Ci sono Adamo ed Eva, anzi, Eva e Adamo che indossano gli stessi vestiti. C’è una Terra Promessa che è bagnata dal Mar Ionio e dal Tirreno contemporaneamente, è la Calabria dei sogni fertili. C’è una vergogna abolita dall’erotismo, evoluta nell’amore. Ci sono le premesse di un uomo che ci conduce mano nella mano verso il suo Eden, ci fa rinunciare ai frutti del Paradiso per indurci in tentazione. Avvolgente come un abbraccio, sinuosa come i contorni di un corpo, totalizzante come una passione che ci rende tutti uguali, pari, umani. “Da me è il monaco che fa l’abito, non viceversa. Sono i corpi che plasmano i miei abiti. È la pelle a celebrare i miei tessuti”. Quella che potrebbe sembrare una grottesca omelia è, invece, la mia intervista a Andrea Adamo, founder del brand che porta il suo nome, le sue origini, la sua evoluzione, e la sua rivoluzione, ANDREĀDAMO. Classe 1984, nato a Crotone e diventato poi cittadino del mondo, grazie a una militanza serrata e importante nel mondo della moda à côté di designer come Roberto Cavalli, Zuhair Murad e Dolce & Gabbana, tra gli altri. Orgoglioso portavoce di quei brand immaginati, fondati e esplosi in pieno lockdown, ANDREĀDAMO è diventato nel giro di un paio di valzer pandemici, 9 mesi per l’esattezza, un caso couture (di ricerca e sperimentazione), un caso mediatico (delle sue creazioni parla tutto il mondo, lo indossa tutto il mondo), un caso di rivoluzione social-e (ci sono missive sull’equità e l’uguaglianza ricamati trama dopo trama).

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Il lancio di ANDREĀDAMO è coinciso con il 13 luglio 2020, data in cui 7 anni fa è stato fondato il movimento Black Lives Matter. Quali sono le tue riflessioni prima e dopo, ieri e oggi?
Creare un brand di moda non significa solo disegnare nuovi vestiti, ma anche esprimere nuovi messaggi. Il mio è che qualsiasi sia il colore della tua pelle, devi esserne orgoglioso. Forse è una battaglia che soprattutto noi new talent, new designer, new wave, chiamateci come volete, dovremmo portare avanti più che mai, più di prima. E non solo mettendo in copertina una donna di colore o un’asiatica su un cartellone pubblicitario.

E come?
Parlo per me, ho deciso che la mia palette colori nude non avrebbe avuto nomi bensì codici. Il color carne, il color pelle, il colore nudo cambia di persona in persona. La pelle è universale. Ad esempio, quello che altri brand chiamano “brown chocolate” per me è il colore “Nudo 03”.

Quindi, dicevamo, l’anniversario di questo movimento è combaciato un po’ per caso con la nascita della mia prima collezione, ma non potrei esserne più contento. È sempre il momento giusto per parlare di questi temi, per smettere di avere paura. A volte la verità fa paura. Ma dovremmo essere orgogliosi della nostra verità, della pelle che abbiamo addosso, del colore che portiamo in giro. Sono felice di farmi portavoce, nel mio piccolo, voglio stare coi piedi per terra eh, di questa missione. C’è ancora molto da fare ma confido nelle nuove generazioni, forse ciò che noi chiamiamo diverso per loro diverso non è. Insomma, dico, è mai possibile che tutto ciò che la gente è in grado di fare per supportare le minoranze sia postare su Instagram una paginetta nera con l’hashtag #blacklivesmatter? O esiste davvero qualcos’altro, di più concreto, che possiamo davvero fare?

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Cosa è successo, nella tua testa e fra le tue dita, l’attimo in cui hai abbozzato il primo tratto della tua prima collezione?
Ho pensato a una donna che usciva di casa a testa alta, in pieno giorno, completamente vestita, ma che sembrasse nuda. Da questo concetto, o provocazione se vuoi, sono partito per disegnare l’abito tubino color Nudo 03, realizzato grazie alla tecnica seamless che non prevede tagli o cuciture, così da non farti capire dove finisce un tessuto e inizia la tua pelle.

Ci parli delle materie prime con cui lavori, per realizzare abiti che si fondono sulla pelle?
Dal jersey ai filati passando per la lana, unicamente made in Italy, ci tengo a precisarlo, sono tutti ingredienti che tratto anche e soprattutto con la tecnica del seamless, che permette di creare abiti senza tagli o cuciture, che si adattano al corpo e lo modellano. Ho osato questa tecnica anche nella lavorazione dei miei capi di “intimo esternabile”, e si è rivelata perfetta. Con la mia seconda collezione, la Fall Winter 21-22, ho portato il seamless nella maglieria, ho creato così una linea di knitwear compatto a coste, che scolpisce e esalta le silhouette. Quindi la shape dei miei abiti non è mai definita, si disegna direttamente sul corpo di ognuno. Sempre, meravigliosamente diverso. Non sono io che plasmo con i miei vestiti, ma è la mia gente che disegna i miei abiti.

Nel 1970 Walter Albini coniava il concetto di moda unimax, composta cioè da modelli conformi, per taglio e colore, per uomo e donna… Ti senti un po’ figlio, un po’ erede?
È un onore anche solo pensarci. Mi spiace che di Albini non se ne parli tanto, ai posteri posso dire che è stato uno dei designer italiani più importanti, e più sottovalutati. Ho voluto omaggiarlo anche nella mia collezione Autunno Inverno 21-22 inserendo il passamontagna, un accessorio che lui introdusse nella moda come citazione socio-couture alla guerra, ai tempi fece molto scandalo.

A proposito di collezioni-scandalo, attraverso la tua moda vuoi liberare il corpo femminile e quello maschile da dogmi e tabù sociali un po’ come Yves Saint Laurent alla fine del secolo scorso. Sono passati più di 50 anni e ancora oggi non è per niente scontato parlare di rivoluzione sessuale attraverso la moda…
Non esagero se dico di essere il più grande estimatore di Yves. Un uomo che ha dato potere alle donne, che si è fatto portavoce di un movimento culturale e di rivoluzione sessuale, che ha spinto gli esseri umani ad affermarsi a prescindere dalla fisicità o dal colore della pelle. Penso che l’empowerment del singolo non dipenda da quanto si è magri o etero, ma dalla capacità di rispettare gli altri che si possiede. È un’idea che è giusto portare avanti finché non sarà scontato farlo.

Andrea Adamo
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Cos’è erotico per te.
La sensualità semi nascosta da un pizzico di provocazione, da un alone di mistero, che accresce l’eccitazione.

Cos’è la vergogna per te.
È uno dei concetti che sta alla base della mia collezione Autunno Inverno 2021 2022, la Genesi biblica, la storia di Adamo ed Eva. Conoscono il peccato solo dopo aver morso la mela, solo allora si accorgono di essere nudi, e se ne vergognano. La vergogna è uno stato mentale che ci impone la società, figlia delle etichette. È qualcosa che detesto sin da quando sono ragazzino. Sono nato e cresciuto a Crotone, ho girato il mondo, non c’è mai stato nessuno che abbia riconosciuto nella Calabria una terra fertile e splendida, l’hanno sempre tutti additata come un non-luogo dove spaccio e ndrangheta la fanno da padrona.

E invece?
E invece no. È una terra povera sì, ma proprio per questo la gente che non ha aspettative se le crea, forgia il suo destino, ce la mette tutta affinché possa realizzare i suoi sogni. Io, nel mio piccolo, sento di avercela fatta a realizzarli. Essere egoriferito non serve, okay, non c’è vergogna nell’essere un gay effeminato in una città sperduta, bisogna semplicemente essere orgogliosi di quel che si è e camminare a testa alta. Come mi diceva sempre mia madre, “cammina sempre a testa alta, non vergognarti mai di quello che sei”.

Come si evolve, si trasforma, si rinnova di collezione in collezione un brand nato per essere essenziale? È un paradosso che ti spaventa?
No, affatto, c’è sempre modo per ampliare e sviluppare un brand. Ad esempio, nella mia seconda collezione ho inserito i filati di lana per i capi invernali, i bustier da indossare sopra i cardigan, le polo… E, spoiler per le prossime stagioni, sto lavorando a nuovi elementi outerwear e altre piccole chicche.

Chi sono le persone con cui lavori?
Attualmente sono da solo e faccio tutto io. Dai disegni alle consegne. Sono un one man show. Ti racconto un aneddoto. Recentemente un noto magazine doveva fare uno shooting con alcuni dei miei capi, li ho portati personalmente in redazione. Poco dopo il mio pr li chiama per sapere se fossero stati consegnati, gli rispondono “sì, è appena passato il vostro fattorino”. Che ero io.

Cosa non ci sarà mai nelle tue collezioni?
Preferisco dire quello che ci sarà sempre: ricerca, ricerca, ricerca.

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