Romanzo famigliare delle Olimpiadi di Tokyo 2020

Madri, padri, nonni, fratelli e sorelle, partner e figli: ai Giochi Olimpici appena conclusi, il vero motore è la famiglia.

Sono le videochiamate dalla pista, i post d'amore sui social, le foto sventolate sui podi. Le Olimpiadi di Tokyo 2020 sono state quelle della condivisione, sbriciolando la convinzione circa la solitudine dell'atleta che resta solo in gara anche negli sport di squadra - gli atleti lo ribadiscono variando il ritornello "la mia sfida più grande sono io". Ma al fischio finale, al taglio del traguardo, all'allungo in vasca, ogni atleta torna a essere parte di un tutto: ed eccoli quei momenti dove la felicità è condivisa, in un olimpo privato dove alloggiano divinità personali e gesti umani, dove tra il rigore della disciplina si fa spazio il richiamo di case e persone che ti hanno guardato vincere. Le Olimpiadi della salute mentale, come sono state definite, hanno mostrato le fragilità e l'umanità di atleti e atlete troppo spesso considerati bionici, inarrivabili, macchine perfette da record. Ma un altro lato delle medaglie di Tokyo 2020 sono state le famiglie: silenziose e costanti, elettriche di portavoce singoli o al contrario schierate in abbondanza di parentele di fronte alle telecamere (grazie mater della tv, mamma Rai, che non ha mancato nemmeno un cugino), disposte a farsi invadere dalla curiosità popolare verso la vita dell'atleta che ha appena vinto l'oro, l'argento, il bronzo, ed è salito sul podio manifestando pubblicamente dissensi e affetti. Una genesi che comincia dallo smartphone tra le mani eccitate di Federico Chiesa sul campo di Wembley, dove ha appena vinto gli Europei con l'Italia, e non riuscendo a scorrere la rubrica la risolve gridando a Siri "Chiama mamma" in diretta mondiale. Aprés lui, le déluge.

Ryan Crouser e la dedica al nonno.
MATTHIAS HANGSTGetty Images


Le mamme. I papà. I fratelli e le sorelle (a Tokyo 2020 c'erano ben 30 coppie in gara, a volte nelle stesse discipline, a volte persino per paesi diversi). E ancora i nonni, sostenitori sfegatati o ormai pensieri pieni di ricordi. La verve della 81enne signora Orsola, nonna del ciclista d'oro Simone Consonni, che ha seguito la strepitosa gara del nipote in quartetto direttamente dal bar di Brembate Sopra. La più celebre, suo malgrado, è la nonna di Simone Biles. La più vincente delle ginnaste americane è stata cresciuta coi fratelli proprio dai nonni materni Ron e Nellie, che presero la decisione di adottare i nipoti per sottrarli alla madre tossicodipendente. Biles porta sempre con sé il rosario benedetto che la nonna le ha donato a inizio carriera, e non smette mai di ringraziarla per averle dato quella fiducia in se stessa che è stata poderoso motore della vita. Come ha fatto Ryan Crouser, che sul gradino più alto del podio del getto del peso ci è salito con un cartello-tributo all'amatissimo grandad, scomparso una settimana prima della finale: "Ce l'abbiamo fatta, nonno". Raven Saunders, argento nel lancio del peso femminile, ha manifestato sul podio il suo dissenso verso il trattamento degli atleti lgtbqia+ e gli oppressi, con le braccia a formare una X sopra la testa: il motivo, ha spiegato, era anche un omaggio alla madre, sua prima tifosa e sostenitrice mancata da poco. Ryo Kiyuna, karateka giapponese imbattuto dal 2018, ha celebrato l'oro a Tokyo mostrando dal podio una fotografia della madre scomparsa di recente: "Non sarei stato in grado di gareggiare da solo, sono molto grato" ha detto apertamente. Alle Olimpiadi di Tokyo 2020 le famiglie si sono rivelate per essere uno dei segreti del successo, della stabilità mentale necessaria ad affrontare una gara. Il guscio permeabile che avvolge senza soffocare, un addio alle figure dittatoriali (spesso padri, spesso madri) che hanno caratterizzato lo sport da André Agassi in giù. E quando si allargano, si fanno centro focale: Allyson Felix, la più medagliata nella storia dell'atletica leggera statunitense, ha dedicato le sue due ultime vittorie alla figlia Camryn, posando su Instagram con tutte le medaglie al collo e la cicatrice del cesareo in bella vista. Un'atleta mamma, appellativo che è anche obiettivo di parità di trattamento salariale e riconoscimento mondiale. E un'atleta figlia come la 14enne da record dei tuffi Hongchan Quan, oro nella piattaforma da 10 metri con punteggi incredibili da tutti dieci, che ha raccontato di gareggiare al massimo per pagare le cure sanitarie alla madre, gravemente ferita in un incidente nel 2017. Una madre perduta e un figlio vincente, il bronzo nella lotta libera 86kg Artur Naifonov, ceceno in gara con il ROC (Russian Olympic Commitee), uno dei 700 bambini sequestrati nella scuola di Beslan in Ossezia del Nord. Era il 2004, aveva appena 7 anni. La madre lo difese ma morì sotto i colpi dei terroristi nell'assalto finale, che fece 300 vittime.

Hongchan Quan e la sua magnifica medaglia d’oro.
Tom PenningtonGetty Images

Che siano di origine o fresche di formazione, le famiglie sono le tribù in grado di accogliere, produrre ed esaltare le più festose celebrazioni. Il gesso di Gianmarco Tamberi conservato e aggiornato dalla fidanzata Chiara Bontempi, i fiori di feltro portafortuna che Maria Palmisano, la sarta mamma dell'oro nella 20 km di marcia Antonella Palmisano, le cuce a ogni gara perché possa approntarseli sui capelli o al polso. La determinazione di credere in un figlio o una figlia, nipote, fratello e sorella fin dalla più tenera infanzia, in paesi dove i campetti sono di terra riarsa o nemmeno ci sono, i chilometri di strada per condurre agli allenamenti sono tanti, le gare hanno la priorità su tutto. E spesso, mancano persino i soldi per il resto.

Antonella Palmisano e i fiori ricamati dalla madre
Christian PetersenGetty Images

Ma ci sono l'intuito di Viviana Masini, mamma dell'uomo più veloce del mondo Lamont Marcell Jacobs, che lesse la predisposizione da velocista in quel figlio che cresceva da sola, e che correva sempre più forte del pallone. La caparbietà di Vanna Dal Borgo, mamma dell'argento nella staffetta 4x100 stile libero Manuel Frigo, che prima lo obbligò al nuoto poi lo spinse a non mollare la carriera. E su tutte l'umanità di Veronica Desalu madre di Eseosa Desalu detto Fausto, arrivata dalla Nigeria in provincia di Mantova, insegnante dei no fondamentali con una vita difficile mai nascosta, ma semplicemente vissuta. "Adesso finalmente posso sdebitarmi perché se lo merita, quando sei piccolo alcune cose non le capisci. Poi quando cominci a diventare grande ed entri nel mondo del lavoro, capisci i sacrifici che ha fatto e tutti i no che ti diceva, non perché magari non ti voleva bene o per altro. Lo diceva perché c'erano altre priorità e ora le ho capite, finalmente" ha commentato il figlio dopo l'oro nella 4x100 maschile.

Icon SportswireGetty Images

Le madri e i padri d'Italia hanno nomi semplici e valori enormi, hanno saputo dire no e spronare al momento giusto. Hanno riscritto il concetto di sacrificio, privandolo del martirio egoistico da genitore per riportarlo alla nozione primigenia di offerta (di tempo, di spirito, di corpo), condivisione, previsione/proiezione. Avvistare il futuro in una scintilla di sport, spronare a superare la difficoltà, sopperire al calo di passione. Dare accoglienza, abbracciare, consolare, cancellare i pensieri negativi. I padri protettivi che sostengono i figli senza cattiveria, come Sebastiano col figlio Luigi Busà, oro nel karate: "Ero molto ciccione, mi piaceva mangiare, a 13 anni pesavo 94 chili ed ero più basso di adesso. Solo mio padre vedeva in me qualcosa di speciale". O Antonio Boari, il papà della tiratrice con l'arco di bronzo Lucilla Boari, che a Il circolo degli anni su Rai2 ha riassunto il suo ruolo di sostenitore/fan in poche semplici parole: "I genitori sono i primi allenatori che conducono per mano i figli e gli insegnano tante cose, ma poi sono i figli a fare le proprie scelte, e in nome dell'amore nei loro confronti bisogna rispettarle e lasciare che la loro vita vada avanti. Tutti possono diventare campioni nelle piccole sfide di ogni giorno". Ma quando non si raggiunge il proprio massimo desiderato, il genitore resta sempre il primo scoglio da superare, più di qualunque allenatrice o preparatore. "Non ho il coraggio di prendere in mano il telefono, non so cosa dire a mio padre" ha detto Kenichiro Fumita, lottatore giapponese argento nella lotta greco-romana. Come tutti noi, figli del mancato obiettivo.

Justin SetterfieldGetty Images
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