"Nacque così 'Senza fine' e il nostro amore, che è stato ed è proprio così"

Ornella Vanoni, Gino Paoli e quella canzone: intervista alla cantautrice protagonista del docu-film biografico presentato a #Venezia78.

Cosa ti manca? Chiede Elisa Fuksas a Ornella Vanoni in Senza Fine, il film-documentario a lei dedicato in cui la racconta al meglio, nella sua versione più autentica e insolita, appena visto a Venezia. E lei: “Mi manca la tenerezza, mi mancano le carezze, l’abbraccio. Vivo da sola per scelta, da tanti anni ormai, da quando ne avevo 62. Basta, è andata così. Ho avuto una grandissima delusione, ma è stata colpa mia. In amore sono sempre andata ‘di furia’. Del resto, in quei, casi non sono formale, ma sono spudorata, si sa”. Non sarà stato certo facile per la regista romana riuscire a convincere una delle cantanti italiane più amate, un’elegante ed energica quanto esigente signora di 86 anni, ad essere ‘rinchiusa’ nelle Terme di Castrocaro per essere poi ripresa giorno e notte, tra massaggi, nuotate, letti bianchi come le lenzuola, gli accappatoi e i costumi, tra pranzi e cene, fumate in stanza, passeggiate, litigate e primi piani, tra realtà e sogni, ma alla fine – che bello, per lei e per noi che lo abbiamo visto - ci è riuscita. Nel mezzo, c’è lei che si trucca o che è truccata (da Adriana Panio), che ascolta o che ascoltata, quasi sempre consigliata (dal medico della struttura o dai ragazzi della produzione, Attila Mancarella e Giulio Donato), ma, soprattutto, tante canzoni, sue e non solo, a cominciare da quella che da’ il titolo al film - prodotto da Tenderstories, Wildside e Indiana Production – che le scrisse Gino Paoli. “Cosa è successo quando vi siete incontrati?”, le viene chiesto. E lei: “È successo un casino”. “Ero appoggiata a un banco –ricorda - vestita tutta di nero. Ero ancora molto Strehler, molto Rive Gauche e ascoltavo mentre suonava Il cielo in una stanza. Di lui dicevano tutti che fosse un frocio che scriveva delle cagate tremende. Poi, un bel giorno, andai a trovarlo e gli dissi se mi scriveva una canzone. Mi rispose di sì, ma prima riuscii a chiedergli: ma non sei frocio? E lui: ma non sei lesbica? No, rispondemmo entrambi, scoppiando a ridere. Nacque così Senza fine e il nostro amore, che è stato ed è proprio così”. “Ero timidissima – aggiunge quando la incontriamo al Lido dove il film è stato presentato come Evento Speciale delle Giornate degli Autori, poco prima di ritirare il Premio alla Carriera SoundTrack Stars Awards. “Oggi non so davvero dove sia finita questa timidezza”.

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Prima di Paoli, c’era stato Giorgio Strehler, conosciuto alla Scuola del Piccolo Teatro. “Avevo 19 anni, non cercavo di certo marito – precisa lei nel film scritto dalla Fuksas con Monica Rametta, dove ci sono anche Vinicio Capossela, Samuele Bersani e Paolo Fresu. “Arrivò questo Strehler e mi fa: hai un grande talento, ma non hai i nervi per reggere. Pochi mesi dopo mi disse ‘ti amo’ e ci mettemmo insieme, ma a Scuola ci dissero: ‘o l’uno o l’altra’. Dato che volevano me, mandarono via lui che ne fu sollevato. Iniziai a cantare le sue canzoni grazie a Gino Negri che mi disse che ero intonata, ma poco dopo scappai in piazza Beccaria dove trovai tanti ragazzi giovani che ridevano e cantavano musica leggera. Decisi che l’avrei cantata anche io”. Forte e decisa, lo è, ma solo in apparenza. “Quanto è difficile essere Ornella Vanoni?”, le chiediamo. “È stato difficile, ma oggi è facilissimo. Convivo con me stessa piuttosto bene, mi conosco a memoria. Sono rinata tante volte. Dopo le mie grandi e gravissime depressioni – la depressione è una gabbia terribile - sono nate sempre nuove idee per fare uno spettacolo o un nuovo disco. Il mio principale difetto? Che non dimentico niente. Una mia amica un giorno mi disse: ‘ecco perché sei sempre così stanca, perché ti ricordi tutto!’. È proprio così: mi ricordo gioie e dolori. La memoria è importante e fin quando c’è, beh, che dire: sono felice!”. Nel ripercorrere la sua vita, “che è stata una fiaba”, riflette anche sull’oggi mentre il cane nero Ondina – “che secondo il pedigree avrebbe dovuto chiamarsi Lorelai, l’Ondina del Reno, ma col cavolo che l’ho chiamata così ! – le fa le feste o si butta in acqua per nuotare (“è una sirena, proprio come me”). “Sto vivendo una vecchiaia per niente angosciante – tiene a precisare – la cosa importante è che sono viva. Mi sono liberata di tanti taboo e oggi mi diverto, ma cerco sempre di far divertire anche gli altri”. Si diverte molto lo spettatore in questo film, perdendosi tra le sue movenze, frasi e l’inconfondibile voce tra immagini (a colori) di oggi e quelle (in bianco e nero) di repertorio. Ornella ci confessa poi di non capire come mai uno dei brani più amati del suo repertorio sia L’Appuntamento, “una canzone così triste”. “Probabilmente, la frase iniziale - ho sbagliato tante volte - fa sì che ci si identifichino tutti, compresi i bambini di 10 anni”. A lei è capitato di sbagliare, racconta, quando Toni Renis insisteva per farle cantare Grande grande grande. “Non mi convinceva, lui insisteva, vedrai, diceva, sarà un successo. E, infatti, l’ha cantata Mina ed è andata proprio così”. “Con Elisa - aggiunge - non ho recitato: sono stata io e basta. In alcuni momenti ho pensato di morire, come girare appunto in piscina dopo cena. Ma siamo matti? Poi è riuscita a convincermi, perché è più matta di me. Però diciamolo pure: mi sono stancata molto e sono stata molto generosa”. Sembra poi generosa, di nuovo timida, davanti un grande specchio a cui chiede: “Chi è la più bella del reame?”, rispondendosi però da sé: “Ancora Biancaneve? Brutta stronza!”.

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