Vita e record di Laurel Hubbard, prima atleta trans nella storia delle Olimpiadi

L'atleta neozelandese è la prima apertamente transgender a gareggiare ai Giochi Olimpici dopo le nuove linee guida diramate dal CIO.

"Lo so che la mia partecipazione a questi Giochi non è stata priva di controversie. Ma è stata bellissima". Una fotografia a parole di un primato non sportivo miliare: Laurel Hubbard prima atleta transgender alle Olimpiadi, a Tokyo 2020. Non l'unica, ma la prima a qualificarsi e gareggiare direttamente: Chelsea Wolfe del team BMX USA, ciclismo freestyle, è per ora una riserva delle due atlete principali, nell'atletica leggera ci sono Nikki Hiltz e CeCè Telfer, alle Paralimpiadi parteciperà l'italiana Valentina Petrillo nei 400 metri categoria T12 (per ciechi e ipovedenti), di cui ha stabilito il primato italiano nei recenti campionati in Polonia. Ma ufficialmente, la prima atleta trans a Tokyo 2020 resta Laurel Hubbard: nella brevissima conferenza stampa che ha dedicato ai giornalisti dopo la gara del sollevamento pesi donne, dove competeva nella categoria dei supermassimi (oltre gli 87 kg), non ha accettato domande e si è limitata ad una dichiarazione piena di ringraziamenti alla Nuova Zelanda, al Comitato Olimpico Internazionale, ai membri della federazione che l'hanno sostenuta, e soprattutto protetta con delicatezza dal carico di attenzioni mondiali per la sua partecipazione. Apertamente transgender, per la prima volta nella storia dei Giochi Olimpici dell'era moderna. Lei parla poco, si allena e si mantiene discretamente distante dai riflettori: ma di parole attorno alla sua presenza a Tokyo ne sono state spese tante, spesso contrastanti, in un dibattito polarizzato sotto ogni istanza. Dalla prospettiva puramente biometrica di livelli di testosterone nel sangue, dettata dalle linee guida burocratiche del CIO, a quella fortemente emotiva (di muro totale o di apertura), la partecipazione di Laurel Hubbard alle Olimpiadi ha frammentato gli appassionati di sport e non.

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La storia di Laurel Hubbard comincia il 9 febbraio 1978 a Auckland, in Nuova Zelanda: suo padre, Dick Hubbard, è un magnate della coltivazione dei cereali (entrerà in politica per diventare sindaco della città dal 2004 al 2008). Incrocia il sollevamento pesi intorno alla fine degli anni 90, segnando anche il record nazionale giovanile nella categoria maschile con 300kg sollevati. Sembra una bella promessa per uno sport così peculiare, ma nel 2001 sceglie di interrompere bruscamente la propria carriera sportiva. "Era troppo da sopportare. La pressione di trovare il mio posto in un mondo che non era fatto per le persone come me. Pensavo che forse, cercando di fare qualcosa che fosse così da maschio, lo sarei diventata di più. Ma non era quello il caso" ha raccontato Laurel Hubbard in una delle sue rarissime interviste alla RNZ, la radio pubblica neozelandese. Appena 5 anni prima, già persona adulta, aveva iniziato la transizione di genere male to female con il trattamento ormonale per essere ufficialmente identificata come donna. E aveva anche ricominciato con il sollevamento pesi, rientrando ufficialmente a gareggiare nelle competizioni nel 2017 con due argenti immediati ai campionati mondiali di Anaheim, negli Stati Uniti. Non senza polemiche ed esternazioni altrui sul suo essere atleta transgender, un gender panic determinato dall'impronta culturale che difficilmente riesce a "digerire" con le categorie prestabilite un'identità di genere non conforme. Presidenti di federazioni nazionali e colleghe/rivali atlete hanno continuamente sollevato pesi e dubbi sulle partecipazioni (spesso vincenti) di Laurel Hubbard alle gare internazionali degli ultimi anni, nonostante un infortunio ai legamenti del gomito nel 2018 le abbia precluso quasi un anno di competizioni. "Ciò che puoi fare è concentrarti sul compito a portata di mano, e continuare a farlo. Sono consapevole che non sarò sostenuta da tutti, ma spero che le persone abbiano una mente aperta e forse riescano a guardare alle mie performance in un contesto più ampio" aveva dichiarato apertamente a Stuff in un'intervista. Ma è evidente che il tema resta di ampia sensibilità, strutturato su un ventaglio di contraddizioni che ha caricato di morbosità il chivalà intorno a Laurel Hubbard a Tokyo 2020. Lei ha scelto un minimo profilo pubblico, niente dichiarazioni pre-gara o post sui social media, per esprimersi soltanto in competizione. Dove però non è andata come avrebbe sperato, non riuscendo a tenere il bilanciere sopra la testa nel tentativo da 120 kg, poi subendo una penalità per non aver allungato correttamente le braccia nel primo da 125 kg, e infine lasciando cadere il bilanciere nel secondo tentativo. Ha lasciato la competizione toccandosi il cuore e salutando con un sorriso, le parole dispiaciute di chi sa di non aver rispettato i propri standard atletici e le aspettative di un paese intero. Solo sullo sport, giustamente. Di essere un'icona o un simbolo non le va, riporta Reuters dopo la sua eliminazione: "Non credo debba essere qualcosa di storico. Credo che, mentre ci muoviamo verso un mondo nuovo e più accogliente, le persone inizino a capire che le persone come me sono solo persone. Siamo umani e, in virtù di questo, spero che essere qui sia abbastanza. Tutto ciò che ho sempre voluto come atleta è essere guardata come un'atleta".

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