"Nessuno sentiva il bisogno della mia linea beauty ma...", Lady Gaga

Cosa/come/dove/quando sarà lanciato Haus Laboratories, il make up brand della regina del pop dall'"inclusività assoluta".

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Courtesy Hauslabs.com

L'anteprima esclusiva è stata di Business of Fashion, al quale Lady Gaga ha rivelato il lancio della nuova linea di beauty, Haus Laboratories (ordinabile dal 15 luglio su Amazon fino ad esaurimento scorte, con le prime spedizioni che partiranno però a settembre), immaginata insieme alla sua truccatrice di fiducia Sarah Tanno, già ambassador del make up di Marc Jacobs. "Non che qualcuno senta il bisogno di un altro marchio", ha esordito con la solita spiazzante sincerità Gaga, nata Stefani Angelina Joanne Germanotta, "ma Amazon mi ha dato la possibilità di sviluppare un prodotto alle mie condizioni: quello dell'inclusività assoluta. Sicuramente non ho intenzione di mettere sul mercato un brand che instilli insicurezza nelle donne: qui si tratterà di liberazione, di vedersi e immaginarsi alle proprie condizioni".

La prima avventura business indipendente della newyorchese dell'Upper West Side con sangue italiano nelle vene (suo nonno paterno si trasferì nel 1908 da Naso, provincia di Messina) è stata anticipata da un video di Daniel Sannwald, e sarà distribuita anche tramite il sito dedicato, arrivando in 3 continenti e 9 paesi, inclusi America, Francia e Germania. E non stupisce, che la cantante dei record abbia scelto proprio il settore della bellezza. Molto più di Rihanna, che con Fenty Beauty ha già dimostrato la bontà dell'operazione, Stefani ha utilizzato fin dagli inizi il make up come strumento di “liberazione e rivelazione”, trasfigurando il volto con maschere a volte simili a quelle kabuki, tirando fuori dalle abbondanti insicurezze che accompagnano la fase della tarda adolescenza, la performer destinata a creare una legione di fan, ribattezzati “little monster”. E sono proprio quei primi giorni, quelli delle esibizioni nei bar scalcagnati del Lower East Side, tra drag e ballerine di burlesque - che scandalizzarono persino suo padre - quelli che l'artista ricorda, nella didascalia con la quale ha presentato Haus Laboratories su Instagram.

Estensione vocale da mezzo soprano, dopo aver frequentato la scuola cattolica femminile Convent of the Sacred Heart, è stata sua madre, casalinga di origini franco-canadesi, a convincerla a tentare la strada della musica. Riservata, diligente, timida, a 15 anni appare nell'episodio Piccoli boss crescono ne I soprano, per poi iscriversi alla Tisch School of Arts, che ha formato un elenco di premi Oscar troppo lungo da citare per intero: tra gli ex studenti si annoverano, in ordine sparso, Woody Allen e Mahershala Ali, passando per Angelina Jolie, Whoopi Goldberg e Martin Scorsese. Stefani ha una formazione rock, ascolta i Pink Floyd e i Led Zeppelin, Bruce Springsteen e i Beatles, ma quella sua carriera non riesce a prendere il volo. Segretamente, forse, lei dà la colpa a quel viso lontano dai classici canoni di bellezza, al profilo importante, alla sua totale unicità. La Def Jam la mette sotto contratto per 3 mesi, poi l'accordo è rescisso. A vedere molto più lontano del boss L.A. Reid - che comunque poi ammetterà che quella sua mossa è stato “l'errore più grande della sua vita” - è la Interscope, che la assume come cantautrice. Lavora dietro le quinte, apre i concerti dei Take That - riesumati dai sogni adolescenziali degliaAnni 90 - e dei New Kids on the block. A fine serata, ritorna ancora nei suoi bar del Lower East Side, continuando a insistere su quella carriera solista nella quale è la sola a credere. Ad un certo punto, però, la Interscope la premia, permettendole di incidere il suo brano Just Dance, facendole girare un video a Los Angeles. Da lì parte quella carriera composta da sei album e molti più record. Born this way, il singolo tratto dall'album omonimo, è il più veloce della storia a vendere 1 milione di copie su iTunes (risultato raggiunto in soli 5 giorni). Bad romance è dieci volte disco di platino, la sua esibizione durante l'half-time del Superbowl del 2016 (la seconda, dopo quella nella quale ha aperto il match cantando l'inno americano), è, secondo il Time, la migliore dopo quella di Michael Jackson del 1993, e la seconda più vista nella storia (117, 5 milioni di spettatori su Fox). Un evento che richiede alla cantante dedizione assoluta, e che infatti è la conclusione del documentario distribuito da Netflix Gaga: Five foot two.

La produzione è uno spaccato senza filtri su cosa voglia dire, essere Lady Gaga: l'unica a potersi paragonare - come fama certo, ma anche come abnegazione totale al mestiere, a Beyoncé - ha però costruito la sua carriera anche sulla sperimentazione con la moda, tanto da essere paragonata, oggi, a creativi idolatrati dal fashion system e dagli studiosi di storia del costume, come Leigh Bowery o Isabella Blow. E infatti come Isabella Blow, adorava Alexander McQueen, con il quale lavorava spessissimo (ed è stata forse l'unica performer o celeb a riuscire ad indossare, a degli eventi pubblici, le armadillo shoes, temute, per volumi e altezze, persino dalle modelle di professione. Donatella Versace l'ha amorevolmente definita una sua versione giovane, una “fresh Donatella”, per la sua audacia nell'andare oltre i limiti (come quella volta che cantò Paparazzi, ad un MTV Music Awards del 2008, mettendosi una corda al collo e facendo colare del sangue finto del reggiseno, a simboleggiare il prezzo che quella fama mondiale a cui anelava all'inizio, ha portato con sé). Certo, alla storia non sfuggirà il suo vestito fatto di carne (pensato insieme all'amico e stylist Nicola Formichetti, ex direttore creativo di Thierry Mugler e Diesel), ma i messaggi lanciati dalla cantante con ogni sua uscita pubblica, tramite discorsi o anche tramite ciò che indossa sono molto più complessi.

Capace di mantenere la lucidità, nonostante un successo che ha pervaso qualunque angolo della sua vita pubblica e privata, Lady Gaga ha saputo, ad ogni album, reinventarsi, rimanendo sempre se stessa. Se gli inizi di The Fame (2008) e Fame Monster (2009) ruotavano ideologicamente intorno alle ossessioni della società moderna - sesso, droga, religione, anelito al successo, solitudine e dipendenze - Born This way (2011) celebra quell'unicità dalla quale voleva affrancarsi agli inizi. Art pop (2013) ha poi esplorato quella sua attitudine a farsi performance artistica vivente (e in questo caso si fa aiutare da Jeff Koons, Marina Abramović e Inez & Vinoodh, che in occasione della presentazione del lavoro, il 10 novembre, creano delle opere ad esso ispirate, in un evento che coniuga musica, danza e arte contemporanea). Con Cheek to cheek (2014) è tornata alle origini delle sue ossessioni musicali, duettando su note di classici jazz con il crooner Tony Bennett (feticcio anche di un'altra icona contemporanea e ormai eterna, Amy Winehouse), mentre Joanne è l'ultimo lavoro, quello più intimista, e che in effetti ha come titolo il suo secondo nome. Ormai senza più molto da provare al pubblico, qui, una Stefani pacificata ha abbandonato i costumi di scena, gli eccessi stilistici e gli esperimenti al limite del possibile, per far brillare solo la sua voce. E senza trucchi, in purezza, l'ha voluta anche Bradley Cooper quando l'ha scelta per il ruolo di A star is born, il primo lungometraggio nel quale l'attore si è misurato con il ruolo di regista. La storia del film, che ha già visto diversi remake, ma mai il successo definitivo di questa rappresentazione, in effetti ricalca abbondantemente la vita personale della 33enne di New York, e mette in mostra un talento cinematografico impensabile per un'esordiente (anche se, a dire la verità, aveva già recitato in Machete Kills di Robert Rodriguez nel ruolo della criminale La Chameleòn e nel telefilm American Horror Story: Hotel di Ryan Murphy). Vince l'Oscar per la migliore canzone, Shallow, scritta insieme al produttore Mark Ronson, e le sfugge per un soffio quello di miglior attrice.

La più polimorfica tra le performer esistenti – Rihanna non ha avuto molto successo con la carriera di attrice, nonostante l'hype che ha accompagnato qualunque sua apparizione, da Ocean's Eight a Guava Island con Childish Gambino, e Beyoncé, da perfetta Vergine, che non si cimenta con qualunque tipo di impegno se non è certa di poterlo fare meglio di tutti, non si è mai davvero messa alla prova con il grande schermo – non ha mancato di impegnarsi per le più variegate cause sociali, dal bullismo ai suicidi giovanili, passando per i diritti LGBT, di cui è indiscussa icona. Non si tratta qui, di un supporto blando, fatto passare per qualche post su Instagram: in Russia ha rischiato di farsi arrestare durante un concerto per aver espresso posizioni sullo spinoso capitolo - almeno nel paese di Putin - dell'omosessualità, è dichiaratamente sostenitrice del Partito Democratico, ha contribuito in maniera fondamentale all'abrograzione del “Don't ask don't tell”, che vietava alle persone trans di arruolarsi nell'esercito (purtroppo re-introdotta dal governo Trump), e si è molteplici volte esposta a sostegno delle vittime di stupro. Violentata ad appena 20 anni da un uomo di 20 più grande di lei, ha avuto il coraggio di raccontare la sua storia di sopravvissuta, scrivendo con Diane Warren la canzone Till it happens to you, eseguita poi sul palco degli Oscar nel 2016 insieme a 50 giovani donne e uomini vittime di stupro. Posizioni che l'hanno poi resa ancora più fragile di fronte alle critiche che sono arrivate recentemente, di fronte allo scandalo riguardante R. Kelly, il musicista con il quale Gaga ha collaborato ad un brano di grande successo What u want, e accusato di pedofilia e pedopornografia, così come di aver ridotto in schiavitù le diverse donne con le quali viveva. Accuse, inizialmente espresse dal documentario Surviving R. Kelly, uscito a marzo, che hanno stupito pochissimi - la condotta criminale del cantante era nota nell'ambiente, ma nessuno tra i suoi colleghi famosi ha mai avuto il coraggio di esporsi, per paura di ritorsioni, fatta eccezione per John Legend, unico che ha accettato di partecipare al documentario, condannandone pubblicamente le azioni. Lady Gaga a quel documentario si è sottratta, un errore che ha dovuto ammettere quando il cantante è stato arrestato (e poi scarcerato su cauzione, ma è notizia di due giorni fa che si sono di nuovo aperte per lui le porte del carcere con le accuse di traffico sessuale), eliminando da tutte le piattaforme musicali quel brano, e scrivendo un messaggio di scuse ufficiali: “Non posso tornare indietro, ma posso andare avanti e continuare a sostenere le donne, gli uomini e le persone di ogni identità sessuale e razza che sono vittime di aggressioni sessuali. Rimuoverò da iTunes e da tutte le piattaforme di streaming la canzone e non lavorerò mai più con lui. Mi dispiace, sia per la mia decisione sbagliata di quando ero più giovane, e per non aver parlato in tempo”.

Decisa, e pronta a venire a patti con i suoi errori, la sua vita sentimentale forse ha risentito della fama mondiale, alla quale non si sfugge (persino Beyoncé ha dovuto sostenere il peso di un tradimento divenuto pubblico, e Rihanna, molto intelligentemente, cela con discrezione la relazione che porta avanti da più di due anni con Hassan Jameel). Dopo la relazione con l'attore Taylor Kinney, si è concluso anche il fidanzamento con il suo manager Christian Carino. Nulla a che vedere con la chiacchierata rottura tra Bradley Cooper e Irina Shayk: semplicemente, Lady Gaga è andata oltre il significato di cantante, trasformandosi in attivista e simbolo. Un ruolo che ha accettato, ma che forse non lascia spazio ad altro. Un talento alieno, dai molti volti, che ha trasformato il suo viso in un'opera d'arte. Una linea di make-up, a questo punto, pare la scelta più logica.

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