“Ho 45 anni e ricordo con grande dolore tutte le sculacciate della mia infanzia”

Anche in Francia un provvedimento vieta le “abituali violenze educative”, già reato in 55 Paesi.

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Il 2 luglio è arrivato il via libera definitivo del Parlamento francese: le sculacciate sono vietate in Francia, 56mo Paese a rendere fuori legge ogni tipo di violenza educativa sui bambini. “Mi chiedo quando questo provvedimento sarà attivo anche in Italia. Ho 45 anni e tre figli di 5, 9 e 12 anni. Ogni giorno mi trovo a fare i conti con la loro educazione e a fare un continuo lavoro su me stessa come mamma lavoratrice che si barcamena tra riunioni, lavatrici, lezioni da ripetere dopo cena, vestiti che vanno stretti e i primi cuori infranti”. L’educazione è un tema molto delicato per Rachele perché ogni volta che si trova a dovere correggere/sgridare/indirizzare i propri figli rivive sulla propria pelle brutti ricordi di quando a essere piccola era lei.

“Ho avuto un’infanzia a tratti felice, ma purtroppo appena torno con il pensiero alla mia giovanissima età i primi ricordi sono flash di me che mi accovaccio per terra con le mani sulla testa per proteggermi. Quando io e mio fratello eravamo piccoli purtroppo ci fu un lungo periodo in cui nostra madre soffriva di depressione. La sua tolleranza a urla e capricci era pari a zero. Mi ricordo ancora la sensazione di calore dei suoi schiaffi sulle guance e ancora di più il dolore e i segni lasciati in svariate parti del corpo dai suoi anelli. La frustrazione di quelle spropositate punizioni corporali mi hanno così segnato che ogni volta che mi trovavo a dovere sgridare uno dei miei figli rivivevo purtroppo dentro me quella bruttissima sensazione di impotenza mista a rabbia che provavo io alla loro età di fronte alla violenza di mia madre. Una sensazione che è riaffiorata nel ventaglio delle mie emozioni quando sono diventata mamma e che fortunatamente la psicoterapia mi ha fatto rivivere/digerire/superare”.

Esperienza diametralmente opposta è quella di Matteo, 52 anni di Torino, figlio di un postino e di una maestra della scuola primaria. “Se devo definire l’educazione impartitami dai miei genitori userei gli aggettivi severa e dolce. Mi hanno insegnato, da che mi ricordo, concetti quali il rispetto, l’importanza del dialogo, dell’errore, del perdono, delle scuse e della forza di volontà. Nella mia vita ho incontrato però molte persone letteralmente rovinate da violenze fisiche e psicologiche subite da bambini. Mi sembra che oggi si sia più sensibilizzati sulla tematica dell’educazione. Che gli adulti siano il modello educativo dei bambini e che le punizioni violente siano deleterie per lo sviluppo e la crescita dei bambini penso siano ormai concetti chiari a tutti. Ma forse per fare capire proprio a tutti che le punizioni corporali insegnano solo ad avere paura e abbassano l’autostima sarebbe necessario scriverlo nero su bianco e rendere questo divieto legge”.

Pur non avendo figli Giordano, 44 anni, di Brescia, crede che uno sculaccione, se di questo si tratta non solo sia utile ma talvolta assolutamente necessario per tracciare una netta linea di demarcazione tra ciò che è corretto o desiderabile e ciò che invece non è opportuno o ammissibile. “Pur convinto che l’esempio in primis e le parole poi siano il metodo più efficace credo che in alcune situazioni uno sculaccione possa fare la differenza per stigmatizzare la gravità di un comportamento consentendo al bambino di acquisire con chiarezza anche attraverso la sperimentazione fisica e quindi un ricordo indelebile un’esperienza “spartiacque”. Ciò detto, credo che questo sia il massimo cui ci si può spingere. Ogni altro comportamento violento anche solo verbale a mio avviso è non solo controproducente, ma genera anzi una perversa spirale di emulazione. Chi purtroppo ha vissuto comportamenti violenti in famiglia tende a ripeterli inesorabilmente. Concludendo, sculaccioni sì se molto ben dosati e finalizzati a trasmettere un messaggio valoriale chiarissimo”.

“In cuor mio - prosegue Giuseppina, 71 anni di Milano con sangue mezzo siciliano mezzo pavese - le sculacciate non si dovrebbero mai dare, ma ci sono momenti, parlo da figlia, da mamma e da nonna, in cui i genitori non sono sereni per vari problemi e/o i bimbi sono particolarmente capricciosi e insistenti che una sculacciata può capitare e spesso non fa male. Una volta i genitori erano più violenti e i castighi terribili. Per fortuna i tempi sono cambiati. Forse ora i bambini sono più viziati e spesso si approfittano delle debolezze dei grandi, ma sicuramente ricevono più amore e meno traumi. A pranzo e a cena a casa mia il cucchiaio di legno era sempre sul tavolo. Non veniva mai usato, ma io e le mie due sorelle ci sentivamo minacciate da quella presenza fissa. L’unica volta che le presi sul serio fu quando avevo cinque anni. Un pomeriggio d’estate stavo giocando con altri bambini in cortile a nascondino. Mi nascosi così bene che non mi trovò nessuno, ma con il passare dei minuti i miei amici e mia madre cominciarono a preoccuparsi e a cercarmi. Io stavo accovacciata dietro una ringhiera di un palazzo tra il quarto piano e i solai e mi godevo la scena. Probabilmente il fatto che mi stessero cercando mi faceva sentire importante. Dopo più di mezzora un mio amico mi vide e lo disse a mia madre che, una volta, recuperatami, mi picchiò le gambe con il cucchiaio di legno che mi ricordo ancora oggi il male che sentii e le lacrime che versai”.

Secondo Sandro, 72 anni di Roma la sculacciata è una forma negativa che impone la paura ma, dal momento che il bambino è in grado di capire, se prevenuta, da due o tre richiami richiama l’attenzione all’errore commesso. "Che sia una sculacciata o una punizione l’importante è dopo l’accaduto parlarne con il bambino per spiegargli la gravità dell’atto commesso e come avrebbe dovuto comportarsi. Certo i tempi sono cambiati, fortunatamente. Ora all’uso delle mani si è decisamente sostituito l’uso delle parole. 60 anni fa mia mamma, che dovette farmi da madre e da padre aveva sempre il cucchiaio di legno pronto all’uso. E lo usò fino ai miei 20 anni. Mio nonno, invece, agli inizi del Novecento diede una bella sculacciata a mio zio Balilla e lo legò a un albero per due notti perché aveva tagliato i bottoni della sua divisa per giocare”. Luca, di Milano, due anni più giovane di Sandro ricorda con disgusto il suo maestro della scuola primaria che usava le listarelle di legno delle scatole della frutta per picchiare i suoi alunni se parlavano, non stavano attenti o non avevamo fatto i compiti. "Io di bacchettate fortunatamente ne ho prese poche, ma molti miei compagni tornavano a casa con brutti segni sul corpo. Ritenevo e ritengo quella violenza gratuita e senza senso. Secondo me la violenza non paga mai, ha sempre reazioni non positive, anzi molto negative".

“Da maestra, madre e nonna sono completamente contraria alle punizioni corporali verso i bambini”, afferma Renata, 68 anni di Milano, ex insegnate della scuola dell’infanzia. "Gli unici metodi educativi a mio avviso efficaci sono la parola, l’esempio e qualche volta un castigo. Quando ero maestra sia io sia le mie colleghe riuscivamo ad avere l’attenzione dei bambini e a fare rispettare le regole parlando loro. Certo ai bambini ribelli dovevi magari ripetere più di una volta, ma i risultati si vedevano. Non li ho mai sfiorati con un dito, con un bacio sì. A mio figlio ho dato solo uno schiaffo a tavola quando era già ragazzo per una frase offensiva. Purtroppo ho vissuto anche l’altra faccia dell’educazione, quella basata sulle botte, sulle sberle e sugli schiaffoni. In casa mia dove eravamo cinque fratelli qualche sculacciata è scappata soprattutto quando litigavamo. Le sculacciate di mio papà si sentivano di più di quelle di mia mamma! Della scuola dell'infanzia ho bei ricordi a parte l’obbligo del sonnellino sul banco dopo pranzo, mentre della scuola primaria ricordo la violenza del vice preside che era anche sorvegliante in mensa. Tirava certi schiaffoni sul viso difficili da dimenticare. Io odiavo il formaggio e una volta lo schiacciai tra due piatti. Lui se ne accorse e mi diede uno sberlone terribile in faccia. Nostra madre iscriveva sempre me e i miei fratelli in refezione, ma spesso si trovava costretta a ritirarci pur di vederci mangiare sereni”.

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