Niccolò Ammaniti ci racconta Anna, la serie tv che ha scritto e diretto

E ci parla di mestieri che salvano, ragazzini in gabbia, denti che cadono e naselli surgelati.

niccolò ammaniti
ROBERTO NISTRI

Gli scrittori sono gente cui piace molto parlar male degli altri scrittori. Fanno eccezione solo se l’altro scrittore è Niccolò Ammaniti: quando lo nomini, la cosa più scortese che dicono è «geniaccio». Ammaniti ha due spiegazioni del generalizzato consenso, e me le dà col tono spiccio di chi non ha bisogno di complimenti, ma non ve le riferisco subito perché prima devo dirvi della siepe.

Quando ci colleghiamo su Zoom per parlare di Anna, la serie che si vedrà su Sky dal 23 aprile, diretta da lui e tratta da un suo romanzo del 2015 (state pensando sia troppo, dirigere il proprio romanzo? Lo pensa anche lui: «È come voler tirare fuori tutto dal maiale»), Ammaniti è in campagna. Ogni tanto fissa un punto alla sua destra, e io mi convinco che lì ci sia una finestra, che lui guardi fuori, che cerchi l’ispirazione come Leopardi con quella siepe che gli celava l’infinito.

C’è qualcosa, nel modo in cui fissa un punto lontano con l’aria «e adesso come faccio a darti una risposta educata e intelligente», che modifica il senso delle cose che dice, si tratti di denti che cadono, bambine che t’illudono, o mestieri che ti salvano.

Gli scrittori sono gente noiosissima. Parlano della loro disperazione perché non stanno scrivendo, o della loro disperazione perché quello che stanno scrivendo non sta venendo come dovrebbe. È per questo che Ammaniti s’è messo a fare il regista. Perché ha scoperto che c’era un’alternativa all’annoiare chi fa altri mestieri: avere una troupe, passare le giornate coi tuoi, con quelli i cui problemi di lavoro sono anche i tuoi problemi di lavoro. Poi è arrivata la pandemia. Che ha chiuso in casa lui (che aveva anni di allenamento) e tutti gli altri, che invece non erano abituati. Specialmente i bambini. E quindi Niccolò ha cambiato per la terza volta mestiere, mettendosi a fare suo padre, che è uno psichiatra infantile.

«I bambini erano tutti stravolti. Facevamo videochiamate il pomeriggio tutti insieme, perché tra l’altro erano diventati delle specie di star esigenti, dicevano ma quando si ricomincia, noi qui poi cresciamo, mi cascano i denti. Perché avevamo anche questi problemi: sul set uno un giorno arrivava senza un dente, erano in continua mutazione, anche gli adolescenti, a Giulia (l’attrice che interpreta Anna, ndr) cresceva il seno». Qui serve una sinossi minima di Anna. Arriva un misterioso virus (ebbene sì), che uccide solo gli adulti (ebbene sì). Anna si trova a doversela cavare da sola. All’inizio di ogni puntata della serie c’è un cartello con cui immagino abbiano voluto risparmiarsi le domande «oddio ma hai fatto la serie sul Covid?!». Il cartello dice: «La serie Anna è tratta dal romanzo omonimo pubblicato nel 2015. L’epidemia da Covid19 è scoppiata sei mesi dopo l’inizio delle riprese».

Quel che il cartello non dice è che la pandemia in Anna «era un congegno narrativo. Per immaginare un mondo senza adulti ci doveva essere una catastrofe specifica: un terremoto non sarebbe andato bene, una catastrofe nucleare neanche», e insomma Ammaniti rifiuta il ruolo di Cassandra. Quel che il cartello non dice è che sarà impossibile schivare la fama di veggente, con la madre di Anna che vuol portare via i bambini e il padre che sbuffa perché figurarsi se il virus arriva fin qui, con un’altra madre che impreca perché non si trovano le mascherine; considerato che è tutta roba scritta prima, la vita ha imitato l’arte.

(Ammaniti dice sempre «il cinema», non dice mai «la tv», quando parla del lavoro di gruppo, e delle differenze con la vita da romanziere).

«Questo era il mio mondo ideale, l’ho sempre raccontato, in tutte le mie storie, i bambini nel buco in Io non ho paura, in Io e te il bambino che si chiudeva da una parte per non vedere nessuno. Però invece non è così bello come sembrava. Ti senti in una condizione che non ti rende speciale, ma uguale a tutti gli altri, e tutti gli altri soffrono»: è un bel risparmio sulla psicanalisi intervistare uno che, come te, amava starsene a casa da solo, finché non è diventato un obbligo collettivo. Oltretutto lui con la solitudine aveva smesso da poco: «Avevo proprio la necessità, arrivato più o meno a cinquant’anni, di smettere di stare così solo. Il cinema in questo mi ha aiutato. È chiaro che diventa una sorta di droga, poi, quella di relazionarsi agli altri».

Giulia Dragotto e Alessandro Pecorella (che interpretano Anna e il fratello Astor, entrambi al loro esordio come attori) in Anna (miniserie in sei episodi disponibili dal 23 aprile su sky e su now).
REGINE DE LAZZARIS AKA GRETA

La serie va avanti e indietro tra gli ultimi momenti d’illusoria normalità in cui i genitori sono ancora vivi e il periodo in cui i bambini, divenuti adolescenti, se la cavano da soli, contro la cattiveria dei loro coetanei. In una scena del mondo di prima, Anna e sua madre fanno pace dopo un bisticcio cantando in macchina Big in Japan. Una canzone di quando la madre (una strepitosa Elena Lietti, già madre stronza nel Miracolo) era piccola. Ma soprattutto di quand’era piccolo Ammaniti, che infatti usa, anche nelle scene in cui ci sono solo personaggi che nel Novecento non erano neanche nati, tutte canzoni che noi vegliarde riconosciamo gongolando: Minuetto, Folle città, La voglia la pazzia. «Quando hai la mia età metti delle cose che sono state significative nella tua vita: potevano sentire Fedez ma potevano sentire anche la Vanoni, e io preferisco la Vanoni». Ecco, a trascriverla sembra una frecciatina a Fedez, e invece non lo è: c’è sempre quella cosa di sorridere e non guardare che dà alle frasi un garbo che io mica so rendere.

Le canzoni significative di quand’eravamo piccoli mi fanno venire in mente una frase non ricordo di chi, diceva più o meno che la vita di una persona sono venti estati buone e da lì è tutto ricordo. Dice Ammaniti: «Sono quelle venti estati che poi ti formano come scrittore, come regista: quella roba lì è determinante. C’è un periodo in cui vivi al futuro. Poi un periodo in cui ripensi al passato con nostalgia: lungo, è stato lunghissimo, per me è durato quasi dieci anni, in cui ripensavo a tutte le occasioni perse, alle storie che mi ero lasciato alle spalle, agli amori passati. È quando cominci a pensare che sono più le cose che hai lasciato che quelle che troverai. E poi sono arrivato, adesso, al momento in cui ho dimenticato, e quindi non penso neanche più a quelle estati».

In una di quelle estati c’è la radice dello scambio più straziante, quello in cui un ragazzino ricorda ad Anna la volta in cui lei l’ha baciato, e lei con disinvolta crudeltà risponde che aveva perso una scommessa: «Era una penitenza, mica un bacio». Abbiamo tutti un trauma così, uno che fa sorridere da grandi ma era la fine del mondo da piccoli. Ce l’ha anche Niccolò, aveva undici anni: «Questa mi disse che era fidanzata con me, io non sapevo esattamente come ci si fidanzava, le giravo intorno, e dopo due giorni vidi che stava con un altro, e io per due giorni avevo detto che stavamo insieme, e tutti tranne me sapevano che mi aveva preso in giro». Dice che non ci aveva più pensato, finora.

Gli scrittori sono gente che ha vissuto vite che non ha vissuto. Il fratellino di Anna che gioca da solo, che si fa compagnia da solo, è un dettaglio che ogni figlio unico conosce. Ogni figlio unico, e uno scrittore con una sorella. «Mia sorella è un po’ più piccola di me, non dico che mi sono sentito figlio unico però avevo un eccesso di narrazione personale. Lo volevo proprio così, un bambino messo nelle condizioni di pensare che il mondo fuori non esiste, e quindi gli basta qualsiasi cosa, un barattolo di olive, per giocare da solo per due ore: io facevo così».

Di solito la gente di cinema dice che lavorare coi bambini è un inferno, Ammaniti la fa sembrare una meraviglia. C’è una scena di violenza al termine della quale Astor, il fratellino di Anna, scende da una macchina, e il duenne scendendo si leva dalla bocca la gomma da masticare e la appiccica alla portiera. Tutta improvvisazione del bambino. «I bambini si fidano di te. Ho fatto molta più fatica con gli attori. Perché gli attori - giustamente, eh - hanno una loro idea. Specialmente gli attori che lavorano da tanto tempo, e tu arrivi e non sei nessuno. Ti dicono “io farei così”, eh, tu faresti così, però siccome so’ il regista fai come dico io». Unico momento, in un’ora di conversazione, in cui usa il romanesco, la lingua più efficace per convogliare insofferenza.

Niccolò Ammaniti in un momento delle riprese.
Greta De Lazzaris

Ai bambini Ammaniti fa fare cose atroci, agli adulti - ignari che quelli distrattamente ammazzino coetanei - fa dire cose ottuse come «la loro innata bontà». «Sono noi piccoli: alcuni sono buoni, alcuni no. Se fossero stati solo buoni, non avrei scritto nulla sui bambini. Quello che è poverino, è abbandonato: può servire per certe scene, e soprattutto ci dispiace perché effettivamente succede, però un bambino per poter essere interessante dal punto di vista narrativo deve avere delle sue perversioni, una sua fascinazione per il male. Il mondo che racconto è un mondo feroce». In cui a un certo punto Anna viene chiusa in gabbia da un ragazzino cattivo, e già m’immagino le accuse e le indignazioni. Sorride, non guarda, dice «nessuno ha sofferto, i bambini adoravano stare chiusi in gabbia, arrivavano la mattina e dicevano: ti prego, chiudimi in gabbia». Ma lo sa anche lui che ormai giudichiamo le opere di fantasia come fossero cronaca («E allora con Lars von Trier che facciamo?») e ne pretendiamo modelli comportamentali. «È come quella cosa che succede al Grande Fratello, che chiunque dica qualunque cosa viene espulso. E allora non ha più senso vederlo, perché sono diventati dei naselli congelati».

Ricorda le lettere degli animalisti furibondi perché Come Dio comanda cominciava con la scena d’un padre che manda il figlio a sparare al cane; e che, giacché in Che la festa cominci veniva ucciso un elefante, avendo imparato dall’esperienza scrisse all’inizio «nessun animale è stato maltrattato», che in un romanzo, cioè un’opera di fantasia, è una notevole resa alla scemenza collettiva. «Se continua questa cosa saremo immobilizzati, io a quel punto rinuncio, mi occuperò della campagna, stando attento a non maltrattare le zucchine».

Magari a lui vengono risparmiati i rituali dell’indignazione, visto che tutti lo amano. Del che ha due spiegazioni, che enuncia fissando quell’infinito a me celato, e sorridendo: «Una è che non sono troppo presente, e questo viene apprezzato, magari inconsciamente. La seconda è che mi faccio i cazzi miei». Che a trascriverla sembra una frase stronza, se non hai visto la faccia d’innata bontà con cui la dice.

La cover di Anna (Einaudi) di Niccolò Ammaniti che ora vedremo in tv. Il libro ha per protagonista la tredicenne Anna Salemi, che con il fratellino Astor si trova alle prese con un mondo devastato da un'epidemia.
Courtesy Einaudi

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