Una bambina e un gioco da tenere segreto

Un abuso e le difficili parole per raccontarlo, 37 anni dopo.

fiori bianchi
Benne OchsGetty Images

Era appena calata la sera, pioveva forte. Mamma si era infilata l’impermeabile.
«Dove vai mamma?». Le avevo chiesto.
Si era infilata le galosce, erano rosse, con la punta arancione, all’improvviso ricordo tutto di quel giorno, tutto, eppure fino a oggi non ricordavo niente. «Esco un attimo, vado dal fruttivendolo».«Mi porti con te?». «No, dai. Non vedi quanto piove? Tanto torno subito». «Ti prego mamma, ti prego. Non andare». Mi ero aggrappata al suo col-lo e le avevo soffiato in un orecchio: «Ho paura».Avevo paura. «Ma paura di che cosa, sciocchina?».Era il nome più dolce con cui mi chiamava. «Lo sai che se il papà a cena non trova la frutta poi ci rimane male. E comunque c’è Gildo a casa, non devi avere paura di niente».
Gildo era influenzato, e da tre giorni non andava a scuola. «Ti prego, portami con te», mi ostinavo a supplicarla. «Basta. Se ti dico no è no. Sta piovendo e fa un freddo cane». Poi si era rivolta a Gildo:«Stai attento alla bambina, mi raccomando». Gli diceva sempre così, quando non mi portava con lei. E lui... Lui l’ascoltava.

Eccome. Stava attento a me: attentissimo, stava.«Mamma», avevo cominciato a piangere. «Alme-no dammi un bacio, allora». «Su, ché mi fai fare tardi con tutta questa messinscena». E mi aveva baciato sulla fronte, di fretta. Poi aveva preso l’ombrello ed era uscita.

I baci di Gildo, invece, erano molto diversi da quelli che mi concedeva mia madre. Lei era così: come se fosse sempre in prestito. E i suoi baci pure. Gildo no, Gildo quando mi stringeva a sé faceva quella vocina lì e mi diceva io ci sarò sempre, sono solo tuo, e tu sei tutta mia. Quella sera mi sa che mamma tornò dopo un quarto d’ora. Ma a me era sembrato che rimanesse fuori per un anno.
«Hai visto?», mi aveva rimproverata, mentre si sfilava le galosce. «Non c’era niente da aver paura, non ti ho lasciato sola. C’era Gildo con te, sciocchina». Continuava a darmi della sciocca... Io non lo so se lo fossi davvero, un po’ sciocca. Magari sì.So solo che avevo sei anni. E che quella sera una cosa l’avevo capita. La frutta per la cena di mio padre, per mia madre, era più importante di me. Per Gildo più importante di me non c’era niente.Appena mia madre si era chiusa la porta alle spalle, come ogni volta che rimanevamo soli, mi sfilava un calzino. Poi l’altro. E poi il pigiama. Mi diceva: «Ora giochiamo che io sono la tua coperta?». Anche lui si sfilava un calzino. Poi l’altro. E poi si stendeva sopra di me. Questo gioco è il nostro se-greto, sussurrava. Perché tu sei la mia sorellina e io il tuo fratellone: nessuno ti amerà mai come ti amo io. Aveva ragione. Non mi amava così mia madre, non mi amava così mio padre, che si sedeva a ta-vola con noi giusto il tempo per lamentarsi, se la frutta non c’era, o, quando c’era, perché non era abbastanza matura. Non mi avrebbe amato cosìAntonio che, quando avevo sedici anni, mi avrebbe baciato per la prima volta come credevo che solo i fratelloni con le sorelline facessero.

Non mi avrebbe amato così Stefano, non mi avrebbe amato così Patrizio, che sarebbe diventato mio marito.Tutti loro, prima o poi, si sarebbero stancati del-le mie fughe improvvise, dei miei ritorni, del mio chiedere resta, del mio non riuscire a restare. Gildo no, Gildo, quando la mamma usciva, di me non si stancava mai. E ci ho messo trentasette anni per stancarmi io di mantenere il nostro segreto.«Giochiamo, sorellina?».
No, fratellone. Non giochiamo più.

La vostra vita diventa un racconto, scritto da Chiara Gamberale. Mandate le vostre storie a Chiara: mcsentimentalisti@hearst.it

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