Lo strano caso dello Stato americano con il più alto numero di uteri in affitto (perché e quanto costa)

Da un documentario a una certezza: il business nell’Idaho mormone con un capitale da investire.

utero
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Al giorno d'oggi, quali opzioni ha una donna con problemi di fertilità per diventare madre ma che non vuole contemplare l’adozione? Una volta la risposta era l'India. Una volta, fino al 2015, chi desiderava avere un figlio con il suo stesso patrimonio genetico poteva approfittare dei prezzi convenienti dell'industria della surrogazione asiatica. Dopo due anni di accesi dibattiti la legislazione indiana è intervenuta per fermare lo sfruttamento del sistema da parte di coppie occidentali e dal 2018 ha proibito definitivamente ogni forma di maternità surrogata a pagamento e limitato quella volontaria e gratuita.

Nonostante le restrizioni, la domanda non è diminuita e così l’industria si è spostata, questa volta in Ucraina. Nella maggior parte dei paesi europei, Italia inclusa, la maternità surrogata a fini commerciali è vietata, mentre la pratica è legale ed economica in Ucraina, dove abbondano anche le offerte sottobanco. Secondo le leggi locali solo coppie eterosessuali sposate ufficialmente e con comprovata impossibilità di concepimento possono accedere a questi servizi. Gli Stati Uniti sono stati tra i primi a sdoganare la surrogazione gestazionale a pagamento, in cui l'embrione fecondato in vitro che in genere porta il patrimonio genetico di padre e madre (o di uno dei due), viene impiantato nella madre surrogata, letteralmente un utero in affitto. Ancora una volta le celebrity sono state determinanti nell’accettazione pubblica di un tema controverso. Chi ha la memoria lunga o qualche giornale di gossip dimenticato nella borsa da spiaggia si ricorderà delle gravidanze di Sarah Jessica Parker (due gemelle nel 2009) e Nicole Kidman (2010), seguite dall’ondata dei papà gay, tra i primi Ricky Martin nel 2008 ed Elton John nel 2010. Copertine e siti di gossip nel corso degli anni hanno contribuito a normalizzare una questione eticamente delicata, al punto che la scelta di Kim Kardashian di non partorire uno dei suoi figli non ha fatto più notizia.

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La facilità con cui una donna americana possa mettere a disposizione di sconosciuti il proprio apparato riproduttivo al fine di procreare, ma al tempo stesso le venga negato dalle istituzioni il diritto al controllo totale del proprio corpo, è sintomatica della schizofrenia morale in cui gli Stati Uniti sono incagliati da anni. Nell'America di oggi ancora si vedono le conseguenze della purity culture predicata nelle chiese evangeliche negli anni 1990-2000, tra anelli di castità promossi dalle star Disney e lotta ai pensieri impuri. Nell’America di oggi il vice presidente Pence si rifiuta categoricamente di cenare da solo con una donna. Nell’America di oggi i datori di lavoro possono rifiutarsi di pagare certe spese sanitarie dei dipendenti, come per esempio la pillola anticoncezionale, per questioni “morali”. Nell’America di questa settimana, un informatore ha denunciato alle autorità il numero allarmante di isterectomie che hanno operato sulle donne immigrate nel centro di detenzione di Ocilla, Georgia.

Il dibattito sul controllo del corpo delle donne non si è mai fermato, raggiungendo livelli preoccupanti in aree specifiche come il Texas rurale, dove è stato messo a rischio il diritto all'interruzione di gravidanza. O più crudamente: l’aborto è ancora legale ma non si trovano più le cliniche. Perfino Hollywood, che notoriamente si muove con la lentezza di un bradipo distratto sui temi di attualità, ha iniziato a raccontare storie sul tema ormai scottante da anni. Solo al recente Sundance Film Festival 2020, quando ancora si andava al cinema serenamente, il vincitore del premio speciale della giuria è stato proprio Never Rarely Sometimes Always, un film di stampo neorealista che evita ogni tipo di predica sul tema, concentrandosi sul potere dell'empatia tra due cugine minorenni che, squattrinate, dai campi della Pennsylvania finiscono a New York per l’aborto di una delle due.

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Se la confusione legislativa e il perenne conflitto tra potere federale/statale/locale (e religioso) sono la causa dell'esistenza di città-santuario dove gli aborti sono impossibili, dalla parte opposta dello spettro questa mancanza di norme ha favorito lo sviluppo del business della surrogazione gestazionale nel quieto Idaho, uno stato (semi)conosciuto per le coltivazioni di patate e cipolle, la pesca sportiva e … il Ku Klux Klan. Come racconta il documentario di Beth Aala Made in Boise, recentemente candidato per un Emmy come miglior documentario, la nuova capitale della maternità surrogata a pagamento si trova proprio nell’idilliaca città di Boise, Idaho, popolazione 230.000 persone, dove solo nel 2018 un centinaio bambini sono nati tramite agenzia. Cosa ha favorito questo boom di uteri in affitto in uno stato tradizionalmente rosso (leggi: repubblicano e conservatore fino al midollo)? Innanzitutto Boise ha una popolazione particolarmente in salute rispetto alla sconcertante media americana. Grazie a un clima secco, aria pulita, piste da sci dietro l'angolo, campi da tennis sempre aperti al pubblico e chilometri di piste ciclabili, le donne boisiane si tengono in forma facilmente in una città tranquilla e molto vivibile.

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Poi c'è la delicata questione religiosa: una buona fetta della popolazione frequenta le Chiese di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, comunemente note come Chiese mormone o LDS, di cui sono in realtà un sottogruppo. In generale il Mormonismo, sebbene non sia mai stato riconosciuto come confessione cristiana, è una religione fortemente patriarcale - nota soprattutto per aver promosso in passato la poligamia - la cui sede trova in Salt Lake City, nello stato confinante dello Utah. Non stupisce quindi che le donne mormone di oggi, spesso casalinghe con una prole numerosa da accudire e da sempre profondamente contrarie all’aborto, siano tra le prime a offrire il proprio utero per coppie in difficoltà. Salvo imprevisti, possono proseguire con la loro vita e allo stesso tempo contribuire alle spese di casa senza abbandonare il focolare domestico.

Come può allora non esserci attrito tra queste madri in affitto, iper religiose e talvolta bigotte, e i loro principali clienti, ricche coppie omosessuali e liberal che, sempre per questioni “morali”, non vengono accettate in Ucraina per avere un figlio? Il documentario non affronta direttamente la questione, ma è chiaro che una piccola percentuale delle madri in affitto è consapevole del problema e così chiedono esplicitamente di poter aiutare coppie gay. Un ruolo determinante ricade poi sull'agenzia, che con valutazioni psicologiche e questionari dettagliati cerca di accoppiare al meglio candidate e futuri genitori.

Infine, la motivazione più ovvia che ha già determinato il successo dell’India prima e dell’Ucraina poi: le donne dell’Idaho costano poco. Se una madre surrogata scelta tramite agenzia in altri stati confinanti può arrivare a costare 200.000 dollari, con solo 120.000 in Idaho garantiscono lo stesso servizio. Di questa cifra le madri in affitto guadagnano circa 23.000 dollari contro gli 12.000 di una donna in Ucraina, una parte in anticipo alla conferma di un feto sano e il resto rateizzato nei mesi successivi fino all’eventuale parto.

La concorrenza è però in arrivo e Boise potrebbe presto perdere il suo primato e tornare a essere la capitale dello Stato delle Patate. Dal 2019 molti stati americani stanno lavorando con una certa fretta per regolamentare la maternità surrogata a pagamento e accaparrarsi una fetta di questo nuovo mercato, che al momento rimane completamente illegale in Michigan e New York. Finché i prezzi dell’offerta saranno bassi, la domanda continuerà ad arrivare e i bambini a nascere.

*** Fabiana Mariani 37 anni, è docente di storia contemporanea a Boise, dove vive da sette anni.

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