Diario di un'insonne perenne

I ricordi di un'adolescente che dormiva 12 ore filate e il primo incontro con un sonnifero. Oltre ai racconti della protagonista di un libro che riesce a prendersi un anno sabbatico. Di riposo e oblio.

University of Wisconsin Sleep Study Program
Envision

Ero al contempo sollevata e infastidita quando Reva suonava alla porta, come ci si potrebbe sentire se qualcuno ti interrompesse mentre tenti di suicidarti. Non che avessi in mente di suicidarmi. Stavo facendo proprio il contrario. La mia ibernazione serviva a preservarmi».

Sta dormendo, l’innominata protagonista di Il mio anno di riposo e oblio (Feltrinelli). Non sta dormendo come dormiva mio padre, con la sacralità del sonno del lavoratore di casa, quello che se una bambina fa rumore giocando e interrompe la pennichella sono urla e minacce. Sta dormendo scientificamente: i suoi genitori sono morti e lei ha ereditato, ha fatto la domiciliazione alle bollette, ha pagato le tasse con un anno d’anticipo, e ora tutto quel che deve fare è dosare le benzodiazepine (le benzo, come le chiamano le milanesi che hanno con esse una relazione assai solida - ma su questo poi ci torniamo), e dormire. Sta dormendo nel 2000, e non ci vuole un genio delle previsioni per capire quale evento dell’anno successivo interferirà col suo riposo e il suo oblio.

Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh, la storia di una ragazza ricca e sola che lascia il lavoro e si imbottisce di farmaci per dormire il più possibile e non provare emozioni, sarà in libreria dal 30 maggio (Feltrinelli, 17 euro).
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C’è un sonno da rimozione nel passato di tutte noi: dopo una storia d’amore andata a male, o qualche altro inconveniente le cui conseguenze non vogliamo affrontare. Se siamo fortunate, accade quando siamo ancora abbastanza giovani da dormire a comando, senza pillole e senza goccine, e senza sapere che quella beatitudine non durerà. Ottessa Moshfegh ha 38 anni, la sua protagonista già alla prima pagina cita un barbiturico, una benzodiazepina e un antidepressivo, il suo libro è uscito in America lo scorso luglio e da allora non c’è una donna cui l’abbia riassunto che non m’abbia risposto: beata lei.

Ho smesso di telefonare alla mia amica L. Ho smesso perché ogni volta lei mi racconta quanto non ha dormito. È la conversazione più noiosa del mondo, e lei dovrebbe saperlo, perché anche lei ha un’amica il cui tema preferito con cui annoiare gli interlocutori è il proprio rapporto col sonno, e quell’amica sono io. Più noiose di quelle che ti raccontano che non hanno dormito ci sono solo quelle che ti raccontano i loro sogni: sempre di rapporto col sonno si tratta, non riusciamo a sfuggire, trascende il nostro controllo. (Il vero miracolo della Moshfegh è avere scritto più di duecento pagine mai noiose sul tema più noioso che ci sia: cosa prendo per dormire, quanto funziona, quanto no).

Avere un problema con il sonno è inevitabile ma è anche una moda; le ore di sonno che la mia amica L. lamenta come poche sono più di quante riesca a totalizzarne io, e la cosa mi dà una certa soddisfazione: la gara delle insonni l’ho vinta io, io che giuravo che non sarei mai diventata mia madre, io che dormivo dodici ore e non sapevo fosse prerogativa passeggera dell’adolescenza.

Mia madre non era insonne, ma questo lo capii a liceo finito, in vacanza con un fidanzato adulto. Sua sorella aveva quarant’anni, nessuno la vedeva mai di mattina, e mi resi conto che era quella la ragione per cui mia madre non m’aveva mai accompagnata a scuola o preparato la colazione: le piaceva fare tardi la sera, prendeva un sonnifero a orari da discoteca, e - finché quello faceva effetto, e il ciclo del sonno si avviava e completava - ecco lì che era mezzogiorno. Macché insonnia, era pigrizia da ricche annoiate, ed era che non dormire è lo svenimento da corsetto della nostra epoca: non sei davvero femminile se non dichiari problemi col sonno. Da ragazzina giurai che non sarei mai diventata così, e quando da adulta iniziai a non dormire ci misi anni a decidermi a chiedere una pastiglia alla dottoressa.

Le spiegai che non volevo diventare mia madre, rimbambita tutto il giorno dai barbiturici della sera prima. Lei alzò un sopracciglio e mi chiese se pensassi d’essere Marilyn Monroe, poi mi spiegò spazientita che i barbiturici non esistevano più, e mi diede la mia prima benzodiazepina. Lasciate che ve la descriva con parole altrui: «Buttò improvvisa nel vino di cui bevevamo un farmaco che l’ira e il dolore calmava, oblio di tutte le pene». È solo perché all’epoca il brevetto dello Xanax non era stato ancora depositato, che Omero non chiama per nome la sostanza con cui Elena fa passare ogni malumore e preoccupazione a Menelao (l’assenza di brevetto ha i suoi vantaggi: Elena non aveva il bugiardino con su scritto che guai ad abbinare ai sonniferi il vino).

Quel che Elena non sa è che l’effetto passa.
La prima benzo la prendi che sei già sotto le lenzuola: leggi sul bugiardino che potrebbe farti effetto nella strada tra il bagno e il letto, e non vuoi rischiare d’addormentarti sul pavimento del corridoio, e in effetti dopo un minuto dormi. La decima puoi prenderla quando devi ancora fare la doccia, senza rischiare d’assopirti con lo shampoo in testa. Alla centesima sei specialista in aneddoti su inefficacia e controindicazioni. La Moshfegh scrive di conferme d’appuntamenti dall’estetista che la sua protagonista prende quand’è sotto Ambien e disdice quando si sveglia, prima di prendere un altro Ambien, sotto l’effetto del quale comprerà cose di cui non si ricorderà finché non le arriveranno i pacchi. Courtney Love raccontò che sotto Ambien faceva le cose più assurde e una sera s’era ritrovata per strada con delle uova fritte in testa. Sul mercato italiano l’Ambien si chiama Stilnox, l’ho preso per un anno e per un anno ho riscritto il primo capitolo d’un romanzo nello spazio nebuloso tra l’ingoiarlo e il sonno. Mi sembrava sempre d’aver avuto l’idea risolutiva, e poi la mattina leggevo quel che avevo scritto ed era una schifezza (le uova fritte in testa sarebbero state una delusione ben più sopportabile). La dottoressa alzò anche lì sopracciglia: Sì, succede, dà allucinazioni, mi disse col tono annoiato di chi pensa mica sia colpa sua se solo un’allucinazione può farti sembrare soddisfacente il tuo primo capitolo. (Reva è un’allucinazione? Me lo sono chiesto per tutta la lettura, magari è una proiezione della protagonista, magari è una sé più sana di mente, o meno sana di mente, magari è come Fight Club, magari la protagonista non ha un’amica appiccicosa ma solo un effetto collaterale dell’Ambien).

In quel romanzo che tentavo di scrivere sotto Stilnox, la protagonista si riempie di benzodiazepine, ma non per dormire per un anno: per ibernarsi da sveglia. Per l’oblio di tutte le pene di Menelao; perché da La valle delle bambole (1966) in poi i personaggi femminili s’impasticcano per affrontare la vita (nell’83, il miglior personaggio di Sapore di mare 2 sospirava: «Pillole per addormentarmi, pillole per svegliarmi, pillole per stare su, per stare giù, pillole per non ingrassare, per non rimanere incinta: dovrebbero inventare delle pillole per non prendere più pillole»); ma soprattutto perché quando mi sono trasferita a Milano ho scoperto una città di donne che hanno un rapporto monogamo e devoto col farmacista che dà loro lo Xanax senza ricetta. Volevo raccontarne una che avesse imparato a calibrare dosaggi di pillole e goccine così bene da non perdere la pazienza neanche quando il mondo cadeva a pezzi, da non aver bisogno di dormire un anno per rimuovere quanto tutti le facessero schifo. La Moshfegh si prende la libertà d’inventare medicinali, uno dei quali ti procura tre giorni di perdita di conoscenza; io ambivo a essere realista, quindi chiesi a un addetto ai lavori dosaggi plausibili: non volevo far rischiare l’overdose alla mia protagonista. In risposta ricevetti uno sguardo che diceva: Non fare la furba inventando personaggi, ho capito che ti vuoi impasticcare. Un medico milanese è abituato a sentire tali scuse dalle pazienti che vogliono procurarsi le benzo che la mia non gli sembrava neanche la più fantasiosa.

Sono passati anni, ma ogni tanto vorrei chiamare e rassicurare quel dottore: erano davvero per il personaggio, io non le prendo, mi confondevano troppo le idee e i capitoli. Ho preferito rimanere così, un’insonne che s’addormenta ogni tanto, e quando dorme considera il proprio sonno sacro e prende a male parole qualunque Reva osi infrangerlo. Ero così concentrata a non diventare mia madre, che neanche mi sono accorta che stavo diventando mio padre.

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