La vaccinazione è una cerimonia civile, come sposarsi di nuovo con la società intorno a noi

Racconto di un momento, e di una fisicità che cambia, ancora.

vaccino
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Alla fine, in una tarda mattinata di inizio maggio, mi sono vaccinato, con qualche mese di anticipo sulla mia classe di età (sono nato nel 1982), perché per il sistema sanitario sono una categoria da proteggere, un personaggio fragile. A Milano c'è un hub per quelli come me nel comando dell'Aeronautica, dentro era tutto marziale ed efficiente, ci hanno mossi per file di sedie come linee del Tetris, dentro una grande stanza in cui nessuno diceva una parola, ognuno con la sua espressione di elaborazione sotto la mascherina, le sue personali considerazioni su come finisce una pandemia, cinquanta persone e nessun tentativo di conversazione, una bolla a testa per prepararci, credo, con solennità, perché la vaccinazione è una cerimonia civile, come sposarsi di nuovo con la società intorno a noi. Nel mio caso era un ordinato assembramento di esseri umani a vario titolo fragili, una categoria che nella vita, se ti tocca, tendi ad abitare con riluttanza, dicendo «Sto bene» sempre più del necessario. Dopo la puntura e il quarto d'ora accademico di attesa, ho pubblicato una cosa sui social e un paio di persone mi hanno scritto:

te li porti bene i tuoi 60 anni!

Nei miei quindici anni di «fragilità» ho sposato la condizione con qualcosa che credo si chiami pudore, non è proprio un segreto ma non è nemmeno una cosa di cui parlo spesso, è solo una cosa del mio corpo, danneggiato e riassemblato con creatività chirurgica, qualche cicatrice ormai sbiadita, qualche ciclico spavento e l'ansia di morire che in fretta è diventata attenzione, poi solo cautela, per lunghi periodi soprattutto una cautela distratta, finché un coronavirus non ha messo una taglia sul mio sistema immunitario. Mi è successo, in queste settimane, di scoprire o ricordarmi la fragilità di persone giovani che conosco e che ho visto - da vicino o da lontano - vaccinarsi per tenerla lontana. Quella fragilità, nella loro come nella mia vita, ha la posizione di una crepa del muro, di dimensioni variabili a seconda del casino occorso, in generale non la si può coprire ma non la si deve nemmeno per forza guardare ogni giorno, tutti i giorni. Nella fila Tetris all'Aeronautica provavo a immaginare le condizioni mediche di quei più o meno coetanei in attesa. Mi sono chiesto cosa li avesse portati fin qui, quali proiettili avessero schivato. Queste settimane sono state un atlante delle crepe, chi ne aveva ha fatto un passo avanti, ha offerto la tessera sanitaria in pegno ed è tornato a casa con uno scudo nuovo.

Poi sono andato a pranzo e ho smesso di nuovo di pensarci, avevo solo un dolore al braccio di cui occuparmi

Non l'ho mai chiamata fragilità, non l'ho mai chiamata in nessun modo, ma immagino che una parola vada bene come un'altra, quindi fragilità sia. Trovare la giusta distanza dalla fragilità, quando sei giovane (ed ero proprio giovane, quindici anni fa, non giovane come in Italia per sempre, giovane e basta), può essere un lavoraccio. Se la catena è lunga ti metti nei guai, se è corta non vivi, alla fine è come con le riaperture, la pandemia ha reso una questione pubblica tutti quei nostri dibattiti privati su come vivere, le nostre trattative interiori con la vulnerabilità fisica. La mia è iniziata tutta insieme, un attimo prima non c'era, un attimo dopo era tutto, perché è stata l'effetto di un incidente stradale, una di quelle cose che non pensi mai succederanno a te e poi succedono proprio a te. Mi ha tolto un organo e mezzo, lasciato un reticolo di cicatrici come una mappa tattile inuit, una membrana artificiale a tenere unito quello che l'asfalto aveva separato e una serie di raccomandazioni lunga quanto il testo sacro di una religione monoteista su cosa potevo fare, dove potevo andare, cosa non potevo mangiare e così via. Va detto che in questi quindici anni ho avuto brevi stagioni in cui ho fatto il bravo e molte altre in cui le ho disattese tutte, le mie raccomandazioni sanitarie. Mi è andata più o meno bene, il mio Comitato tecnico scientifico interiore ha accumulato anni di frustrazione che mi hanno reso solidale con l'esasperazione di quello vero. Ho passato mesi a pensare: «Vi capisco, Locatelli & Speranza, è difficile, non ascoltano mai», e anche a chiedere un po' scusa, a dire che la gente è fatta così, la distanza giusta non la si trova facilmente. A volte correggi la cautela, più spesso la distrazione, non c'è un dosaggio consigliato. Ti danno una lista di cose da fare e poi vai sempre a occhio.

Sono stato molto fortunato, quindici anni fa.

Mi hanno sempre detto che dovevo considerarmi un miracolo, ma io l'ho dimenticato subito ogni volta, perché i miracoli sono belli ma poi non ci vivresti mai, la vita si vive su una scala piccola, che va dalla colazione alla buonanotte, quindi tutto diventa normale e dopo un po' invisibile, ti mescoli agli altri e va bene così. L'adrenalina del miracolo la spendi tutta insieme, poi si esaurisce. La pandemia è stata - tra le tante altre cose - un promemoria del mio incidente, ci ho pensato molto più che negli anni precedenti, ci sono state considerazioni, precauzioni ed è tornato a galla anche un residuo di adrenalina, una riserva che non sapevo di avere. Mi sono ricordato quanto fossi stato, tutto sommato, davvero fortunato ad aver avuto altri quindici anni quando sembrava non avrei avuto nemmeno altri quindici minuti. Non facevo questi pensieri da tantissimo tempo, ma mi è venuta una certa smania di proteggere la fortuna, così la cautela distratta è tornata a essere cautela, e poi è diventata attenzione, a un certo punto perfino paura, un calcolo delle statistiche a mio sfavore, una puntigliosa autovalutazione delle mie probabilità di arrivare alla fine della pandemia senza passare da una terapia intensiva, anche perché ci ero stato già ai tempi e ne ho conservato ricordi allarmanti, non un posto dove tornerei. L'ho tenuta per me, la smania, ho fatto l'attenzione che ritenevo giusto avere (né tanta, né poca, la mia, come sempre, come tutti) e poi è arrivato il vaccino, che mi ha dato un senso di gratitudine enorme, espanso, come quando pochi giorni prima del Natale del 2006 uscii dall'ospedale tra una generale incredulità. La sfangai, senza meriti personali particolari. Ricordo che ringraziai tutti quelli che potevo ringraziare, mi sembrava di non aver dato niente in cambio, decine di persone avevano lavorato per mesi giorno e notte perché potessi uscire sulle mie gambe e con un futuro e non avevo niente se non un mucchio di grazie a facce e nomi che poi avrei dimenticato. Mi sono tornati in mente, quando un medico della mia età mi ha detto: braccio sinistro, Pfizer. Così? Non posso fare niente in cambio? Niente, magari solo fare più attenzione alla mia fragilità, attenzione che a occhio non farò.

Così ho detto di nuovo grazie e l'ho portata fuori di lì.

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