Ha sempre fatto la fotografa, tanto che i suoi amici da piccoli la chiamavano la cinese, perché portava sempre con sé la macchina fotografica. Alessia Spina, classe 1989 originaria delle Marche, ha usato questo medium per ritrarre, dal 2017, persone che soffrono di attacchi di panico. Con il tempo prende forma Pandemonio, un portfolio di immagini e sentimenti, inediti e al tempo stesso comuni, nei confronti del “mostro” - come lo definisce Alessia. Così dalla paura di perdere tutto, di morire, si attiva il processo inverso, quello salvifico. Grazie all’arte e al coraggio di mettersi in discussione e guardarsi dentro. E come ha scoperto i suoi punti deboli, la forza di mettersi in discussione. Il coraggio di dire “no”.

Pandemonio nasce da un evento preciso: la storia di Silvia. Il suo percorso ti ha convinta a trasformare la passione per le immagini in un progetto. Era il 2017, cos’è successo?
Silvia mi ha chiamata per dirmi che non riusciva più a respirare, che le stava venendo un infarto forse, ed era totalmente convinta che sarebbe morta di lì a breve. Non potevo raggiungerla perché eravamo molto distanti. Le ho promesso però che l’avrei aiutata, che era panico e che, per quanto le sembrasse di morire, non sarebbe affatto morta. Nei giorni successivi Silvia ha convissuto ancora con questo timore. Sensazione, peraltro, che mi era molto familiare, dato che soffrivo di attacchi di panico ormai da quattro anni, tra alti e bassi. Dopo qualche giorno sono finalmente riuscita a raggiungerla. Mi sono presentata a casa sua con una bottiglia di vino, un taccuino, una macchina fotografica e una buona dose di coraggio sotto braccio. “Silvia, voglio finalmente affrontare questo mostro, e voglio farlo con te e a cominciare da te. Sono convinta che la condivisione sia la strada giusta”. Ci siamo raccontate, abbiamo riso, pianto, rivissuto un attacco insieme, ci siamo abbracciate e consolate a vicenda. Le immagini che le ho scattato sono arrivate solo alla fine di un percorso empatico. Così è iniziato Pandemonio, cercando persone che soffrivano di attacchi di panico, tramite un passaparola che si è espanso sia a conoscenti che a perfetti sconosciuti.

Alessia Spina

Come e dove hai scattato i loro ritratti?
Ho scelto di incontrare ciascun soggetto a casa propria, in modo da farlo sentire a proprio agio e per via del fatto che l’attacco di panico trova terreno fertile soprattutto negli ambienti chiusi e claustrofobici. Nessuna anticipazione, nessuna programmazione, soltanto una serie di domande da me precedentemente redatte in cui ho interrogato la persona sulla propria storia, indagando sul proprio sentimento di panico. Per il resto hanno fatto da traino istinto e sentimento.

Attraverso gli scatti tenti di “scacciare il mostro”, come lo definisci tu. È così anche per loro che posano dall’altra parte dell’obiettivo?
Attraverso i ritratti delle persone incontrate ho dato forma e corpo al mostro, esorcizzando il disagio e avvicinando il soggetto al problema, proprio come si fa con lo zoom di un obiettivo. Un intento che ha trovato riscontro nei commenti dei soggetti fotografati, che si sono riconosciuti nelle immagini prodotte e che hanno condiviso il processo catartico dell’iniziativa. Il loro: “grazie, Alessia. Sei riuscita a capire, raccontare, dare voce alle mie paure” credo sia una conferma del fatto che anche loro hanno tratto vantaggio da questa esperienza e trovato un incentivo nella lotta contro il proprio malessere. È tutto un processo salvifico che verte sul riconoscimento della problematica, non sulla sua negazione. È proprio così che possiamo scacciare o, meglio, trasformare il mostro in amico, affrontandolo e facendo la sua conoscenza.

Alessia Spina

Cos'è, per te, l’attacco di panico?
Non amo associare il termine “malattia” all’attacco di panico. Troppo spesso veniamo erroneamente appellati e trattati da malati mentali, quando invece in realtà grazie a questo disturbo (ecco, “disturbo” o “disagio” possono essere definizioni corrette) forse raggiungiamo un livello di salute mentale superiore rispetto a quello di chi non lo ha mai sperimentato, di chi non si mette mai in discussione. E solo così possiamo ricostruire il nostro racconto.

Se dico tabù, tu rispondi?
Maschera. Il tabù, con i suoi rigidi confini, ci induce spesso a indossare una maschera, in un atto segreto di ribellione nei confronti della proibizione. Una maschera che impariamo a togliere nel momento in cui capiamo che possiamo trovare un compromesso con il tabù, nel caso in cui risulti necessario e garantisca il funzionamento sociale, rendendo i suoi confini più porosi o, eventualmente, possiamo decidere di abbattere definitivamente il tabù, nel caso in cui lo ritenessimo un relitto d’altri tempi che ci priva della nostra libertà di espressione.

Alessia Spina

Qual è la storia che più di tutte ti ha coinvolta emotivamente, in cui hai ritrovato te stessa?
È accaduto con Lara, che ha vissuto un retroscena familiare e sociale simile al mio, a tratti mi è quasi sembrato di ascoltare me stessa. C’è stato un coinvolgimento emotivo anche con Piero che, come me, ha smesso di mangiare il dolore degli altri e ha imparato a dire “no” nel momento in cui ha capito che farsi in dieci per tutti poteva essere deleterio per la sua integrità. La verità, però, è che ho ritrovato un pezzetto di me in ognuno di loro. Ogni storia mi ha riportata alla mia, come in una sorta di cerchio in cui prendevo le distanze da me per entrare nell’altro e poi tornare di nuovo a me, ma più ricca di prima. Svuotamento e riempimento. A volte è necessario guardarsi da fuori per vedersi meglio.

Guardando le foto, sembra che i volti, i corpi, i gesti e le movenze dei tuoi soggetti abbiano qualcosa in comune. Come sensibilità e sofferenza al tempo stesso.
È così, per due motivi principali. Il primo è che io sono in ogni foto, anche se non sono il soggetto della foto stessa. Per quanto il soggetto della composizione sia un altro, il mio occhio è sempre lì, nascosto dietro l’obiettivo, con il mio bagaglio e la mia storia di sensibilità e sofferenza. Il secondo motivo è che c’è un filo rosso dietro ogni storia. Da qui il titolo del progetto: Pandemonio. L’etimologia della parola panico deriva da Pan: dio greco metà uomo metà caprone che spaventava i viandanti con ululati terribili. Un terrore improvviso che si innesca nel “malcapitato”, una paura incontrollata e immotivata che assale.

Alessia Spina

Un anno e mezzo fa hai vissuto la tua ultima fase acuta di attacchi di panico. Come ci si sente una volta che ci si trova a gestire l’affanno del mostro?
Ho attraversato un periodo particolarmente difficile, delineato anche da una perdita importante. Ho dovuto necessariamente creare un canale di comunicazione con me stessa più approfondito. Mi erano rimaste davvero poche vie di fuga. Le crisi più acute le ho avute durante la fase di smantellamento, in cui sono venuti a galla alcuni traumi, passaggio obbligato per superare il picco. Il mostro è diventato così un mostriciattolo. Ci parlo pure a volte, sai che grandi chiacchierate. Non mi fa più paura come prima. Più ci si conosce, più si è in grado di trovare la cura più efficace.

Durante il primo lockdown da Covid-19 come hai convissuto con il panico? Hai condiviso la tua esperienza con i soggetti che hai ritratto?
Durante il lockdown non ho riscontrato alcun panico, incredibilmente. Eppure ho contratto il virus a inizio marzo scorso, nel momento storico peggiore. Ma io ero abituata ad avere dispnea (fame d’aria) per via del mio panico pre-pandemico, che mi sorprendeva in un giorno qualsiasi, senza un motivo particolare. Ecco perché quel sintomo lì non mi ha spaventata più di tanto. Inoltre il primo lockdown mi ha dato la possibilità di passare molto tempo con me stessa, rallentando ritmi e tempi frenetici tipici del solito viavai quotidiano. Un viaggio introspettivo che ha giovato molto al mio benessere generale. Mi è capitato, invece, di supportare da remoto medici e amici che hanno sperimentato il sentimento di ansia e panico per la prima volta in vita loro. Certamente ho condiviso la mia esperienza anche con i soggetti che ho ritratto e ho riscontrato in diversi di loro la mia stessa reazione “controllata” al panico generale.

Pandemonio è un progetto con la data di scadenza o conti di portarlo avanti?
Spero duri una vita. Mi piace pensare di continuare a incontrare persone che hanno voglia e coraggio di esporsi. Per me in primis, perché non si finisce mai di arricchirsi grazie all’esperienza altrui.

Alessia Spina

Ora sta diventando anche un libro, grazie alla campagna di crowdfunding su Crowdbooks. Quando uscirà?
Se riusciamo a raggiungere il numero di pre-vendite necessario alla pubblicazione, il libro uscirà entro fine gennaio 2021. Crowdbooks è una piattaforma editoriale che aiuta gli autori a finanziare e pubblicare il loro lavoro attraverso la rete, e in seguito a distribuirlo e venderlo anche in tutte le librerie. Attualmente mancano 20 copie al goal. Poco più di un mese fa erano 160, direi che siamo a buon punto.

Definisci Pandemonio un “guardarsi da fuori attraverso gli altri”. Cosa hai visto e trovato di te?
La fotografia mi ha aiutata a lavorare con la ferita, liberandomi dal processo autodistruttivo di negazione e rifiuto del problema. Un lavoro che ha aperto una finestra su me stessa. Mi sono affacciata e ho visto una piccola donna, una bambina che troppo spesso mi ero dimenticata di coccolare ed abbracciare. Ero io.

Alessia Spina