"Sì, sono stato depresso, ma sono guarito"

La depressione può colpire chiunque, quasi nessuno ne esce da solo. Non vergognamici di chiedere aiuto. Ce lo insegna questa storia.

depressione
Tobias TitzGetty Images

Al primo incontro pubblico dopo l’uscita di Benevolenza cosmica (per il Book Pride alla Fabbrica del Vapore: era il 15 marzo del 2019 - astronomicamente ancora inverno - ma a Milano faceva così caldo che avrei potuto presentarmi in pantaloncini e infradito) dichiarai che il carattere del protagonista era ritagliato in buona parte sulla personalità del sottoscritto: scelta non dettata tanto da una smisurata egomania o da facoltà immedesimative di desolante ristrettezza, quanto dal lungo periodo di depressione che mi aveva colto cinque anni prima (dopo una serie di eventi tutt’altro che propizi) e al quale attribuivo - in una sorta di compensazione - lo spunto per la storia assolutamente speculare di un uomo afflitto da eccesso di fortuna.

Della parola depressione mi pentii all’istante, tanto che nel corso degli incontri successivi l’avrei preveritivamente ribadita proprio per tentare di ridimensionarne l’impatto: corressi il tiro spiegando ai presenti che avevo semplicemente attraversato un periodo un po’ complicato (nel gennaio del 2014 avevo perso il lavoro da istruttore in palestra; nel febbraio successivo mi diagnosticarono una corioretinopatia sierosa all’occhio sinistro; più o meno nelle stesse settimane prese avvio uno strano prurito notturno alle gambe e soprattutto - macrocausa che sospettavo includere psicosomaticamente le ultime due - il dattiloscritto del mio primo romanzo continuava a essere ignorato da tutti gli agenti e gli editori interpellati), in pratica chiedendo pubblicamente venia per aver utilizzato un termine eccessivo o improprio. Sopra ogni altra cosa, aggiunsi, non avrei mai voluto mancare di rispetto a tutti coloro che della depressione avevano una diagnosi gravemente conclamata.

Poi accadde che al quarto o quinto appuntamento pubblico fosse presente Silvia, la mia fidanzata, la quale ascoltò perplessa il mio ormai stucchevole ribadire che “no, ma quale depressione, è stato solo un breve momento di difficoltà”, prese mentalmente appunti e due ore dopo, in albergo, m’inchiodò alla verità. «Un breve momento di difficoltà?», mi disse. «Non è vero: sei stato clinicamente depresso per quasi due anni». Ovviamente tentai di minimizzare, adducendo la mia tendenza all’enfasi e un suo generico fraintendimento, ma lei ribatté che era stata al mio fianco per tutto quel periodo e non aveva frainteso un bel niente. Mi rammentò tutti i sintomi tipici di quei lunghi mesi: le innumerevoli mattinate passate sul letto a fissare il soffitto, la perenne tetraggine, la svogliatezza, la mancanza di entusiasmo ed energia, lo strisciante senso di colpa e il deficit ormai invalso di autostima; alluse alla mia teledipendenza (e qui mi toccò convenire: persino al Book Pride avevo affermato che da quel penoso inverno uscii psichicamente incolume grazie “all’amore della mia ragazza, all’idea per un secondo romanzo e soprattutto alle repliche mattutine di Casalinghe disperate su Raidue”), accennò all’insonnia e a tutta una serie di sinistre somatizzazioni - accuse che rintuzzai a fatica finché la mia fidanzata tirò fuori la carta decisiva.
«Ed Elisa?», disse. «Ti ricordi l’episodio di Elisa?».
E qui alzai la proverbiale bandiera bianca.
Elisa.
Come non ricordarmi di lei? L’avevo già dimenticata una volta: ripetermi era inconcepibile.

Nell’estate di quel fatidico 2014 capitava spesso che io e Silvia cenassimo in un ristorante macrobiotico sul lungomare di Porto San Giorgio: qui lavorava una cameriera molto cordiale, sorella del proprietario, che gestiva una piccola attività commerciale ma di sera aveva il tempo di servire in sala. Probabilmente in quel periodo ero davvero così amareggiato e disilluso da suggere ogni minimo surplus di cortesia e umanità da parte del prossimo, anche se credo di poter affermare che Elisa ci prese particolarmente in simpatia, chiudendo un occhio se arrivavamo in ritardo, riservandoci i piatti migliori e accogliendo con genuino apprezzamento i miei tentativi (che spesso si risolvevano in patetici tentativi) di essere affabile e spiritoso.

L’estate successiva tornammo al ristorante e fummo accolti da Francesca, un’altra cameriera. Silvia le chiese subito dove fosse Elisa: Francesca rispose che da qualche mese aveva cominciato a lavorare a tempo pieno e non collaborava più all’attività di famiglia. A quel punto m’intromisi. «Chi è Elisa?», domandai. Ricordo che eravamo già seduti: Silvia si girò a guardarmi. «Come chi è?», disse. «Elisa: la ragazza che ci serviva l’anno scorso». Io la fissai perplesso. «Ho un vuoto di memoria», mi giustificai. Lei insistette: «La sorella di Stefano», disse. «Magra, capelli scuri, simpaticissima. Ci scherzavi sempre». Io allargai le braccia. «Proprio non me la ricordo».

La mia compagna sembrò spazientirsi.
«Elisa», sillabò. «Come fai a non ricordartela? Alla cassa restavamo dieci minuti a
chiacchierare».
Io scossi la testa, totalmente ignaro di chi stesse parlando. Guardai la cameriera, impetrando indizi supplementari, ma da lei non ottenni altro che uno sguardo circospetto.
«Mi tornerà in mente», conclusi.
Ma non accadde. E il dettaglio più inquietante della vicenda si concretizzò proprio alla fine di quell’estate, quando Elisa si presentò a cena con un gruppo di amici, spalancò gli occhi nel riconoscerci e corse ad abbracciarci. Ovviamente condivisi il breve entusiasmo collettivo del ricongiungimento, ma in realtà identificai la ragazza a malapena, contestualizzandone ricordi nebulosi e frammentari: soprattutto - nonostante nel giro dei due minuti successivi Elisa si palesasse per ciò che era, ossia una giovane donna affettuosa, vivace e intelligente - non riuscii a immaginare quali argomenti di conversazione avessimo condiviso per un’intera stagione. Di lei non ricordavo quasi nulla: avevo obliterato fisionomia, voce, gestualità, vezzi espressivi. Quando tirò fuori un paio di buffi aneddoti ridacchiai divertito, ma per quanto mi sforzassi non affiorarono ricordi di quanto narrava.

La verità era che Silvia aveva ragione. E tre anni dopo, in quella camera d’albergo, sdraiato sul letto come l’altrettanto afflitto Gary Lambert de Le correzioni di Jonathan Franzen, ammisi finalmente che ero stato depresso: talmente chiuso e concentrato sui miei rovelli che avevo rimosso intere porzioni di vita, piacevoli o spiacevoli che fossero, inoltrandomi distratto e trasognato tra i filari delle esperienze senza notarne - e godermene - davvero nessuna. La realtà era che avevo passato diciotto mesi della mia vita a galleggiare nell’autocommiserazione, munito di occhialini appannati e tappi per le orecchie, strutturando una sorta di rudimentale camera di deprivazione sensoriale per annegare la mia tristezza nell’oblio della noncuranza.
Ovviamente non aveva funzionato.
Nello stesso momento mi resi conto che ero stato incredibilmente fortunato. Cosa sarebbe accaduto se non avessi avuto accanto una persona determinata e amorevole come la mia compagna? In quei mesi Silvia aveva usato spesso la parola depresso, scuotendomi, esortandomi, suggerendomi di vedere uno specialista, ma io non l’avevo assecondata, confidando nella sua forza almeno quanto nella mia.

Ma ora so che se chiunque può soffrire di depressione, quasi nessuno ne esce da solo. Non c’è nulla di male ad ammettere di aver bisogno di aiuto: è di gran lunga più saggio confidare nel sostegno altrui piuttosto che nella benevolenza della sorte. Qualunque filosofia personale che compendi o comprenda il Panta Rei eracliteo è una buona filosofia, ma non è prudente sottovalutare un evento solo perché transitorio: certe ferite possono avere conseguenze irreparabili.

Lasciamoci aiutare. Chiediamo aiuto. Non restiamo soli.

Courtesy Adelphi

Fabio Bacà è nato nel 1972 a San Benedetto del Tronto, dove vive e lavora. Si è occupato di giornalismo per qualche anno prima di approdare all’insegnamento delle ginnastiche dolci. Ha scritto alcuni racconti brevi e un romanzo inedito. Nel 2019 Adelphi ha pubblicato il suo esordio, Benevolenza Cosmica, finalista al Premio Opera Prima, al Premio The Bridge, al Premio Megamark e vincitore del 40° Premio Città di Moncalieri.

Una giornata per la salute mentale. Il 10 ottobre di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale che ha l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sull’importanza della salute psicologica e l’impegno per migliorarla in tutto il mondo. Con l’occasione, Mindwork (mindwork.it), società italiana, con base a Milano, impegnata a incrementare il benessere e destigmatizzare la salute mentale nei luoghi di lavoro, ha ideato Suspended Care, un progetto a impatto sociale con lo scopo di supportare la salute psicologica di tutti gli operatori sanitari che sono stati e sono ancora impegnati nella lotta al Covid-19.

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