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Milano, l’architetto Daniel Libeskind si confessa

Quello che non avete mai saputo sull'archistar di CityLife.

Daniel Libeskind
Filippo Romano

Milano, Daniel Libeskind si confessa. E ci rivela che lavoro faceva prima di diventare architetto, e di progettare mezzo mondo, complesso residenziale e torre di CityLife compresi.

Quando scopri che un archistar ama la musica certo non ti scomponi. Magari non vai a pensare che quella stessa persona, prima di essere un pluripremiato progettista fosse un musicista professionista che “ai tempi dei concerti guadagnava più di oggi se contiamo il lavoro in ore”. Ebbene sì, parola di Daniel Libeskind, a 5 anni suonava la fisarmonica ed era considerato un prodigio, poi ha solo “cambiato strumento espressivo” e ha mappato tutto il globo con le sue architetture audaci. Per lui l'architettura è “Un'estensione della musica che mi ha salvato la vita, sopratutto suonare la fisarmonica” dice “se no non avrei mai fatto l'architetto”.

Come si suona la fisarmonica? Imparare a usare uno strumento sul serio non è un hobby. È amore per la musica, abilità, comprensione, esercizio. Devi saperne studiare la complessità. Perché la musica è come l'architettura, è molto precisa, non tollera approssimazioni, è una connessione matematica e scientifica.

Si esibiva? Certo, da quando avevo 17 anni. Ho suonato con autori famosissimi come Ashkenazi, usando strumenti bizzarri.

La musica salva la vita? A me l'ha salvata, non avrei mai fatto l'architetto. Anche se sono due discipline diverse hanno un solo obiettivo, comunicare al cuore. E poi il nostro senso dello spazio risiede nell'orecchio. Ogni edificio, ogni stadio, ogni quartiere va studiato dal punto di vista acustico perché è uno dei sensi che ci connette di più con noi stessi e con ciò che siamo. Per la città di Francoforte ho inventato un progetto che si chiama One day in Life, commissionato dal Lincoln Center (sarà il 21-22.5, ndr), che porterà 24 ore su 24 la musica e grandi performer in luoghi inusuali come in un bunker nazista e un ambulatorio, suoneranno un requiem in una fabbrica, un Luigi Nono nei sotterranei segreti della National Library.

Perché ha detto che Milano è “The place to be”? Perché è una città piena di energia, dove stanno succedendo cose, c'è molta creatività. La Milano tradizionale si sta connettendo al contemporaneo.

Ha un casa, uno studio, un figlio che lavora a Milano. Come sono i milanesi? Sono molto sofisticati, non mi sento molto lontano da New York quando sono qui. Sicuro? Niente affatto, non sto parlando di superficie, ma di persone intelligenti, che capiscono e guardano dove va il mondo.

Quale tra i mille progetti in corso sente di più? Quello di CityLife a Milano è molto ambizioso perché riguarda la metamorfosi di un intera area nel centro della città, ed è anche un modello di come fare i conti con il risparmio energetico, la tecnologia, la sostenibilità che mette Milano sul piano delle grandi metropoli.

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Filippo Romano

Ritratto dell'architetto nel quartiere CityLife.

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Filippo Romano

La Torre dell'architetto sarà inaugurata quest'anno nel quartiere di CityLife.

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Alberto Fanelli

Il complesso residenziale progettato dall'archistar nel quartiere CityLife.

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