Così mi fai piangere, te lo dico… Rispondo io. Riavvolgiamo il nastro e clicchiamo play partendo dall’inizio. “Ho conosciuto il mondo del teatro quando ero ancora nel pancione di mia madre. Il suo sogno era diventare un soprano, ascoltava l’opera a ogni ora del giorno. Mentre giravo il mio ultimo film è venuta a mancare. L’ho presa come un’opportunità per dedicarle tutto quello che stavo facendo, per sfruttare la mia sensibilità in quel momento, per dedicarle un’ultima danza”. Ve lo avevo anticipato già dal titolo, questa intervista sarà dolce e amara come un film, come uno dei suoi film, di quelli che “ti fanno piangere tantissimo, ti fanno ridere tantissimo, tutto contemporaneamente, come la vita”. I film sono quelli di Jun Ichikawa, attrice e doppiatrice nata a Kumamoto, in Giappone, nel 1982 e naturalizzata italiana. Romana, anzi. Ci tiene a specificarlo la donna che “non andrei da nessun altra parte al mondo. C’è qualcosa che ti lega a questa città che non so spiegare nemmeno io. Però bisogna saperci vivere”. Come? “Vivere da turista. Faccio finta di essere turista tutti i giorni della mia vita. Beh, ammetto che è molto facile farlo se vivi in mezzo a tanta, grande, bellezza”. Protagonista del nuovo film di Francesco Apolloni Addio al Nubilato, dal 24 febbraio su Amazon Prime Video, e voce di una delle due protagoniste dell’ultimo cartone Disney Raya e l'ultimo Drago, su Disney + dal 5 marzo, Jun Ichikawa ha un curriculum lungo quanti i titoli di coda di certi kolossal. Per citarne qualche riga, ha lavorato con Ermanno Olmi e Dario Argento, ha doppiato Harry Potter e Lost in Translation, ha recitato in teatro e praticamente in tutte le serie tv italiane di successo che vi vengono in mente.

Quanti pro e quanti contro ci sono nella vita di un’attrice giapponese che lavora in Italia?
Tanti e tanti. Il rischio di interpretare sempre “la straniera”, “la giapponese”, la “diversa”, di rimanere incastrata in una caratterizzazione da cliché è sempre alto al cinema. Io, però, in tutta la mia carriera sono stata molto fortunata, ho interpretato ruoli che nulla avevano a che fare con il mio essere giapponese, semplicemente piacevo al regista, andavo bene per il personaggio che aveva in mente. Ho iniziato a recitare in un’epoca in cui la multiculturalità espressa al cinema era davvero agli esordi, era limitata e limitante, vincevi un provino solo se il personaggio che dovevi interpretare era orientale. Oggi sta cambiando tutto per fortuna. Per esempio, nel mio ultimo film, Addio al Nubilato, la nuova commedia di Francesco Apolloni, il ruolo che interpreto non era stato scritto per me, poi ho fatto il provino e…

Ci possiamo aspettare Una notte da leoni in rosa?
È Una notte da leonesse! Nasce come uno spettacolo teatrale, poi adattato al cinema. È un film a-generazionale, un evergreen, un inno all’amicizia femminile in cui cinque ragazze (recitano insieme a Jun, Laura Chiatti, Chiara Francini, Antonia Liskova e Nina Fotaras, ndr) si riuniscono per festeggiare. Il mio personaggio è quello di una donna esperta in discipline orientali, diciamo che sono un po’ l’outsider del gruppo, quella che non si è mai amalgamata bene fra le altre, quella che arriva alla festa e già non vede l’ora di andar via. Ma la cosa interessante è capire il perché questa ragazza non si senta parte integrante, e come poi il suo personaggio si trasformerà. Forse si aprirà, forse confesserà qualcosa, sicuramente avrà il coraggio di vivere un’amicizia semplice e solida, di quelle che dovremmo avere tutti quando stiamo per varcare la soglia dei 40 anni.

Il teatro, il doppiaggio, le commedie, i film impegnati, le serie tv, le pellicole d’animazione, il lavoro con Dario Argento e Ermanno Olmi… Quanto pesa questo bagaglio che ti porti dietro e dentro?
Oddio… Se c’è scritto tutto questo nel mio cv, vuol dire che l’ho fatto davvero! Scherzi a parte, io mi sento sempre come se avessi appena incominciato, come se sentissi di non aver mai finito, è la bellezza di questo lavoro. Il to play (recitare, in inglese) rende bene l’idea di questo mestiere fatto di creatività, ispirazione, ti insegna a non prendere le cose troppo sul serio e a far parte di un gruppo, come in un gioco. Se ci pensi, quando sei un bambino prendi il gioco seriamente, come una questione di vita o di morte, tanto da piangere se perdiamo ad acchiapparella o nascondino. Purtroppo quando cresciamo, perdiamo questa leggerezza nel gioco e prendiamo tutto troppo seriamente. Secondo me il lavoro di attore deve tendere a questo, giocare attraverso i ruoli, ma seriamente. Un po’ un ossimoro. Entrare totalmente nella scena, poter vivere quel momento come se fosse vero e poi tornare nella vita reale. E rivalutarla. E smettere di pensare a quanto sia noiosa o problematica.

Hai mai interpretato ruoli che ti hanno fatto male? Che hanno toccato corde scoperte?
Sì, recitare per un attore significa soprattutto conoscere se stessi attraverso le vite di altre persone. Mi viene in mente quando ho recitato ne Il ministro di Giorgio Amato, interpreto una ballerina di burlesque che studia teologia e vuole affermare la propria intelligenza aldilà del suo corpo, anche se alla fine cercano di abusare di lei. Mi ha fatto riflettere sulla difficoltà che spesso noi donne abbiamo ad affermare la nostra voce senza che qualcuno ci giudichi per il nostro aspetto fisico.

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Qual è la cosa più difficile da fare quando inizi a girare?
Non giudicare il tuo personaggio. Sembra stupido, ma non lo è affatto. Già quando leggi la sceneggiatura è inevitabile che ti faccia un’idea di quella persona che andrai a interpretare e, automaticamente, inizierai a giudicarla. Il giudizio è un limite, e il limite non può farti andare avanti nella scoperta di una persona e del suo mondo. Forse si riconosce così un buon attore, uno che è andato oltre, e si è calato perfettamente nella vita di quello “sconosciuto”.

Ti invidio molto… Sei la protagonista di un film Disney.
Io ancora non ci credo! Siamo tutte cresciute a pane e Disney! In Raya e l'ultimo Drago presto la voce a Namaari, la co-protagonista, una guerriera formidabile, determinata a fare tutto il necessario per proteggere il suo popolo. Mi sono resa conto che, sia in questo film d’animazione sia in Addio al Nubilato, il tema principale è l’amicizia, e non penso sia una casualità. Aldilà di questo momento storico, abbiamo veramente bisogno di messaggi come questi, siamo generazioni molto sole, pandemia o non pandemia. Viviamo tutti nel virtuale, bellissimo per certi versi eh, ma dovremmo capire che la realtà è là fuori.

Qual è il tuo villain Disney preferito?
Crudelia De Mon, per la sua eleganza nell’essere crudele.

E il film Disney a cui sei più legata?
Mulan, la sua storia mi ha segnato profondamente. È stata la prima eroina Disney dai tratti non caucasici e, vivendo in Italia da straniera, per me è stata un grandissimo punto di ispirazione. Vedere la sua storia mi ha dato la forza per cercare di vincere paure e limiti, per essere più combattiva e combattente. E poi Wall-E, praticamente un film muto capace di raccontarti una storia d’amore.

Fare la doppiatrice è così difficile come sembra?
È una bella sfida. Modulare, rispettare, stravolgere la tua voce è impegnativo ma, quando riascolti il film in sala, è una delle più grandi soddisfazioni di sempre. Dipende molto anche dal direttore del doppiaggio, è lui a insegnarti tecniche e escamotage per lavorare al meglio. Io ho iniziato nel 2003, uno dei primi film che ho doppiato è stato Nausicaä della Valle del vento di Miyazaki. Poi, tra le produzioni più famose, ho prestato la voce per Lost in Translation, Harry Potter Il calice di fuoco e L'Ordine della Fenice e la serie tv Homecoming.

Disney

Credi che il cinema italiano attuale manchi (o ecceda) in qualcosa?
Premetto che io sono molto fiduciosa, soprattutto in un momento come questo. Storicamente, dalle grandi crisi sono nati grandi geni… Oggi, con i cinema e i teatri chiusi e il boom della fruizione in streaming, sta cambiando un’epoca, forse si ribalterà un sistema, spero in meglio. Vorrei che giovani menti geniali avessero più spazio per esprimersi e per farsi conoscere dal pubblico, è già successo negli ultimi anni per nomi come Vincenzo Alfieri o i fratelli D’Innocenzo. Fino a qualche anno fa, avevo amici che mi rinfacciavano frasi del tipo “io il cinema italiano non lo guardo, non lo seguo, non mi piace…”, oggi non dicono più così, ci stiamo facendo notare anche e soprattutto all’estero, complici se vuoi le opere di Matteo Garrone e Paolo Sorrentino in primis. Poi, ecco, desidererei che ci fossero più possibilità per “noi stranieri” di recitare ruoli non troppo stereotipati, che la multiculturalità di cui tanto si parla sia reale, applicata alle storie senza luoghi comuni.

Ci regali la tua top 3 di registi e film made in Japan che dovremmo vedere assolutamente?
La prima è una donna, Naomi Kawase, diventata famosa per il film Le ricette della signora Toku. C’è una premessa da fare: bisogna vederlo con la consapevolezza che riderai molto, piangerai molto e ti verrà molta fame. Poi, Yōjirō Takita, regista di Departures, Premio Oscar al miglior film in lingua straniera nel 2009, secondo me una delle più importanti pellicole giapponesi (e oltre) degli ultimi 10 anni. Questo film, come tutte le più grandi opere d’arte, è riuscito a cambiare la storia. Parla di un mestiere che in Giappone si era praticamente perso ma grazie al successo del film

è tornato in auge, si tratta della figura del tanatoesteta, un lavoro delicato, svolto da professionisti che hanno il compito di fare tutto il possibile per presentare la salma nelle migliori condizioni, attenuando i segni lasciati dalla morte. Questo dimostra quanto il cinema sia forte e potente, quanto il cinema possa qualsiasi cosa. Quando si parla di morte nel mondo del cinema si ha sempre un po’ paura ad affrontarla, ma Takita ne parla in modo così semplice, con toni così affettuosi e delicati che sono un po’ la metafora della vita: puoi scoppiare a ridere o pingere in qualsiasi momento. Infine, Hirokazu Kore’eda che con il film Un affare di famiglia è riuscito a raccontare il Giappone underground e crudo, le storie di senzatetto e ladri, di povertà assoluta. Un cinema umile e coraggioso a dimostrazione che il Giappone, nella realtà e al cinema, non è solo la Tokyo delle insegne al neon.

Ph. Fabrizio Cestari, Mua. Emanuela Di Giammarco using Sisley Paris