"Ho spedito una cartolina (d)alla pandemia"

Provocatorie, rivelatrici, spiazzanti, le "Cartoline Pandemiche" di un fotografo ci (di)mostrano che non siamo cambiati affatto. Dalla pandemia di spagnola del 1918.

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“Sono arrivate misteriose cartoline indirizzate ai cittadini di questi tempi virulenti. Istantanee di un quid pandemico che infetta il momento presente ed il passato recente di questo pianeta. Un messaggio? Un avvertimento? O uno scherzo della dimensione spazio-temporale? Che importa. Eccole qui”. È questa la premessa-promessa di Pandemic Postcards, Cartoline Pandemiche, avete capito bene, un progetto che più che fotografico è storico, sociale, culturale, transmediale e sentimentale. Perché in sentimenti convulsi, ossimorici, potentissimi si è imbattuto il fotografo Nicola Bertasi durante il concepimento e la gestazione di queste opere visuali e visionarie, da cui è nato un bouquet di 10 cartoline sotto forma di collage di immagini, ricordi, sguardi e oggetti, di fotografie divenute tristemente iconiche della pandemia Covid-19 del 2020, e di quella dell’influenza spagnola del 1918-19. “Pandemic Postcards nasce, come nelle migliori storie, per una casualità”, ci racconta il fotografo documentarista, meneghino di nascita e parigino d’adozione, che nel primo periodo di confinamento, durante le sue ricerche, si è imbattuto in un archivio fotografico pubblico americano, nel quale ha trovato testimonianze di alcuni momenti significativi della cosiddetta “Grande Influenza” che nei primi decenni del secolo scorso uccise decine di milioni di persone nel mondo.

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“Come in un sogno appannato e confuso, quelle immagini di inizio 900 di persone con mascherine, cartelli con divieti e ospedali di fortuna, si sono inaspettatamente mescolate non solo con quelle drammatiche e quotidiane di giornali e telegiornali, ma anche ad annunci commerciali sui social media e banner di prodotti diventati improvvisamente indispensabili. Scrollavo foto di mascherine fashion e eccentriche e subito dopo quelle dei mezzi militari che trasportavano in fila indiana le vittime di Bergamo. Ho sentito che dovevo fare qualcosa”, continua Nicola Bertasi, padre del progetto, insieme alla curatrice Valeria Ribaldi e alla graphic designer Francesca Todde, oggi diventato un prodotto editoriale disponibile in edizione limitata su nicolabertasi.it, presentato il prossimo 22 aprile da Micamera Bookstore a Milano. “Analizzando quegli scatti d’archivio e le immagini dell’attualità che stavamo vivendo, mi sono accorto che le somiglianze estetiche e sostanziali tra le due pandemie, e il loro impatto sulla società, erano incredibili. Da lì, l’esigenza di raccontarle in un progetto in cui tempi e luoghi si confondono”.

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Un layering emozionale quello delle Pandemic Postcards di Nicola Bertasi “che sì, si possono acquistare anche singolarmente e spedire. A chi le invierei io? Ai fotografi che hanno scattato le foto dell’epidemia del materiale d’archivio che ho trovato. Un invio nel passato!”. Dietro la forza riassuntiva di ogni cartolina ci sono mesi su mesi di lavoro, “un misto di collage digitale e materico/tradizionale. Su ogni cartolina c’è una nota dell’epoca, a cui ho aggiunto update contemporanei, vicende che stavano accadendo e aspetti critici di quello che stavamo vivendo. Ad esempio, metto in risalto la questione del razzismo che stava aumentando nei giorni della pandemia, la white supremacy americana che alzava il capo e faceva finta di non vedere, o il lavoro delle lobby di industriali che spingevano a tenere tutto aperto nonostante scienziati e medici lo sconsigliassero. Insomma, rispetto a ogni macro argomento, io riflettevo, e lo annotavo in qualche modo con il mio lavoro”.

1918-2021. Se qualcuno dovesse trovare queste cartoline fra altri 100 anni? “La mia speranza è che reagisse dicendo guarda come stavano messi male e adesso per fortuna il razzismo e il gender gap non esistono più… L’altra speranza è che facesse un ulteriore montaggio. Magari un po' più positivo”.

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