L'ironia può salvarti dalla depressione

La toccante testimonianza di una donna che è riuscita a curare il proprio male e, con il tempo, le terapie giuste e il sarcasmo, ha ritrovato la forza di scegliere la vita.

Depressione e ironia
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Ha descritto, spesso con ironia, i suoi attacchi di panico, la difficoltà di gestire i giudizi delle altre persone (ignoranti in materia), il tentativo di suicidio e i momenti di buio totale che ha dovuto affrontare.

Abbiamo chiesto a una giornalista e scrittrice di raccontare la depressione femminile dal suo punto di vista.

Chi giudica questa malattia come una cosa da niente non conosce la fatica incredibile e gli sforzi che le persone depresse compiono per uscire da quel cratere buio. Silvia Vecchini condivide con noi la sua testimonianza e racconta come, con il tempo, le terapie giuste e il sarcasmo, ha ritrovato la forza di scegliere la vita.

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Potrei andare avanti all’infinito elencando le stronzate che ho sentito dalla gente sulla mia depressione e sui miei attacchi di panico. Le ho segnate. I depressi fanno attenzione a tutto. Ho amici come me, non proprio come me, ognuno ha la sua. Ti arriva personalizzata. È tua, intima e privatissima. Calza perfettamente il numero. Puoi cambiare taglia, non la puoi spiegare. Soffrirne ciclicamente, stagionalmente, da tutta la vita, dalla maturità o fin da piccola. Averla a stadi o fissa, a volte c’è il panico, costante o per attacchi, ci piombi come in un pozzo oppure scendi per gradoni successivi.

Siamo una band, The Upsidedowns (i downs sono quelli psicologici). Viviamo del Sottosopra. Ci salutiamo così: «Mi raccomando lontano dalle balconate». È umorismo pre-suicida. Lo capiamo in pochi. Voi siete fuori dal club, non potete coglierne la finezza squisitamente esclusiva. E ringraziate Dio. Per chi non sa cosa sia la depressione da fuori sembra che non ci sia niente. Emocromo scintillante. Valori intatti. Per noi è tutto reale. Uroboros che si morde, ci morde. Cocito, il fiume che cerchi di risalire, ma è lui che risale te. Non riesci a stare a galla, proprio tu che nuotavi così bene. Vi parliamo da un pozzo, siete così lontani.

Soffro di depressione maggiore e attacchi di panico dal 2010. Quell’anno ho provato a uccidermi. Tre bottiglie di vodka e diversi blister di Xanax. Al momento del bisogno. Non sono morta perché pesavo più di 100 chili. Il primo segno divino. Dovevo vivere. «Col tuo peso le dosi ingerite non sono state letali». Pesando 50 chili potevo entrare in coma. Oh, per un pelo proprio.

«Ma tu non sei depressa, c'hai solo delle fissazioni, fattele passare».
«Sei una ragazza così intelligente, ti piace così tanto vivere, si vede!».

No, non si vede. La depressione non si vede. Facciamo finta, tutto qui. È una fatica incredibile non farvi accorgere di niente solo per farvi stare tranquilli. Noi vorremmo morire.

«Sei solo un po' giù».

No, non sono un po' giù. Sono in un cratere al centro della terra, sto sprofondando e niente mi salva e tutto mi fa male. Sono all'interno di me stessa, sotto. Pagherei oro per stare un po’ giù. Mi ucciderei, ficcherei la testa nel forno, mi attaccherei alla canna del gas, mi sparerei un colpo in testa per avere «sai, quelle giornate un po' no?». Non vediamo l'ora di tornare a casa e di spegnere tutte le luci. Dormiamo sempre. Il sonno è la nostra agognata non-vita. Non rispondiamo al telefono e non veniamo ai vostri cazzo di aperitivi, ci dimentichiamo i compleanni e le feste comandate. «Ti sei vista tutto Game of Thrones e non sei venuta a trovarmi a Berlino». No, io fissavo lo schermo. Che cazzo me ne fotte di Berlino, io sono ad Auschwitz. Qui fa freddo e non riesco a dirtelo. Fa freddo sempre. Le tue mattine tiepide io sono congelata e apro gli occhi con l’agonia di averli aperti di nuovo. Quando ti dico che vado a fare una passeggiata, mi compro un pacchetto di sigarette e me le fumo tutte fissando una grande altezza. Certe cinque della sera non finiscono mai. Pomeriggi di attesa verso la notte con cui possiamo uccidere la nostra vita senza farci male. È la vita nel piumone d’acciaio. Quelli bravi riescono a uscire e andare a lavorare. Io sono diventata brava.

Dal 2010 le mie fasi di depressione maggiore e di attacchi di panico si sono alternate. Up e down. Up, up per sei mesi, down per due, up per quasi un anno (Ok, tutto finito! Non starò più male!), altro down. Fino a oggi. Ultimo down: da fine giugno a fine ottobre. «Eppure mettevi sempre foto su Instagram». Eh, già, eppur postavo.

Oggi sono felice, be', io non sono mai felice. Però sono declassata e possiedo una high functioning depression tutta mia. Invece di dire no ho imparato a dire sì. Ho imparato a spalancare la finestra e a farci entrare aria fresca invece di chiuderla. Esco, parlo con le persone, vado fuori a cena, poi torno a casa e voglio ammazzarmi, però funziono.

Nel picco più alto del mio down di quest’anno sono riuscita a consegnare dei lavori talvolta anticipando le scadenze. Andavo a correre un'ora tutte le mattine per farmi risalire naturalmente il livello di endorfine. Nella settimana peggiore in cui non pensavo di riuscire ad alzarmi dal letto, ho preso un aereo. Si è sposata la mia migliore amica e io ero la sua testimone. Sono riuscita a comprarmi un vestito firmato, delle scarpe coordinate e a esistere in mezzo a 200 invitati. In aereo ho scritto un discorso sull'amore per il brindisi mentre piangevo tutto il disamore che avevo per la vita. Non sapete quanto mi costa.

Come si fa? Per tutti quelli che mi spiegano me stessa e la mia malattia, che mi svelano la cura con i Fiori di Bach, che in questi anni si sono impancanati a educatori, a prodighi tutori di precetti assoluti mai richiesti, vi voglio svelare i miei segreti di bellezza. Ho una famiglia che mi ama. Un supporto terapeutico, una bravissima psicologa che mi ha letteralmente salvato la vita, che chiamo per nome e saluto a ogni fine-ciclo così: «Spero di non rivederti mai più».

Ho uno psichiatra che mi fornisce una cura farmacologica adeguata, tarata al milligrammo, alla goccia, che mi scioglie il panico e mi ristabilizza i livelli di serotonina nell'organismo come io da sola non potrei fare. «Le medicine ti rincoglioniscono, non sei più tu». No, è la depressione che mi rincoglionisce. È il panico che non mi fa più essere me. Se non sapete le cose, state zitti. Silence is sexy. E poi rido parecchio. L’umorismo è la mia forma di dialogo con il buio. Ho deciso di prendere per il culo il mio Male. Di fotterlo, perché non volevo più che lui fottesse me. Ho iniziato a fare battute che non sono piaciute per niente a un sacco di persone. Pazienza.

La depressione è una malattia-spauracchio-tabù. C'è allarmismo nei suoi confronti, da parte di chi non sa. E c'è una stupida forma di rispetto in chi ne soffre. Le volete bene? Ok, scopatevela la vostra depressione. Io non voglio essere amica di una malattia che mi diminuisce e mi azzera, che mi spinge al buio, al silenzio, alla solitudine. Che mi spranga in casa e mi mette una patina sui sentimenti, sulla vita che voglio vivere. Dico cose cretine sulla depressione: non le do nessuna dignità. Non abbiamo preso accordi. Non ha diritti su di me. Io voglio uscire con le mie facoltà intatte da questa relazione forzata. Fate quello che volete con la vostra depressione, io sono esausta. Voglio il divorzio, di quelli che non ti rivedi più e cambi città. Ho già firmato le carte.

«Su chi l'hai fatta la tesi di laurea? In questi momenti bisogna concentrarsi sulle proprie passioni».
«Sarah Kane, dottore, l'ho fatta su Sarah Kane. Conosce? È una che scriveva bene e s'è ammazzata».
«Quando andiamo al bar ti offro un Cipralex».

«Non ci devi pensare».
«E come faccio? Non esisterebbe la depressione se uno riuscisse a non pensare alle cose».

Finché faccio battute sto bene, state tranquilli. Be', sto bene. Vivo. Vedete? No, non potete vedere. Nessuno può vedere dentro gli altri, nemmeno se guarda bene.

Quando sono stata meglio dopo il primo lungo down ho attraversato un lago a nuoto. È stata la prima prova. Potevo fare ancora tutto. Vivere non era più un fatto infame. Dormivo per riposarmi, non per escludere la vita dalla mia vita. Ero di nuovo pronta. Ogni volta sono pronta. Sono insopportabile, metto tutti e tutto a fuoco, di nuovo. Studio, mi alleno. È come riabituarsi subito alla luce quando ti svegli. È una fatica incredibile per me, però continuo a farlo. Ho deciso. Sono come Mark Renton, ho scelto la vita. Non è la battuta di un film, è una storia vera.

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