Il cambiamento che meritiamo, il nuovo libro di Rula Jebreal

In cui racconta di sua madre Nadia, delle battaglie per i diritti delle donne, di quello che ancora c'è da fare e di un futuro che possiamo riscrivere.

rula jebreal in un ritratto di giuliano torres
Giuliano Torres

A che punto siamo nella battaglia per i diritti delle donne? Com’è la condizione femminile in Italia e nel mondo? Come sono cambiate le cose, come devono ancora cambiare, cosa ci ostacola, cosa c’è da fare a maggior ragione ora che «siamo immersi nelle turbolenze di una crisi spaventosa, ma che può spalancarci - se sapremo agire con decisione - la strada di una grande svolta, quel cambiamento duraturo che in tanti auspichiamo»?

Proprio questo è il tema de Il cambiamento che meritiamo (appena uscito da Longanesi),
di Rula Jebreal - giornalista italiano israeliana (è nata nel 1973 a nell’ospedale italiano di Haifa ed è arrivata nel nostro Paese nel 1993, al tempo di Mani Pulite), esperta di politica internazionale, scrittrice, docente universitaria, consulente al G7 sui temi di parità - un libro che è un manifesto contro la violenza sulle donne (aumentata durante la pandemia) e la disparità di genere, un punto sulla situazione e un invito all’unione per portare avanti quell'onda di mutamento che è iniziato e che deve riguardare tutti, per rendere il mondo un posto più equo.

In queste pagine ci sono tante storie, quella di sua madre Nadia, che ha raccontato l’anno scorso dal palco dell’Ariston al Festival di Sanremo, una donna abusata per anni dal patrigno, e morta suicida, una storia «che il mondo deve ri-conoscere, per fare in modo che non si verifichi mai più».

C’è la sua, quella di una bambina che a cinque anni con la sorella si ritrova nel collegio dell’attivista Hind al-Husseini, una donna che si impegna a «costruire cittadini e cittadine», la cui missione era «offrire una possibilità a chi non ne aveva alcuna, il suo unico desiderio era liberare le donne del domani di cui si occupava» e dove è nato il suo attivismo politico, dove ha coltivato la sua vocazione «per i temi sociali e i diritti umani». Dove ha imparato l'importanza dell'istruzione, l’arma più potente per l’emancipazione di una donna e dove è nata la sua fiducia nella parole al cui proposito scrive: «Ho imparato, venendo da un luogo di guerra, a credere che le parole giuste, le domande giuste e il peso che comportano possano ispirare le persone a combattere per il proprio futuro, possano spingerle verso il cambiamento e guidarle nei momenti di crisi. Le parole innescano una luce di speranza che arriverà sempre a squarciare l’oscurità».

Anche perché «la violenza sulle donne è un virus aggressivo, persistente, letale. Se la malattia si nutre di silenzio, la guarigione invece inizia con le parole. Ma trovarle, e trovare la forza per lasciarle uscire alla luce, è il gesto più difficile e coraggioso che una vittima possa compiere».

Ci sono mille cose qui dentro. Le battaglie combattute in questi anni, in nome di diritti che si passano il testimone a una generazione all'altra - il MeToo (un movimento che in Italia ha avuto poca risonanza, derubricato quasi a fenomeno di costume; le pagine dedicate al nostro Paese sono da leggere con grande attenzione ); le donne che in tutto il mondo hanno fatto e stanno facendo la differenza: Angela Davis, Rosa Parks, Laura Boldrini, Ruth Bader Ginsburg che nei 27 anni in cui è stata giudice delle Corte Suprema non ha lottato per «favorire le donne sugli uomini, ma affinché una concreta e assoluta parità venisse finalmente riconosciuta a entrambi i generi», Kamal Harris, Nadia Murad che è stata la prima a denunciare gli stupri e la schiavitù sessuale cui sono state sottoposte in Iraq le donne yadize (da parte dei militanti dell'autoproclamato Stato Islamico).

C'è la consapevolezza che « in questi anni noi donne abbiamo ottenuto risultati fino a poco prima inimmaginabili», l'ultimo dei quali è la sconfitta di Trump. Ma anche il fatto che «milioni di donne, tutti i giorni, sono oggetto di attacchi sessisti, misogini e razzisti, indipendentemente dal loro successo, dal grado di istruzione, dalla visibilità o dall’a-spetto fisico. Non fa alcuna differenza che tu sia una comune cittadina o la first lady della prima potenza mondiale, se sei una donna sarai al centro del mirino».
Che «la disgregazione del modello patriarcale è lenta e fortemente osteggiata. I complici del sistema fanno rete contro il cambiamento per mantenere lo status quo».
La consapevolezza che occorre un «reale e profondo movimento globale di opinione, che coinvolga tutti, uomini e donne, perché solo insieme potremo davvero riscrivere le regole di questo gioco che ci vuole sempre sconfitte».

Ci sono le cose fatte, e le cose ancora da fare. E c'è la fiducia in una nuova generazione - i ragazzi come sua figlia Miral Rivalta (che in esclusiva per noi ha intervistato la madre, in una chiacchierata che parte dal primo perché e arriva al femminismo) che « messa a confronto con tempi eccezionali, sta dimostrando con grande precocità di avere davvero la forza di cambiare le cose».

E soprattutto c'è la necessità di prendere posizione oggi, domani, in ogni giorno della nostra vita perché «il silenzio davanti all’ingiustizia è complicità».

Il cambiamento che meritiamo il nuovo libro di Rula Jebreal è pubblicato da Longanesi (€ 16,90).

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