La storia di Thomas de Kluyver, il make up artist che ha previsto il futuro (della bellezza)

Il nuovo global make up artist di Gucci: "Non ho frequentato un'accademia professionale, ho sempre truccato ispirandomi a ciò che per me è bello".

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Gucci Courtesy

Tre mesi fa per la sfilata di Gucci Autunno Inverno 2019/2020 su richiesta di Alessandro Michele aveva fatto piangere cosmeticamente alcune modelle tra le quali Ellia Sophia e Sara Hiromi. Dopo averci emozionato con lacrime manifeste/manifesto il truccatore visionario Thomas de Kluyver, il nuovo Global Make Up Artist di Gucci, torna a stupirci con potenti effetti speciali raccolti nel libro All I Want To Be (IDEA, disponibile su ideanow.online e presso Dover Street Market), un libro che racconta soprattutto per immagini la sua visione della bellezza dell'imperfezione e dello straordinario nell'ordinario e che grazie a parte del ricavato raccolto dalle sue vendita andrà ad aiutare Mermaids UK, un'organizzazione britannica di beneficenza che sostiene i giovani di genere diverso e transgender nel Regno Unito.

Nato a Perth, capitale dell'Australia Occidentale, all'età di 15 anni Thomas de Kluyver, ispirandosi a Beauty Flash di Stéphane Marais e a Makeup Your Mind di François Nars, inizia a sperimentare pigmenti fluorescenti e glitter iridescenti. "Ho iniziato a truccarmi con i miei amici prima di andare ai rave party", spiega il truccatore autodidatta 33enne a Vogue.com raccontando di un incontro che gli cambiò la vita, quello con un make up artist di Mac Cosmetics. "Non avevo mai pensato che un ragazzo potesse fare del trucco la propria professione". Thomas si trasferisce a Londra dove inizia a lavorare in un locale notturno e continua a sperimentare/applicare/indossare glitter e pigmenti.

Da lì a occuparsi del make up per servizi di moda il passo è breve. Ora oltre a essere stato recentemente nominato dal direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, come truccatore globale della maison fiorentina ha dato alle stampe con l'aiuto dell'art director artistico Ben Kelway, del poeta Wilson Oryema e di sei amici fotografi - Sharna Osborne, Zoë Ghertner, Oliver Hadlee Pearch, Fumiko Imano, Lea Colombo e Harley Weir - un volume di 144 pagine dove ha raccolto diversi scatti rappresentativi del suo lavoro/pensiero/credo. "Sono molto legato ai miei collaboratori e ho pensato che sarebbe stato bello catturare il mio lavoro in modo più permanente rispetto a un magazine o a Instagram. Così ho voluto mostrare un gruppo molto eterogeneo di persone, esaminandone l'identità e la vanità e ritraendone la bellezza".

Il filo conduttore dei sei servizi presenti nel libro All I Want To Be è l'inclusività, intesa come diritto di esprimere la propria identità anche in modo radicale. C'è quello ispirato al Technicolor firmato da Harley Weir dove i visi e i corpi di alcune star del cinema giapponese sono "impreziositi" da macchie/pennellate di fucsia e arancio, quello filo-arlecchinesco con sfumature sbiadite di cobalto, cremisi e canarino di Sharna Osborne il cui l'obiettivo era esplorare la mascolinità attraverso il trucco e quello di Oliver Hadlee Pearch che immortala adolescenti che sfoggiano denti macchiati di rossetto e/o ciglia finte. "Volevo catturare l'innocenza, l'imbarazzo e l'ingenuità di essere un adolescente. Proprio quel momento in cui sei in giro da solo e scopri il trucco come tuo strumento di espressione", spiega de Kluyver.

Un'idea o meglio una scoperta/rivelazione che, iniziata da quando adolescente fissava i poster di Courtney Love e Shirley Manson che tappezzavano la sua stanza, negli anni si è fatta sempre più nitida. "Non ho frequentato un'accademia di trucco né avuto alcuna formazione canonica. Ho sempre truccato ispirandomi a ciò che per me è bello. E ora, l'industria sta finalmente abbracciando questo tipo di libertà".

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