shailene Woodley. Ma la freschezza e la spontaneità di Dakota Fanning accanto a Sean Penn furono troppo convincenti per rinunciarvi: riuscire a piangere nelle scene più tristi (Fanning confessò che pensava al suo pesce rosso morto per farsi venire le lacrime) le garantì la parte. Per la sua interpretazione di Lucy Dakota Fanning divenne la più giovane candidata della storia agli Screen Actors Guild Award come miglior attrice non protagonista, e vinse cinque premi: alla consegna del Critics' Choice Awards, del 2002 essendo troppo piccola per raggiungere il microfono, fu presa e tenuta in braccio da Orlando Bloom per tutta la durata del suo lungo discorso di ringraziamento. Mi chiamo Sam ha segnato anche il debutto ufficiale di sua sorella Elle Fanning, che interpreta Lucy a due anni: tutto in famiglia.

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Negli ultimi decenni, il tema della disabilità a Hollywood si è spostato gradualmente al centro del dibattito sull'inclusività e la rappresentazione, diventando un punto programmatico nella stesura del nuovo regolamento dell'Academy. Merito anche della lunga scia dei film sulla disabilità tracciata sin dagli anni Ottanta, per quanto non sempre così inclusiva come avrebbe voluto: gli attori realmente disabili, al di fuori della eccellente Marlee Matlin in Figli di un dio minore (per cui vinse l'Oscar), hanno più che raramente interpretato ruoli scritti appositamente per loro. Di message movies sulla vita con disabilità la cinematografia mondiale ne ha prodotti diversi anche a distanza di breve tempo: dagli anni Ottanta titoli come Rain Man hanno raccontato l'autismo (con Dustin Hoffmann e Tom Cruise), la paralisi cerebrale (Il mio piede sinistro con un sublime Daniel Day-Lewis, incoronato con il suo primo Oscar), il mutismo (Lezioni di piano, altro grande rapporto genitoriale tra Holly Hunter e Anna Paquin, entrambe premiate dall'Academy), il ritardo cognitivo (Forrest Gump con il mattatore Tom Hanks e una pioggia incalcolabile di premi), la tetraplegia (Quasi amici con François Cluzet e Omar Sy), facendo uno straordinario ricorso all'ironia, al dramma o sfiorando il pietismo gratuito in alcuni casi. Quello che racconta Mi chiamo Sam, però, è un unicum: il rischio di trasformarlo in favola buonista era grandissimo. Invece, grazie ad una colonna sonora strepitosamente "adulta" e alla sospensione della realtà, si accettano anche i suoi difetti più visibili. E se ne riconosce la potenza di storia che in pochi, forse nessuno se non si fosse incaponito Sean Penn, avrebbero avuto voglia di raccontare.

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