Cosa ho imparato sull'amore da mio figlio in questo 2020 pandemico

Chiusi in casa, vicinissimi, a studiare storia con la didattica a distanza. Poi in vacanza, cauti, e il ritorno a scuola tra mille incertezze. Ma ciononostante lui cresceva e mi ha insegnato tre regole d'oro.

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Da due mesi gli piace il pollo al curry e questo è un segno inequivocabile che mio figlio sta crescendo, ma ce ne sono anche altri. Il lui attuale, di nove anni, quando perdo le staffe perché non si ricorda i Sumeri mi dice «mamma, non ti controlli». Meno di un anno fa, durante il Neolitico, il lui di otto, col sole che sfondava le finestre entrando senza ritegno a sbeffeggiare noi al tavolo che non potevamo uscire, mi guardava con due occhi larghi e tutta la pazienza che io non ero in grado di esercitare. Il primo lockdown (e ora siamo nel secondo, un po' meno cattivo) non ha avuto nessuna pietà per le debolezze e le ha allargate a macchia d’olio.

Ma proprio quando ho dovuto ammettere di essermi completamente sbagliata sulla mia capacità di tenuta nelle situazioni di stress, proprio quando ho iniziato a chiedermi fino a che punto fossi un bluff, mi sono accorta che mio figlio invece mi guardava, poi guardava la mia inadeguatezza e, considerandola un corpo estraneo, aspettava semplicemente che si dissolvesse e io potessi tornare come piaccio a lui, che è poi come piaccio a me. In questa fiducia elastica, di gomma, sta l’origine dell’amore, ed è la prima cosa che improvvisamente quest’anno mi è diventata chiara. Mi domando se qualcuno di noi adulti sia in grado di provare a guardare e aspettare che finisca, come fanno i bambini di otto (e non nove) anni perché, è evidente, se ci si riuscisse almeno un po’, si alzerebbe drammaticamente la qualità dei conflitti.

Tra la prima e la seconda ondata era estate e c’era un fantastico indice Rt inferiore a uno. La fase due di mio figlio ha previsto anche quattro settimane di campi estivi dove tra l’altro è salito in piedi su un cavallo (probabilmente narcotizzato) e ha imparato a strimpellare Smoke on the Water che riproduce tutt’oggi implacabile dalle due alle tre volte al giorno. Abbiamo fatto le nostre vacanze, un po’ spezzettate, un po’ caute, ma in ogni caso ci siamo concessi persino un assaggio appartato di mare ligure.

È stato lì, durante una cena al ristorante. Per tutto il tempo ha lumato una bambina che mangiava fritto misto. Era una situazione abbastanza formale e composta in cui se si fosse mosso tutti l’avrebbero guardato e lui è molto timido, ma dopo mesi la sua fame di gioco lo trascinava come una tempesta. Al dolce si è alzato, ha attraversato la terrazza e le ha chiesto «come ti chiami?», lei gliel’ha detto e poi sono corsi via. Quando ce ne siamo andati era beato. «Come si chiama quella bambina?». «Non mi ricordo». Ma io me lo ricorderò finché campo: Rebecca.

Per mesi, col lockdown, insieme a colazione, pranzo, cena, ho vinto un bonus extra di supercontrollo su di lui. Nonostante questo, ha provato a crescere lo stesso, arrabattandosi tra la sua camera e il balconcino, pallido come certi pomodori da serra scoloriti che mangi nelle insalate dei self service norvegesi. Ma è stato appena è riuscito a uscire da casa e dai miei pensieri costanti, appena c’era finalmente intorno qualcun altro che non fossi io, che ha ricominciato da dove si era interrotto a febbraio. Seconda lezione di quest’anno: l’amore per una persona è quella cosa che deve esserci prima e dopo, è il bacio del risveglio e della buonanotte. Ma si fa da parte nel tempo in mezzo, pieno di incontri e solitudine, utile a chiunque per provare a essere se stesso. Penso a quelle relazioni tutte sbagliate che fanno sistematicamente il contrario, piazzandosi tra i piedi quando danno solo fastidio e invece sono totalmente incapaci degli abbracci necessari.

Poi è arrivato il 14 settembre, quello strano primo giorno di scuola. Il percorso da casa al cancello era lo stesso del 2019, ma si sentiva nell’aria un tutum tutum cardiaco davvero assordante, tutti i battiti dei bambini che finalmente rivedevano i compagni, ed era il loro unico pensiero, sommati a quelli dei genitori che si chiedevano quanto sarebbe durata la modalità in presenza, un pensiero tra mille mentre i notiziari raccontavano delle ore di fila ai drive-in per i tamponi e di sinistri segnali di una prossima escalation.

All’entrata, eccoli i compagni, come sono cresciuti. Sono cambiati. Non è vero che uno vale uno: li ho lasciati un anno fa che avevano otto anni e adesso vanno per i sedici. Chi più, chi meno, hanno sbarcato il lockdown con quello che passava il convento, principalmente canzoni trap su Youtube, TikTok, videogiochi con Pegi (classificazione in base all’età) assortite. Camminate strascinate i maschi, risatine acchiappasguardi le femmine: ho osservato le bolle di solitudine digitale dentro cui si muovevano già adolescenti e dentro cui di sicuro ci muoviamo anche noi, e ho pensato a come sarebbe stato bello se fossero scoppiate subito durante l’intervallo, restituendoli alle vecchie dinamiche tra compagni di scuola.

In realtà di lì a qualche giorno mio figlio, un mite integrale, è tornato a casa con una dinamica nuova di zecca: ha dato un pugno in piena faccia a un compagno. Per difenderne un altro, pare. Non gioca neanche a Fortnite, da lui il pugno non me lo sarei mai aspettata. Data la circostanza, mi inorgoglisce anche. Però il punto non è il pugno, è che non lo credevo possibile.

La terza cosa che ho imparato: l’oggetto del tuo amore non è mai quello che credi. Che sia il tuo compagno, la tua migliore amica o persino tuo figlio. Non lo conoscerai mai abbastanza e questo per fortuna gli dà un enorme vantaggio sulla tua presunzione. Sembra un paradosso ma, almeno per me, capirlo è stato un sollievo, accompagnato da un nuovo sentimento di rispetto. La pandemia è ancora lunga. Per un lockdown non si è mai pronti ma ora sono più preparata. E, da non crederci, magari dentro il pacco troverò altre sorprese.

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