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NO, non siamo più in grado di capire da soli se emaniamo un cattivo odore

In un mondo sempre più deodorizzato, cedere al tanfo è inaccettabile. Ma per monitorarsi (e non rovinarsi la reputazione forever) c’è un trucco infallibile.

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Lo studio dei sensi si è sempre sviluppato seconda una precisa gerarchia. Lo vista (alias lo sguardo) è in assoluto quello che ha attirato l’attenzione maggiore perché strettamente legato all’estetica. Anche l’udito è stato spesso trattato con attenzione dai filosofi (riaffermando il pregiudizio platonico), mentre tatto e olfatto soprattutto, sono stati relegati ad approfondimenti meno nobili. Come si legge nel trattato di Alain Corbin, Storia sociale degli odori, l’olfatto è sempre stato svalutato e considerato disutile ai fini della vita sociale. Follia, se si pensa ai tempi moderni.

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Ma è stata l’importanza crescente riservata allo studio dell’aria (inaugurata dallo studioso Lucien Febvre) da parte della chimica e della medicina, a riaccendere l’attenzione sull’universo olfattivo. Si è passato dallo snobismo a un atteggiamento di inquietudine nei confronti degli odori, percepiti come anticipatori di una potenziale minaccia (di infezioni). Ma l’olfatto si è via via trasformato sempre di più nello strumento di verifica e monitoraggio dello stato del corpo.

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Il tema dell’attrazione-repulsione degli odori altrui ha origini lontanissime. Sin dall’antichità, l’intensità dell’odore del corpo era direttamente proporzionale all’intensità del vigore dell’individuo, da qui una certa ritrosia verso l’igiene personale. Ma la modalità di percepire gli odori subì un mutamento epocale alla vigilia della Rivoluzione francese. Scrive Corbin: «con ogni evidenza la rivoluzione olfattiva non poteva che passare per l’epopea del nauseabondo. Il malessere non poteva che essere temporaneo, in quanto implicava la creazione di un ambiente deodorizzato: il nostro». È stato l’affermarsi del concetto di persona a dare vita a una “privatizzazione” degli odori. L’evoluzione ha consacrato corpi sempre più asettici e sempre più profumati, consentendo all’individuo di integrarsi nella società al costo di privarsi di una forte componente istintiva.

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Oggi non c’è giustificazione che regga. Se si produce un odore spiacevole, si deve correre ai ripari all’istante. Per preservare reputazione e per non essere ghettizzato dalla fragrante società moderna. Sacrosanto. Finché l’abitudine non diventi un tic. Ma c’è un problema ben più grande, evidenziato dallo studioso Patrick Allan e spiegato su New York Mag.com: a causa del bombardamento di odori che subiamo quotidianamente, abbiamo quasi completamente perso la capacità di percepire il nostro odore. «È come se il nostro naso stia via via diventando sempre più insensibile. Per sopravvivere in questo universo di esalazioni costanti, non fa più caso a certi odori. L’olfatto si abitua velocemente e velocemente si disabitua».

Come comportarsi, quindi, per tenere sotto controllo, ma soprattutto percepire, il proprio personalissimo olezzo? Un trucco c’è. «Basta prendere un caffè», spiega Allen, «il suo profumo è in grado di resettare l’olfatto e ripulirlo. L’odore del caffè agisce direttamente sui ricettori del naso, stimolandoli».

E fu così che una tazzina di caffè salvò o condannò fior fior di reputazioni…

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