Se il Coronavirus e Claude Monet hanno qualcosa da insegnare all’estate 2020 queste sono le gioie derivanti dalle attività all’aria aperta. Diteci cos’è l’impressionismo, dopo secoli di pittura fatta nel lockdown di una bottega o costretta al distanziamento sociale di un atelier, se non l’arte che riscopre il brivido dell’imboscarsi. E chi vi ricordano Manet, Pissarro, Renoir, quando lasciano i ritti boulevard di Parigi per esplorare da cima a fondo l’intrico dei boschi di Argenteuil e le sfumature cangianti delle scogliere di Étretat, se non chi, oggi, può finalmente mettersi alle spalle ogni pretesa di realismo accademico dell’amore indoor e approdare al sesso en plein air, cedendo al richiamo della frasca che sussurra: la quarantena è finita, andate in camporella?

Infatti, come spesso accade ai piccoli, grandi sovvertimenti socio-culturali (dall’invenzione della ceramica a figure e a luci rosse, fino alle chat), anche per il ritorno alla natura di questi giorni di giugno è il caro vecchio sesso a fare da apripista. Dimostrando al resto della casistica per cui la novità di turno viene impiegata — che sia realmente sconosciuta o solo frutto di una riappropriazione — i reali vantaggi che essa comporta. In altre parole: se, prima o poi, tornassimo a forme di vita pre-pandemia, potrebbe essere anche e soprattutto grazie ai pionieri forse con qualche macchia, ma certo senza paura che, fin dal principio della fase 3, invece che stare con le mani in mano a contare i giorni a contagi zero, mettono in moto la macchina del desiderio e fanno l’amore in campagna, in spiaggia, sott’acqua; ovunque non ci sia un appartamento e ovunque ci si possa, invece, davvero appartare. Arrivederci isolamento, bentornato infrattamento: goodbye Sex and the city (spesso senza sex), welcome back La casa nella prateria (anche senza casa).

Via i cavilli e le complicazioni per ricevere a domicilio qualcuno che non sia un congiunto a norma di legge. Viva la smania che non bada più alla temperatura dei corpi, fosse anche solo per l’istante che la rilevazione di un termometro a infrarossi toglierebbe alla foga, ora che perfino il più solerte degli amanti-virologi della porta accanto comincia a intravedere nell’appiattimento della curva pandemica la metafora del dolce declivio di un campo di papaveri, su cui rotolarsi con voi.

La camporella è molto più di un regionalismo con matrice settentrionale (ma di etimologia e significato antichi e illustri) che indica il campicello o piccolo prato in cui ci si reca, in disparte, per amoreggiare. È lo stato mentale di quando ci vogliamo prendere una pausa di riflessione dall’amore quando si fa umano, troppo umano; e invochiamo le divinità campestri perché ci concedano un’altra possibilità, possibilmente al riparo da sguardi indiscreti o, se ne avessimo voglia, cercandone pro-attivamente con la coda dell’occhio. Anche se confermare un appuntamento dalle evidenti coordinate rurali significa rinunciare alla tanto sudata prenotazione dal parrucchiere, siamo felici di poter offrire come sacrificio a quegli dei la ricrescita della nostra scrima.

Andare in camporella è una prova di orienteering nella selva oscura delle relazioni interpersonali.

A volte è il modo in cui una storia ancora malferma riesce a muovere i primi passi sicuri, possibilmente facendo attenzione agli aghi di pino, che si infilano ovunque; altre volte è il segreto più o meno mal custodito grazie al quale una relazione acciaccata può riforaggiarsi, riposando le membra su nuovi e più freschi pascoli, dalle cinquanta sfumature di verde. Dall’alto dei relativi fasti dell’età adulta può risultare piacevole tornare per qualche ora ai limiti logistici del passato, quando non disponevamo nemmeno di un’auto nostra; soprattutto se a quelle barriere materiali corrispondevano, in verità, infinite possibilità morali. Per quelle ginniche, ci stiamo attrezzando.

Lungi dall’essere particolarmente organizzato o organizzabile — schedulare un atto di camporella è come sparare a un’anatra dopo averle chiesto quando via Doodle — il movimento pro-camp però ha dalla sua inni tradizionali quali Montagne Verdi di Marcella Bella e più recenti film-manifesto, quali Call me by your name di Luca Guadagnino (con camporella cremasca doc) e Sotto il sole di Riccione scritto da Enrico Vanzina, in uscita a luglio su Netflix.

Se ciò non bastasse, una premiata ditta produttrice di sex toys di design (di cui molti impermeabili e dunque adatti all’outdoor) ha pensato di svolgere un’indagine sul campo che risulterà di sicuro incoraggiamento al popolo italiano. Il sondaggio di LELO, svolto su un campione di diecimila intervistati su scala globale, dimostra che l’Italia detiene due primati mondiali in diverse discipline legate alla camporella, che tradizionalmente figura tra gli sport a ostacoli. Il primo e più importante tra questi è quello che riguarda il sesso in automobile: siamo al primo posto, con il 95% degli intervistati italiani che dichiara di averne fatto almeno una volta, seguiti a stretto giro dagli Stati Uniti con il 93% e, con più distacco, dalla Francia con l’82%. Ma non basta. Gli italiani hanno anche il primato sul sesso in spiaggia, con il 72% degli intervistati che dichiara addirittura di amarlo, seguiti dagli spagnoli con un pur significativo 69%. Risultiamo piazzati anche sul sesso su prato, sebbene i britannici qui ci battano con il loro 60%.

In effetti il supporto del settore automotive costituisce la forma più basica e borghese di camporella (1 frasca, in una scala da 1 a 5 frasche). Così come, al termine del lockdown, sembra essere tornato in voga per il cinema il concetto di drive in, non mancano nel nostro Paese proposte per la camporella assistita. È il caso di siti come trovacamporella.com, che lista e recensisce luoghi apparati in tutta la Penisola, divisi per regione, con tanto di rating e opzione dating, per chi ancora non disponesse di un significant other a portata di passaggio. Oppure il Parking Camporella di Settecamini, alle porte di Roma dove, per 4 euro l’ora, è possibile vivere l’emozione di infrattarsi in auto 24/7 tra siepi artificiali alte due metri, con servizio di guardiania ma dunque a prova di guardoni.

L’immagine che accompagna lo studio è quantomai emblematica dell’esortazione che si vuole dare ai nostri connazionali perché facciano ancora di più e meglio. Una giovane vi giace distesa, in piena sicurezza, su un asciugamano perfettamente mimetizzato nel verde di quello che sembra un rigoglioso sottobosco. Anche il suo intimo è in tinta. Il solo elemento di colore che stacchi è quello — viola — del suo sex toy modello GIGI 2, specifico per la scoperta del punto G. Lo scatto propone una tipologia estrema di camporella (5 frasche), quella in solitaria, vera navigazione a vela tra i fili d’erba, come se fossero altrettante onde, con le mani salde sul solo timone di cui abbiamo bisogno, e di cui siamo tutti nostromi di lungo corso, dal momento che non siamo sospinti che dalle raffiche dell’immaginazione.

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