Una delle tante che aspetta di diventare madre

Racconto fotografico tra le donne che cercano una gravidanza, autoironiche, generose, fertili in mille, altre, sfumature.

madre
Loredana Vanini

Sonia / “Dove mettiamo questo scatolone?” mi domandava mio marito. Cambio casa, cambio vita. Si dice così no? Dopo gli aborti constatai che era giunto il momento di mettere un punto a quella forma di paura medievale che avevo sviluppato, ovvero non parlare di bambini poiché non riuscivo ad averne uno. “Non qui, questa sarà la camera da letto del bimbo” rispondevo. Eravamo una squadra perfetta, spostavamo pacchi, aprivamo scatole, pensavamo ai mobili: “qui facciamo un'area per i giochi”, “lì andrà il fasciatoio”, tutto come se l’avere un bambino fosse diventata finalmente una certezza ben salda. Fu un pomeriggio di gioco, di complicità e di leggerezza ritrovata. Cambio casa e cambio vita. Nemmeno un anno dopo, in quel lettino nella stanza più luminosa della casa, dormiva Siria.


Una delle tante gravidanze. Una delle tante gravidanze mancate. Una delle tante gravidanze complicate. Si intitola Una delle tante il libro fotografico di Loredana Vanini, un percorso corale tra cento donne che hanno cercato o stanno cercando una gravidanza e ricordano, ognuno a modo loro, che percorso le ha portate a essere una comunità silenziosa e unita. Che non arriva immediata quanto i post con neo mamme o ventri che crescono in nove mesi ma che, non per questo, non hanno un corpo che cambia, anzi. Gli sguardi, come questi raccontati dalla fotografa romana, sono cambiati in ben più di nove mesi. Loredana ha cercato quegli sguardi per più di un anno, in tutta Italia (e non solo).

Loredana Vanini

Helen / Mi trovavo già da un’ora in sala riunioni, in piedi appoggiata al muro, ascoltavo esperti delineare la differenza tra identità sessuale e di genere. Mi piace partecipare a questi incontri, mi piace che mi portino a riflettere su realtà diverse dalla mia. E l’infertilità? Quante donne ci saranno, in questa enorme azienda, in questa stessa sala, nella mia condizione?

Quando ti sei sentita (nella vita) una delle tante con accezione positiva?
Mi sono sentita Unadelletante infertili, durante l'attesa per un monitoraggio in clinica. Due mesi prima mi ero rivolta a questa struttura privata di Roma e mi avevano assegnato un numero per la privacy, e quel giorno mi accorsi che chiamarono un numero maggiore di 500. In un paio di mesi 500 donne si erano rivolte a quella clinica per i miei stessi motivi. Non ero sola. E questo mi fece sentire circondata da molte altre realtà con cui potevo condividere questa esperienza. Non mi sono mai sentita unadelletante con accezione negativa in ambito di infertilità. Mi è invece capitato di provare questa sensazione nel mondo del lavoro, soprattutto da ragazza quando vedevo che la mia professionalità non veniva riconosciuta per motivi di sessismo ed ero cosciente che questa fosse una realtà comune e radicata per le donne. E questo mi faceva sentire profondamente arrabbiata.

In alcune di loro hai percepito qualcosa che non sei riuscita a ritrarre?
Mi sono dedicata con grande attenzione all'ascolto di ogni singola storia e credo che questo mi abbia permesso di ritrarre le sfumature che avevo già messo a fuoco durante le nostre conversazioni. Fondamentale è stato il coraggio e la voglia di testimoniare da parte delle ragazze, che hanno posato senza inibizioni, rendendo tutto fluido e piacevole.

Loredana Vanini
Valentina // Non ci siamo, il medico che ha aperto la porta chiamando il mio numero non mi piace. “16816” siamo alla seconda chiamata, che faccio? Le riviste le hanno già prese tutte, non posso fingermi distratta dalla lettura di qualche giornalino di gossip. Infilo la testa in borsa, a mo' di struzzo, il vantaggio di avere una borsa grande.

Quale pensiero, dolore, gioia invece riesci a cogliere sempre nei tuoi ritratti?
I sentimenti più ricorrenti che ho ritratto sono stati senza ombra di dubbio la determinazione, la rabbia e la voglia di ironizzare. La determinazione nel perseguire un sogno nonostante le difficoltà e le paure. La rabbia per i pregiudizi e per la mancanza di empatia che spesso riscontriamo in chi ci sta attorno, famiglia, amici e medici, e la capacità di ironizzare che è una grande risorsa per affrontare le problematiche con spirito.

Jessica cita la frase più usata nei confronti di donne che non riescono ad avere figli “Non ci pensare, vedrai che arriverà!”; Giulia, medico, riflette mentre guarda la prima iniezione che l’attende in frigorifero. Questo è un libro davvero democratico: davvero per le donne?
È un libro democratico perché si rivolge a donne non fertili e non, è un tentativo di riconciliazione tra donne che conoscono bene l’infertilità e donne che forse ne hanno sentito solo parlare, un modo per sensibilizzare nell'approccio verso l’altro e anche verso il proprio stato di salute. Perché l’infertilità può coinvolgere chiunque. Dal pubblico non è esclusa la parte maschile, che può approfondire l'aspetto emotivo di un viaggio così complesso.

Se avessi fotografato queste donne anche i compagni pensi che i ritratti sarebbero stati differenti?
Sarebbero stati differenti perché questo era un momento per esprimere la propria individualità e dare voce a una lettura totalmente soggettiva dell’esperienza vissuta da ciascuna.

Loredana Vanini

Suzy // Anche quella sera arrivò il bed time. Abbassai le luci e mi preparai a leggerti una fiaba, affinché fosse dolce il tuo scivolare nel sonno. “Mamma, come si fanno i bambini?” mi domandasti con gli occhi accesi di chi non ha alcuna intenzione di dormire. Mi sono fermata e ho pensato a cosa risponderti, non mi sarei aspettata che lo chiedessi a soli tre anni. Cercai di raccontarti dell’amore tra un uomo e una donna, di quello che può creare e di quanto sia triste quando non ci si riesce. Ti parlai di una fatina buona che diede un ovetto magico alla mamma e della pancia che cresceva mentre mamma e papà erano tanto felici. Ti parlai di una calda sera di agosto quando nacque una bambina bellissima. Piena di orgoglio, per essere stata tanto speciale, ti addormentasti. Oggi, quella stessa favola sei tu a raccontarla ogni qual volta ti venga fatto notare che non ci somigliamo affatto.

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