A che punto siamo sulla questione traduzioni delle poesie di Amanda Gorman

Una persona il cui colore della pelle, il sesso, l'età (è quant'altro) è diverso da quello di un'autrice/tore, ha il diritto di tradurla nella propria lingua?

Pochi, fuori dagli Usa, sapevano chi fosse Amanda Gorman prima della cerimonia di insediamento di Joe Biden lo scorso gennaio, quando la 23enne poetessa o poeta ha letto la sua poesia, The Hill We Climb. Nessuno poteva immaginare che quell’apparizione avrebbe innescato dinamiche da semiotica avanzata e di arbitrarietà delle traduzioni che ormai superano il lost in translation, allargate alla lettura dell’anima di chi scrive e generando molte domande tra cui la più pressante è: uno scrittore bianco può tradurre l'opera di un poeta nero? Giusto chiederselo? Superfluo? Un po’ di entrambi? Detto così, sembra qualcosa di oscuro, ma poiché la controversia potrebbe protrarsi fino alla fine della pandemia (quando forse avremo un exploit di materialismo), e potrebbe cambiare drasticamente il nostro modo di concepire la lingua che parliamo, è bene (ri)spiegarne le origini per appassionarsi alla saga partendo dall’ultimo capitolo, un articolo del New York Times intitolato

La poesia di Amanda Gorman ha unito i critici. Divide i traduttori.

Il dibattito che “in Europa ha messo in luce la mancanza di diversità nel mondo della traduzione letteraria” si riassume con questo nuovo episodio raccontato, appunto, dal NYTimes. Per tradurre in tedesco la poesia di Gorman The Hill We Climb, in Germania è stato coinvolto un team di tre persone: la giornalista (nera) Hadija Haruna-Oelker, la scrittrice tedesca (di origini turche) Kubra Gumusay e la traduttrice Uda Strätling (tedesca e bianca). Come fa notare l'autorevole quotidiano americano, la traduzione è sempre stata un’attività in solitaria, ma per tradurre questo testo di 710 parole in modo che fosse fedele in tutti suoi aspetti alla voce dell’autrice, quel team ha discusso due settimane per scegliere i termini giusti e accostarli tra loro nel modo più corretto. Chi si appassiona di semiotica sa che già nell’800 il linguista Wilhelm von Humboldt sosteneva che ogni lingua forma un cerchio intorno a chi la parla, un filtro che condiziona l’accesso alla realtà e che comporta diverse visioni del mondo, per cui forse oggi sarebbe felice di veder riconosciuto tutto questo nel dibattito pubblico, invece che solo in un'aula universitaria.

Ma per non perdere il filo di qualcosa solo apparentemente noioso, facciamo un passo indietro. Tutto è iniziato quando Amanda Gorman ha scelto personalmente chi avrebbe tradotto la sua poesia in lingua olandese, Marieke Lucas Rijneveld (che ha vinto l’edizione internazionale del Booker prize con Il disagio della sera) partendo dal principio che un altro talento artistico precoce come il suo – oggi Rijneveld ha 29 anni ma ne aveva 23 all’esordio - avrebbe saputo infondere nella traduzione lo spirito con cui Amanda ha scritto. Marieke Lucas Rijneveld è non binary, bianc* e biondissim*, per cui subito la rete ha obiettato e protestato che non avrebbe mai potuto restituire alla traduzione lo spirito di una ragazza americana nera. Rijneveld scioccat* dal clamore, si è tirat* fuori rinunciando alla traduzione (l'abuso di asterischi ha un senso che sarà chiaro più avanti). Stessa cosa è accaduta all'editore catalano Victor Obiols, bianco, scaricato però stavolta dall’editore perché il suo profilo "non era adatto al progetto". Precedenti che hanno intagliato una nuova faccia alla già multiforme (e spigolosa) sfera dell’appropriazione culturale, quella su

chi abbia il diritto di tradurre un’opera e perché.

A cosa ha portato, finora, tutto questo? Aaron Robertson, un traduttore nero di New York che traduce dall'italiano all'inglese le sempre più frequenti opere di artisti italiani di origine africana, come la romana Igiaba Scego (figlia di somali), dice che tutto questo rappresenta una svolta. In effetti, ogni “stato di crisi” serve alla fine a evidenziare problemi esistenti. Perché se l'American Literary Translators Association è intervenuta dichiarando "la questione se l'identità debba essere il fattore decisivo in chi è autorizzato a tradurre chi è una falsa inquadratura delle questioni in gioco", a emergere è stato prima di tutto lo scarso numero di traduttori neri nel mondo, solo il 2%. Il team tedesco ha dovuto poi affrontare il problema della declinazione inclusiva di genere (che in Italia è il maschile), dell’impossibilità di utilizzare gli asterischi o altri adattamenti per una poesia, perché, come ha detto la traduttrice Strätling, potrebbero distruggere il ritmo metrico. Mentre per Nula Barrios, la traduttrice in spagnolo della poesia, si sta vivendo "la vittoria della politica dell'identità sulla libertà creativa", il dibattito è ancora apertissimo e per ora, l’unica conclusione certa a cui sembra essere giunti l’ha fornita ancora Aaron Robertson. Ossia, che grazie a tutto questo, almeno, si è scoperto che

un traduttore umano non potrà mai, mai, mai essere sostituito da Google Translator.

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