Da quanto si parla di congedo mestruale? Con i dolori mestruali c’è una cosa sola che vorremmo fare: starcene a casa per conto nostro come un’orsa ferita, con un buon libro o una serie tv, magari con un gatto pranoterapeuta acciambellato sulla pancia. Ma tranquille: i dolori mestruali sono una leggenda metropolitana e dobbiamo smettere di lamentarci. Lo aveva annunciato qualche tempo fa su Twitter un gruppetto di ragazzi americani, con una sorta di campagna social in cui accusavano le donne di fingere i dolori mestruali per ottenere vantaggi. Per fortuna quella sorta di negazionismo non ha trovato molto seguito (persino i peggiori misogini lo trovarono impossibile da dimostrare) e oltre ad aver suscitato un po’ di ilarità quando qualcuno di loro ha aggiunto che abbassare la tassa sui tamponi non era giusto, perché le donne devono imparare a trattenere la vescica, la faccenda si è risolta con l’ennesima prova della scarsa conoscenza (e considerazione) che hanno ancora molti, troppi uomini dell’anatomia femminile. Nel frattempo, in Italia quattro parlamentari, tutte donne, provavano a scrivere una proposta di legge per concedere alle italiane il congedo mestruale. La stampa inglese ci lodò con articoli in cui si indicava l’Italia pioniera (cosa insolita) su un diritto civile. Un’esagerazione? Mica tanto. Probabilmente lo pensano quelle che non hanno mai sofferto di ciclo mestruale doloroso, per tutta una serie di motivi di genetica fortunata, o perché praticano un’attività sportiva che alza la soglia del dolore, o perché seguono un’alimentazione ricca di fitoestrogeni naturali. Per le altre ci sono i crampi, il mal di testa, la voglia di spaccare tutto. “Volevamo il riconoscimento della dismenorrea, un problema che affligge il 60% delle donne”, racconta Daniela Sbrollini, oggi senatrice, una delle firmatarie della legge sul congedo mestruale. “Sembra una questione banale, rispetto a tanti altri problemi della società, ma per molte donne è un incubo con cui devono confrontarsi una volta al mese”. Purtroppo quella legge è rimasta nel cassetto, mai discussa, “anche perché eravamo a fine legislatura e non c’è stato tempo. Chiederò a Romina Mura, la prima firmataria del progetto, se non sia il caso di riprovarci”.

La questione se sia giusta o no l'approvazione del congedo mestruale ritorna ciclicamente di attualità in tutto il mondo. Un articolo di The Atlantic del 2016 faceva notare l’eccesso di eroismo che le donne europee e americane si autoinfliggono, perseguitate dalla paura di apparire troppo deboli, troppo delicate, geneticamente inaffidabili. Un po’ di pietà ti viene riconosciuta fino a quando sei a scuola e chiedi l’esonero dalla ginnastica. Poi si butta giù un antidolorifico e si va avanti. Ma quello di negare le differenze fisiche, spesso anche di gusti, fra uomini e donne è un errore condannato ormai da tempo anche da alcune correnti del femminismo. La maggior parte delle donne non vincerà mai un incontro di boxe con un uomo, eppure molti maschilisti affermano che non c’è vera parità di genere se le donne non si sforzano neanche un po’ di sollevare 100 kg. Come se noi chiedessimo a loro di sforzarsi, ad esempio, di partorire (un’impresa che, tra l’altro, rende le donne tutt’altro che deboli). Ma polemiche a parte, il congedo mestruale rimane ancora uno degli ostacoli contro cui rischia di infrangersi il cammino verso la parità, anche perché confermerebbe il luogo comune secondo cui le performance di una donna variano con le fluttuazioni degli ormoni. All’indomani della deludente prestazione alle Olimpiadi di Rio del 2016, Federica Pellegrini dichiarò che quel giorno era in prossimità del ciclo e che questo aveva contribuito all’insuccesso. Altre atlete commentarono perplesse, ribattendo che per loro il ciclo non è mai stato un problema, che una giornata storta capita a tutti, maschi compresi, senza avere bisogno del ciclo mestruale. Dobbiamo davvero giustificarci? “Quando abbiamo presentato la legge”, racconta a MarieClaire.it la senatrice Sbrollini, “abbiamo ricevuto degli attacchi. Non da uomini, né da donne di destra, come ci aspettavamo: ci hanno attaccato le sindacaliste e qualche femminista. Ma noi non abbiamo nessuna intenzione di sminuire le capacità delle donne dichiarando che tre giorni al mese sono inutilizzabili. Tutt’altro. Intanto, quei tre giorni si può concedere il telelavoro, già lavorare da casa fa la sua differenza. Poi, un'azienda di Bristol, la Coexist, che ha provato a inserire il congedo mestruale nello statuto, ha rilevato che al rientro le lavoratrici sono rigenerate in modo così drastico da rendere il doppio esatto del normale e senza sforzi supplementari, tanto da recuperare il lavoro non svolto nei tre giorni di assenza. Senza contare la serenità che genera la consapevolezza di non dovere più attendere il ciclo come un incubo, che ne migliora il rendimento complessivo. È su questo che dobbiamo puntare, se vogliamo dare importanza a questa proposta. Peccato che quando si tratti di questioni femminili, come la tassa di lusso sui tamponi, vengano trattate quasi sempre come capricci. Il motivo? Misoginia da parte di molti uomini, ma anche superficialità da parte di molte donne che pensano così di apparire più forti”.

Congedo mestruale, paesi che lo riconoscono? Dove, per legge, una donna può restare a casa con le mestruazioni? Lasciando da parte i paesi in via di sviluppo più poveri, dove già un lavoro per una donna è considerato miracolo, e dove comunque le donne sono così spesso incinte che le mestruazioni sono un evento sporadico, secondo quanto riferisce The Atlantic, in Oriente è molto diffuso perché è credenza popolare che una donna che non si riposa durante il ciclo rischi di ridurre la propria fecondità. In Giappone è in vigore dal dopoguerra e si chiama seirikyuuka, un delicato eufemismo che vuol dire “congedo psicologico”. È stato istituito per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro alle donne, quando servivano tutte le forze per la ricostruzione postbellica. Confermando il surreale concetto che le guerre, purtroppo, finiscono sempre per rappresentare un avanzamento di ruoli per il genere femminile. Al tempo, per una donna era anche più difficile gestire igienicamente il flusso, per cui oggi che i tamponi si acquistano ovunque, e in molti bagni aziendali si trovano anche dei distributori, il numero di quelle che richiedono il congedo mestruale è calato molto e riguarda ormai solo quelle che subiscono dolori o problemi psicologici. La legge che concede i tre giorni mensili alle donne è entrata in vigore anche a Taiwan nel 2013. Dapprima, qui, la dismenorrea era riconosciuta nella lista di motivi per mettersi in malattia (un massimo di 30 giorni l’anno), ma poi un partito ha avanzato l’ipotesi che si trattasse di discriminazione e la nuova legge ha aggiunto alle donne i 3 giorni mensili. In Indonesia la legge c’è, prevede due giorni di riposo, ma viene violata da molte aziende mentre in altre capita che le lavoratrici vengano umiliate con la richiesta di provare che il ciclo è in corso. Anche in Corea del Sud la legge è in vigore, dal 2001, ma le donne si guardano bene dal fruirne per timore di passare per fannullone, mentre le associazioni dei diritti maschili hanno inscenato proteste per farla abolire perché discriminatoria nei confronti dell’uomo.

In Canada il congedo mestruale non esiste. Molte giornaliste e blogger canadesi, soprattutto quelle affette da endometriosi, hanno versato fiumi di inchiostro (digitale) nel perorare la causa. Anche loro, quando in Italia si parlava della legge proposta da Mura, Sbrollini e da altre due parlamentari, Maria Iacono e Simonetta Rubinato, ci prendevano come esempio. Nel 2015, in Russia c’è stata una proposta di congedo di due giorni ma è stata osteggiata in tutti i modi dalle femministe. Il motivo? Il testo di legge giudicato sessista che riportava, testualmente, “Il dolore per il gentil sesso è spesso così intenso che è necessario chiamare un'ambulanza. Un forte dolore induce una maggiore stanchezza, riduce la memoria e la competenza lavorativa e porta a espressioni colorite sintomo di disagio emotivo”. Il dibattito rimane aperto, anche perché non tutte le donne sono felici all’idea che il proprio capo segua le fasi del loro ciclo. C’è infatti da risolvere anche il problema di una tutela della privacy, che da quando è in vigore, esenta dall’obbligo di riportare sul certificato il motivo dell’assenza per malattia. Dall’altra, sarebbe bello se le donne non dovessero più trattare il ciclo mestruale come un tabù. Forse proprio la richiesta del congedo aumenterebbe progressivamente, nell’immaginario collettivo, la normalizzazione dell’argomento, anche fra gli uomini. La tappa ideologica successiva? Abbandonare la demonizzazione, della menopausa, così come le consolazioni pietose a cui si aggrappano in molte. Negli anni 90 qualche sessuologo ci provò a liberare la menopausa dalla reputazione di “fase difficile della donna”, paragonandolo alla dentizione, o al menarca: semplicemente una fase della vita, che prosegue ancora per molto. Ponendo invece l’accento sui vantaggi della menopausa, come il crollo dell’ossitocina, l’ormone della compassione, senza il quale le donne diventano più scaltre e meno facili da ingannare. L’addio al rischio di gravidanze indesiderate. Ma soprattutto, la scomparsa del ciclo e di tutto ciò che comporta, che pare difficile da rimpiangere. Non hanno ottenuto molto successo. Peccato.