Tutto quello che c'è da sapere sull'incidente della sedia negata a Ursula von der Leyen

Genesi e conseguenze di un momento diplomatico in cui si mescolano sessismo, equivoci e strumentalizzazioni.

ursula von der leyen
Getty Images

Le donne sono un campo di battaglia su cui compiono grandi manovre uomini con le armi spuntate. È sempre stato così e forse è per questo che, durante la visita della delegazione Ue in Turchia, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è rimasta in piedi e ha dovuto sedersi su un divanetto, mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente del Consiglio Ue Charles Michel prendevano posto sulle due poltrone centrali. Nelle ore successive i commenti alle fotografie che ritraevano Ursula von der Leyen in piedi e poi sul divanetto (#sofagate l'hashtag immediato), tenuta a distanza dagli uomini, sono stati spesso così involontariamente offensivi verso una delle donne più autorevoli d’Europa da far capire quanto il quadro generale non sia molto nitido nemmeno da noi. Chi dice che Von Der Leyen “avrebbe dovuto andarsene” non pensa che la presidente era ad Ankara per svolgere un compito istituzionale affidatole dai rappresentanti di 446 milioni di europei, non un rendez-vous con un corteggiatore scortese che non le ha aperto la portiera. Un gesto plateale, invece del sangue freddo, sarebbe diventato una "prova" futura dell'instabilità umorale femminile. Invece è rimasta impassibile e ha parlato dei diritti delle donne, della parità di genere e della Convenzione di Istanbul per contrastare la violenza contro le donne da cui la Turchia si è ritirata recentemente, e ha fatto sì che le foto del gesto imbarazzante del presidente turco girassero il mondo. Qualcuno l’ha attaccata anche perché tutto ciò che ha avuto da dire dopo è stato: “Che non si ripeta mai più", ritenendo che avrebbe dovuto avere reazioni più violente e plateali ("ridicola", è stato uno degli aggettivi che le sono stati associati). In sintesi, dando alla vittima la colpa di quello che le è successo, e sappiamo tutti quanto il victim blaming sia uno degli sport più praticati in Italia dopo il calcio, dalla minigonna che procura lo stupro all'assassinata che si doveva scegliere meglio il fidanzato/marito.

C’è poi chi se l’è presa col presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, che di fronte all’accaduto non ha fatto un plissé. Vero, forse avrebbe dovuto tentare un gesto riparatore, o per lo meno di non-adesione allo sgarbo, tipo sedere anche lui sul divanetto con Von der Leyen o cederle il posto e no, non per cavalleria, come ha obiettato qualcuno tirando in ballo la solfa dell'avete-voluto-la-parità-di-genere che in questo caso, lasciando in piedi una rappresentante di un’istituzione Ue non c'entra affatto, e comunque non è stata applicata in nessun caso. Ma è facile parlare da fuori, più complicata la prontezza di reazioni quando ti trovi in un paese straniero (ospite di un capo di Stato che per molti è un vero e proprio dittatore) e ci sono in ballo interessi consistenti, come la situazione in Libia. Alla fine, perché il presidente turco ha commesso questo gesto? Ufficialmente, quello che per noi è un affronto misogino sarebbe stato solo un equivoco, comunque sessista, perché è stato dato per scontato che Michel fosse il capo delegazione, e che quindi andasse rispettato il protocollo del caso oltre al distanziamento Covid. Ma il post di Michel andava a Von der Leyen. Come prova si cita ora la visita in Turchia della cancelliera tedesca Angela Merkel che non ha subito discriminazioni. Un po' forzato da credere perché mentre Michel è un presidente di turno, Von der Leyen ricopre un ruolo permanente di cinque anni, cosa che i cerimoniali turchi sapevano. È così torna alla mente la discussione che divide i commentatori esperti di rapporti fra Ue e Medioriente in due scuole di pensiero: quelli per cui la Turchia, con le sue violazioni dei diritti umani di cui una poltrona negata a una donna e il recente ritiro dalla Convenzione di Istanbul sono i meno gravi, con i suoi arresti a oppositori e giornalisti scomodi, le infrazioni di leggi e trattati internazionali, la provocazione di trasformare in moschea Santa Sofia, patrimonio mondiale dell’umanità, e l'invasività di spazi aerei e marini sta dimostrando come i dubbi sull’ingresso di questo Paese nell’Unione Europea fossero legittimi. L’altra, invece, ritiene che se oggi questo Paese, che ha vissuto nel primo decennio del 2000 un momento di grande interesse turistico e di voglia internazionale di viverci, si sia inclinato verso gli integralismi (e tutto il loro kit di oscurantismi, anche sessisti) è proprio perché si è sentito rifiutato dall’Europa. E ora il suo leader Erdogan, che dopo la riforma costituzionale del 2017 ha rafforzato ed esteso i suoi poteri e ridotto quelli del Parlamento in modo che niente lo possa scalzare, di tanto in tanto mostra i muscoli consapevole di quanto l'Europa, in vari e complicati modi, ha bisogno di lui.

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