Addio a Libero De Rienzo, che ci ha insegnato il fatalismo del cinema

È morto a 44 anni l'attore di film cult indipendenti, sceneggiatore e regista dal talento autentico, pulito e inconfondibile.

A 44 anni è morto Libero De Rienzo, ultima voce dell'ironia sulla Napoli-Roma, vulcanico nel senso più vesuviano del termine. Sornione come un gatto a studiare gli umori finché una battuta, fosse di un film o nella vita vera, non avesse interrotto la sua apparente meditazione silenziosa. E nel consegnare massime, tagli obliqui e pensieri laterali che fermavano l'aria e innescavano riflessioni, Libero De Rienzo era un baluardo. Dentro e fuori dai set. Chi lo ha conosciuto sapeva che lo sguardo azzurro sarcastico, le labbra increspate attorno ad una sigaretta, la voce pronta a prorompere in stilettate, erano una cifra stilistica. Non una posa. Nei suoi personaggi di finzione, come il Lebowski nostrano Bartolomeo detto Bart di Santa Maradona ("La sregolatezza pura, che non ha a che fare col genio, m'esalta": nessuno avrebbe mai saputo pronunciare con il giusto mix di pigrizia ed eccitazione una battuta del genere), in ogni film Libero De Rienzo emergeva in trasparenza nel momento stesso in cui scompariva. Equilibrismi che solo i talenti meno scontati riescono a mostrare pienamente.

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Un solo David di Donatello in carriera, proprio per quel film dove si era ricreata l'accoppiata Libero De Rienzo/Stefano Accorsi dopo il fortunato spot del gelato Maxibon che aveva lanciato entrambi, a dimostrazione che i più bravi sono sempre meno riconosciuti. Sempre con quell'espressione di soddisfazione e timidezza sul volto, mai troppo in prima vista ma amato follemente da chiunque lo conoscesse o ci lavorasse. Detto Picchio come (prima di) Pierfrancesco Favino, soprannome che lo descriveva in ogni contraddizione. Sapeva calarsi nei personaggi reali regalando sfumature di infinita autenticità, come nell'interpretazione del giornalista Giancarlo Siani nel biofilm Fortapàsc. Solo lui era stato in grado di restituire quell'umano senso della giustizia e della verità che aveva agitato la breve vita del giornalista de Il Mattino, ucciso dalla camorra nel 1985. Figlio di quella Napoli che fluiva nella corrente sotterranea del suo accento e alla quale era legatissimo, Libero De Rienzo era cresciuto a Roma e al cinema sulla scia del padre Fiore, aiuto regista di Citto Maselli. Fu prima la pubblicità a garantirgli la visibilità e le orde di ragazzine che lo tampinavano a Prati all'uscita da scuola. Nel 1999 lo chiamò Pupi Avati per il debutto al cinema, parallelamente c'era la tv con le sue fiction mainstream cui regalava silenzi e concentrazione. Ma non era solo attore, scriveva sceneggiature, dirigeva (Sangue - La morte non esiste), partecipava a film indipendenti e serie tv con la stessa capacità di leggere i personaggi. Lavoratore infallibile, sempre se stesso, sempre Libero De Rienzo, ma in grado di svanire in un frame, in una smorfia, in un'occhiata diretta. Sornione, mai furtivo. Niente metodi ma puro istinto di interpretazione, tra la lunaticità di Jacques Tati e la mimica furente di un sopracciglio in grado di esprimere il vero shock come nel matrimonio in Smetto quando voglio. Ma solo nella finzione, perché nella vita era un marito tutt'altro che impanicato e padre di due figli di 6 e 2 anni. Un infarto, e il talento infinito di Libero De Rienzo se ne è andato via.

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