Storia di un padre che precipita nel buio

E di una figlia che ha ancora troppe parole da sussurrargli.

signore di spalle che cammina
mrsGetty Images

Questa mattina sono andata via senza salutarti, dormivi e mi sembravi finalmente al sicuro. La preoccupazione, appena esco da casa tua, è sempre la stessa: e se fosse l’ultima volta che noi...? Hai perso la dimensione del tempo, le tue estati sono piene di inverni, di notte cerchi la luce del sole... Mentre il buio s’ingoia noi figli, i nipoti, quello che hai mangiato. Hai dimenticato il mio nome. Di colpo, però, come lampi, arrivano ricordi chiari, lucidi. Scopro qualche piccolo, per me comunque gigante, particolare della tua vita di bambino, di ragazzo...

«Non preoccuparti, c’è papà», mi soffiavi la sera, quando scivolavi nella mia camera per darmi la buonanotte. E adesso che vorrei essere io a dirtelo - non preoccuparti papà - tu non puoi ascoltarmi e dondoli su quel divano, con gli occhi spalancati e vuoti. Vorrei dirti anche che nessuno è mai stato capace di rassicurarmi come hai fatto tu, tu che sempre sei stato e sempre sarai l’uomo della mia vita. Non sono mai riuscita a dirtelo, non sono riuscita a dirmelo, e ora è troppo tardi.

Non riesco ad accettare che il tuo carattere minerale sia stato piegato, che la vita ti abbia fatto questo scherzo di pessimo gusto. Vorrei che le tue mani tornassero calde. Che, se tornassero calde, per te potesse fare una qualche differenza. Cresco, anzi: invecchio, e comincio a soffrire delle tue stesse malattie: il colesterolo alto, l’infiammazione cronica, le cataratte... Come se il destino volesse farci bere il tempo che passa dallo stesso calice. E allora, quando mi dimentico qualche episodio del passato, o confondo una piazza con una via, ho paura. Non mi spaventa non esserci più, sai? Ma non rendermi conto di esserci ancora, come sta succedendo a te. Perché? Perché, insieme al dolore che mi morde il cuore, provo anche questa rabbia e subito dopo un’assoluta vergogna? Perché, nonostante da quasi vent’anni io sia diventata madre, non so accettare questa situazione e mi ritrovo figlia, di nuovo figlia, per sempre figlia, innocente e senza cuore come tutti i figli?

Allora mi sveglia il dovere di ricordarla io la tua storia, quella di un ragazzo con il naso grande che è cresciuto nella miseria e sognava il riscatto. La sposa bambina con gli occhi azzurri, quel sacrificio, quell’altro sacrificio, tutte le domeniche e i giorni di festa in cui ti ostinavi a lavorare per realizzare il sogno di una casa con il terrazzo...

Rivedo un armadio aperto, un vestito arancione appeso, di mamma. Ecco le grida, una valigia sul letto, io che rimango a guardare e non so dove mettere le mani. Come siete arrivati a diventare così infelici, tu e la sposa con gli occhi azzurri? Avete continuato a rimanere insieme solo perché nessuno dei due sapeva com’è che si fa a lasciarsi e anch’io rischiavo di affondare nel mio matrimonio, ma poi: tranquilla, c’è papà. Mi hai detto. E solo grazie a te, che a lasciare non eri riuscito, sono riuscita a lasciare io e a dimostrare ai miei figli che non è solo la vita che cambia noi, anche noi possiamo cambiarla. Nel frattempo le giornate si sono fatte più stanche, ma anche più dolci, sono arrivati i nipoti, un Natale, un altro Natale... Per te e mamma è diventato troppo tardi per rischiare, dicevi. Eppure ora, papà, l’unica che riconosci è lei, la tua sposa bambina. La chiami di notte, le chiedi un bacio. Dunque avete avuto ragione voi?

Ho sbagliato io? Non lo so. So solo che ogni volta che ho ragione, ogni volta che sbaglio, tu mi parli nella testa e sei con me,
Tua M.

La vostra vita diventa un racconto scritto da Chiara Gamberale mandate le vostre storie a: mcsentimentalisti@hearst.it

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