Esiste una pillola per salvare un matrimonio in crisi. La prendereste?

Negli Stati Uniti sta facendo discutere un saggio che spiega come una coppia in crisi può evitare il divorzio con l'assunzione dei farmaci giusti (seriamente)

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Gli Stati Uniti hanno un’altissima predisposizione a produrre novità, soprattutto derivate dalla ricerca scientifica, e i saggi pubblicati dai medici specialisti diventano facilmente best seller mondiali, come lo sta diventando Love Drugs: The Chemical Future of Relationships, un trattato che si sta facendo la reputazione di indagine sulla possibilità di sistemare un matrimonio in crisi con le pillole, come ausilio di una terapia di coppia. In fondo, se pillola delle felicità è la nuova pietra filosofale, il Sacro Graal dell’umanità sin da quando Sigmund Freud ci ha fatto sapere che abbiamo un inconscio e che esistono sostanze in grado di condizionare il nostro umore, anche il mito del filtro d’amore non scherza.


A volte il concetto di felicità (e di come essere felici) coincide con quella di amore vero, e la ricerca del filtro d’amore è stata un sentiero battuto a lungo perché piacerebbe a tutti poter versare in un caffè una fialetta per far innamorare chi abbiamo davanti, anche se è un filino in conflitto con i diritti civili. Scherzi a parte, Ashley Fetters , penna di Atlantic, ha pubblicato un’accurata recensione del libro scritto dai filosofi Brian D. Earp e Julian Savulescu (al momento non è possibile sapere se verrà tradotto e pubblicato in Italia) in cui i due autori ipotizzano che un giorno i professionisti della salute mentale potrebbero sfruttare gli effetti collaterali – scoperti casualmente – di alcuni farmaci che alterano l'umore in modo da rendere più facile la convivenza. Effetti che possono influire anche, ad esempio, sui ritmi del desiderio sessuale che a volte si presenta in modo tanto diverso dall’uno all’altro partner da danneggiare la relazione.

L’idea è un po’ destabilizzante e fa pensare al suo esatto opposto, ovvero il film Eternal Sunshine Of The Spotless Mind (uscito in Italia con il titolo molto meno sognante Se mi lasci ti cancello) in cui Clementine, il personaggio interpretato da Kate Winslet, si sottopone a una terapia per depennare dalla memoria tutta la storia d’amore con Joel (Jim Carrey). Come fa notare ancora Atlantic, il titolo del libro, che tira in ballo amore e droghe, rievoca anche un qualcosa di sessantottino (che poi in inglese “drugs” è un sinonimo di farmaci con molta più forza lessicale che da noi). Ma i due autori mettono in chiaro da subito di non aver scritto nulla che “promuova pozioni d'amore, droghe che ipnotizzeranno, laveranno il cervello o renderanno le persone artificialmente innamorate”. I due autori si concentrano invece sul concetto di “gray marriages”, i matrimoni “grigi”, non nel senso che sono tristi ma che non hanno un colore ben definito, per cui insoddisfacenti. Quelli che sono più a rischio di divorzio, soprattutto se ci sono dei bambini.

Quale tipo di relazione in crisi potrebbe trarre beneficio dalla terapia farmacologica? Secondo Earp e Savulescu, quelle che hanno semplicemente raggiunto un punto di stallo. Quelle invece in cui è subentrata l’aggressività verbale e/o fisica devono solo finire in divorzio. Come funzionerebbero questi trattamenti? Normale che venga da pensare subito a un poco di zucchero e la pillola va giù. Invece, secondo i due filosofi, l’assunzione ideale sarebbe attraverso spray nasali. La sostanza su cui fanno più affidamento è l’ossitocina, l’ormone della compassione che è diventata recentemente oggetto di ricerca intensa, dato che potrebbe costituire la soluzione contro l’aggressività, se non addirittura per la favoleggiata pace nel mondo (con assunzione popolare forzata?). L’aumento di ossitocina genera una maggiore disposizione alla convivenza sociale, riduce l’ansia e lo stress e aumenta l'empatia, anche nel rapporto di coppia, da come risulta dopo una ricerca Svizzera del 2008 su coppie a cui l’hanno fatta assumere prima di affrontare un confronto.

Ma nello spray da assumere ci dovrebbe essere anche un’altra sostanza: l’MDMA. Sigla con pessima reputazione perché appartenente alla classe delle feniletilamine e nota anche come droga dei rave anni 90, e ora sulle strade, col nome di Molly. Eppure, con dosi controllate dagli specialisti, questa sostanza che è presente in natura anche nella noce moscata e nella vaniglia, negli anni 80 è stata già somministrata in modo sperimentale durante le terapie di coppia, prima di entrare nella lista delle sostanze illegali. In pratica, veniva assunta dalla coppia prima della sessione di terapia, e mentre si attendeva l’effetto ascoltavano insieme musica con gli occhi coperti da mascherine. Dopo, il dialogo risultava molto più civile (non provare a farlo da soli!) e i partner si sentivano in grado di superare più facilmente i “rancori inutili”. l'MDMA "diminuisce le risposte alla paura irrazionale alle minacce emotive percepite", spiega il libro, e ancora oggi viene somministrata negli Usa nei gravi casi di stress post traumatico nei veterani di guerra o ai primi soccorritori sulle scene dei disastri. Quindi, abbiamo realizzato il sogno del “e vissero felici e contenti”? Non completamente. Perché queste terapie funzioni serve comunque un fattore importante: la volontà di riparare il rapporto. Altrimenti, hanno la stessa efficacia di una torta preparata da noi. Quando sappiamo tutti gli ingredienti che ci sono dentro e quanto impegno c’è voluto a impastarla, a volte ha meno sapore. E bisogna tenere conto anche del lato B: una maggiore predisposizione al dialogo, dopo l'assunzione, può portare a un risultato opposto: l'ammissione serena e non conflittuale del non voler più stare insieme. Forse non è poco, nemmeno questo.

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