È morto Raoul Casadei, il Re del liscio sul cui regno nessuno poteva dire "io ballo da sola"

Sarebbe molto facile, a questo punto, dire Ciao Raoul vai a insegnare agli angeli a cantare 'Simpatia'. È più difficile chiedergli di insegnare a noi uomini e donne di questa terra, oggi così isolati e spauriti, a ballare ancora il liscio senza di lui.

È un dato tristissimo ma anche quasi, drammaticamente, coerente che lo stesso Coronavirus che ieri ci ha portato via Raoul Casadei – il Re del liscio, sul cui regno nessuno poteva dire io ballo da sola – già da un pezzo ci aveva privato di ogni occasione di fruire della sua musica in modo razionalmente sostenibile, cioè ballandola su una spiaggia cesenaticense ubriachi di sangiovese. A partire dai primi anni Sessanta Raoul Casadei fece dono alla nostra musica popolare la naturalezza e la spontaneità che forse non aveva mai posseduto, traendola a colpi di basso, chitarra e clarinetto dalle grinfie dell'artificio e dell'esterofilia. Tutta la sua lunghissima ed eccezionale carriera è stata una corsa a restituire agli italiani il privilegio, che non bisognerebbe mai dare per scontato, di dislocarsi a ritmo di musica liberamente e spontaneamente, come impegnati in un karaoke del corpo invece che della voce, grazie al sabotaggio dei freni inibitori che solo la musica suonata col cuore prima che con le mani o col fiato può operare; e coadiuvati, in qualche caso, anche dall'eccesso di piadine nel sangue.

Raoul Casadei all’Italia in miniatura a Rimini nel 1975
Mondadori PortfolioGetty Images

Il liscio, che prima di Raoul Casadei si chiamava, più prosaicamente, musica da ballo romagnola, è una danza onomatopeicamente eseguita strisciando i piedi sul pavimento, vale a dire andando via liscio. Questo genere musicale è dunque una questione di dialettica tra gambe e tavolato, concepita in contrasto con la tradizione dello staccato, i cui passi erano storicamente separati dal suolo e dalla realtà, e perlopiù astratti o geometrizzanti, con figure complesse e a volte pantomimiche; si vedano i vari saltarelli, manfrine e tresconi tanto diffusi sull'Appennino bolognese. Dopo ere di danze che erano solo allegorie del contatto fisico, con Casadei il ballo un invito allo struscio, finalmente fuor di metafora. Il liscio è l'esaltazione della sexual tension, prima ancora che tra regole e libertà o nazione e provincia, tra corpo e corpo dei ballerini. Come se non bastassero gli ultimi vagiti delle vecchie danze centroitaliche, le nuove tendenze musicali del secondo dopoguerra, importate di peso dagli Stati Uniti, erano culminate progressivamente nell'ostinazione del boogie-woogie e, soprattutto, nella torsione del twist che, con le gambe ad angolo, imponeva ai suoi danzatori la più netta separazione delle carriere fra piede e pavimento, vita e ballo, realtà e svago. Il liscio proposto da Raoul Casadei – chi si imporrà a metà degli anni Settanta – era decisamente più organico al contesto fisico e territoriale di chi lo suonava e di chi lo ballava. Il pavimento tornava a essere il territorio che aveva originato il piede che lo percorreva, mosso dagli orchestrali come se un filo invisibile, da marionetta, legasse i sassofoni alle giunture dei danzatori. La dimensione interattiva del liscio era così essenziale che sarebbe stato di fatto impossibile essere trovati in possesso anche solo di una sua piccola dose, fosse anche solo un 33 giri, e affermare che fosse per uso personale. Per farla breve, fu una rivoluzione. “Facevo ballare soprattutto quelli che non sapevano farlo, oggi lo chiamerei social-ballo”, affermerà molti anni più tardi, in una folgorante definizione, lo stesso Casadei.

Raoul Casadei e la sua orchestra nel 1973
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Ma le innovazioni che Raoul apportò da leader dell'Orchestra Spettacolo Casadei, fondata nel 1928 da suo zio Secondo (autore della canzone Romagna mia), non si fermano qui. Grazie a lui si fanno sempre spazio dapprima i testi e poi le voci femminili, come quelle prima di Rita Baldoni e, ultima tra le figlie artistiche di Raoul, Luana Babini. Soprattutto Casadei fu il primo a capire che la musica tradizionale poteva trarre vantaggio dall'incontro con le modalità produttive e distributive di altri generi che si andava affermando anche in Italia; in altre parole anch'essa poteva essere comunicazione, senza per questo rinunciare ai suoi tratti identitari fondativi ma, anzi, proprio così rendendoli traducibili in nuovi luoghi e in altri tempi. Il grande pullman soprannominato La reggia viaggiante, con le sue cuccette, i suoi tavolini da poker, i suoi gadget tecnologici, con cui l'Orchestra Casadei percorreva l'Italia in lungo e in largo – fino al mitologico picco dichiarato di 350 serate all'anno e del 50% del fatturato della sua etichetta discografica, che aveva anche De André e Rettore in organico – è una perfetta metafora dello sforzo casadeiano di rendere la provincia mainstream again. Di massa sì, ma con un certo stile gelosamente custodito, a partire dall'organizzazione in cooperativa quasi marxista dell'Orchestra, con gli stipendi uguali per tutti, da Raoul all'ultimo arrivato tra i clarinettisti, ancora da svezzare; in nome di un socialismo realissimo che ridefiniva il concetto stesso di orchestra, riportandolo alla sua etimologia greca quale parte del teatro consacrata al coro come entità danzante e collegiale, in opposizione al palco come spazio riservato all'individualità relativamente più statica dei singoli attori. Del resto, l'invenzione più importante di Raoul Casadei fu quella di istituire quello che lui chiamava "il diritto al tempo libero", garantendolo agli italiani di tutte le estrazioni sociali, soprattutto quelle che finalmente potevano alternare al ritmo del lavoro nelle fabbriche la cadenza del liscio.

Per almeno un quarantennio Raoul corse (negli ultimi tempi, soprattutto in cyclette) per lanciare ancora nuove forme di aggregazione intorno alla sua musica. Era localista ma non certo immobilista. La "Musica Solare" è una forma di post-liscio che lascia progressivamente le balere per abbracciare un concetto embrionale ma promettente di turismo musicale, portato poi alle estreme conseguenze dal figlio Mirko, che eredita l'Orchestra nel 2000. Una rivoluzione copernicana per cui non è la musica locale ad andare in giro per il mondo (a cercare rara fortuna), ma il mondo ad andare da lei, possibilmente davanti al mare di Romagna. La Nave del sole, un barcone lungo 35 metri, in pratica una balera galleggiante, operativa dal 1984 ai primi anni Novanta, fu l'emblema leggendario degli esordi di questa nuova temperie culturale. Dalla pensione Raoul continuerà a innovare, e anche in settori diversi dalla musica; sebbene le attività dell'Orchestra si gioveranno fino all'ultimo, e certamente anche oltre, della linfa vitale dall'esperienza del suo Maestro, come alberi da frutto ben orientati rispetto al sole. La visione casadeiana del mondo come utopia collettivista realizzabile è testimoniata, infatti, forse ancora più che dall'organizzazione aziendale della sua banda, dalla struttura architettonica della sua casa. Il Recinto Casadei, a Cesenatico, è una specie di borghetto a forma di ferro di cavallo, dove nel tempo cinque famiglie, distribuite su tre generazioni, hanno costruito le loro villette intorno a un orto curato e potato personalmente dal loro capostipite. Non ci sono quasi mura, ma solo porte-finestre, sempre aperte; e i cani Ziggy, Pedro e Folk girano indisturbati tra le canne da pesca e gli strumenti musicali. Città ideale in miniatura, Recinto Casadei è creata a immagine e somiglianza non di Raoul, ma della sua particolare idea di famiglia-orchestra-comunità, così come Carrisiland, nella contrada Curtipitrizzi di Cellino San Marco, con i suoi aquapark e i saloon western è, invece, un monumento calpestabile all'ego di Al Bano (il quale, con questa parodia pietrosa e inevitabilmente curta del modello di mansion hollywoodiana, costituisce uno dei migliori esempi di antitesi del casadeismo urbanistico). Nell'orto del Recinto ci sono tutti i prodotti dei luoghi che Raoul ha amato (cime di rapa, cicorie catalane, insalata romanella, insalata canasta: tutti souvenir di viaggi che non smettono di germogliare). Forse è vero i romagnoli sono gli italiani che meglio sintetizzano i pregi dei loro connazionali, fra cui la laboriosità – senza la freddezza – di alcuni caratteri settentrionali e l'empatia – senza l'indolenza – di alcuni tipi meridionali. I limoni del Recinto Casadei sembrano una speciale riedizione di quelli dei cortili montaliani. Quella piccolissima limonaia a centimetro zero, ricavata al centro dell'orto, tra le cucce dei cani e la villetta di Raoul, nascosta da pareti e tettoia in cannizzo (sono limoni pugliesi), è umile ma è dotata di tutti i confort. Tanto che, proprio come se fosse un'altra delle case del clan, nel rigido inverno romagnolo è riscaldata da un suo termosifone dedicato. La musica di Raoul Casadei è molto simile a quei limoni: non è tanto una questione di tecnica o di tempistiche, quanto di colore. Sarebbe molto facile, a questo punto, dire Ciao Raoul vai a insegnare agli angeli a cantare 'Simpatia'. È più difficile chiedergli di insegnare a noi uomini e donne di questa terra, oggi così isolati e spauriti, a ballare ancora il liscio senza di lui.

Raoul Casadei sulla spiaggia della Riviera Romagnola nel 1970
Mondadori PortfolioGetty Images
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