"Ho smesso di avere paura della solitudine connettendomi con il mio io più profondo"

Stare (soli) con se stessi non significa essere rifiutati né abbandonati. La parola all'esperto.

paura della solitudine
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In linea generale l'essere umano ama la compagnia, aggregarsi e condividere esperienze, progetti, cibo, oggetti, risate così come apprezza il fatto di ritrovarsi a volte solo con se stesso a riflettere, dialogare con il proprio io più profondo, meditare. In alcuni casi o momenti però restare soli o il timore di esserlo può creare la paura della solitudine, un disturbo d’ansia che può avere effetti negativi sulla vita di chi ne soffre. Come combattere questa emozione morbosa? Come essere consapevoli che la solitudine non significa essere rifiutati, né isolati, né abbandonati, ma può essere un'occasione per conoscersi meglio, crescere, evolverci, coccolarci? Abbiamo intervistato lo psicologo Daniele Marchesi (@lapsicologiaperte) per capire quali sono le cause e i possibili rimedi di questa fobia.

Cos’è la solitudine e perché sentirsi soli può fare (molta) paura?
La solitudine è l’immenso abisso che si pone tra noi e il non essere. Sì lo so, potrebbe sembrare una frase roboante e io un pedante psicologo che risponde da filosofo annoiando pesantemente chi legge, con ragione effettivamente. Però, riflettiamo un attimo: la solitudine è la non possibilità di confronto, come faremmo dunque a definire noi stessi senza uno specchio in cui rifletterci? L’umano, per essere e vivere dunque, ha sempre avuto bisogno di essere insieme ai suoi simili. In primis potremmo considerare che in quanto esseri sociali apparteniamo a una specie che, dai suoi albori, ha sempre avuto bisogno di radunarsi in gruppo. Questo per proteggersi da innumerevoli situazioni e fenomeni, anche dai nostri simili oppure dalla natura stessa. Dobbiamo ammettere di essere estremamente fragili e vulnerabili se presi individualmente, mentre in gruppo sappiamo creare ciò che nessun’altro sul nostro pianeta è mai stato in grado di fare. Nel bene e nel male. Uno sguardo più approfondito, teso a non scomodare antropologi e mostri sacri come il signor Piero Angela, è la visione di noi, del XXI secolo, come individui inseriti in una società. Dentro di noi, scritto come un monito evolutivo, suona quella stessa sensazione di vulnerabilità che i nostri avi provavano. Non crediamo che questo presente, composto da tecnologia, scoperte e possibilità, ci abbia donato il super potere di non sentirci soli e quindi non soffrire di solitudine. Anzi, volendo ben vedere l’isolamento è tutt’oggi uno dei problemi più importanti. Abbiamo sempre fatto affidamento sull’altro, e l’altro ha sempre fatto affidamento su di noi. Ognuno di noi è un anello di una catena che vive in quanto composta dagli altri. Se vogliamo capire perché la solitudine ci fa paura, possiamo chiederci che senso avrebbe un anello senza un altro a cui collegarsi. Sarebbe inutile, proprio come saremmo inutili noi senza gli altri.

Quale è la causa principale che porta a questo tipo di paura?
Penso che il motivo sia la nostra stessa natura. Le cause che generano in noi questa emozione sono diverse. Proverò a dare una lettura di due tra esse. In primis, da quando siamo nati siamo accuditi. Uno dei sistemi motivazionali tipici dell’umano, studiati da scienziati del calibro di Darwin, Ekman e Bowlby, è proprio l’accudimento. Esso è volto all’offerta di cura e confronto in situazioni di pericolo o dolore. Riflettiamo sulla nostra crescita: il neonato non è in grado di occuparsi di sé e ha bisogno di qualcuno che pensi alle sue necessità. Molte mie amiche, pazienti e conoscenti potrebbero sottolineare che, volendo ben vedere, l’emancipazione, l’indipendenza e l’autonomia restano chimere per molti maschi adulti, nonostante abbiano superato da molto il periodo dello svezzamento. Una visione ironica voi direte, vero, ma ragioniamoci insieme: consideriamo l’avere paura di non essere in grado di badare a se stessi, tantomeno di chi abbiamo accanto. Sarebbe come essere degli infanti di fronte alla pericolosità della vita. Possiamo dunque comprendere la presenza della fatica nel separarsi da ciò che ci fa sentire al sicuro. Da questo punto di vista quindi le cause sono: l’insicurezza, la mancanza di autostima e l’impossibilità di avere sperimentato modalità che ci hanno fatto sentire capaci e sicuri di noi stessi. In secondo luogo, ma non meno importante, credo che la causa generatrice sia qualcosa che ognuno di noi teme da sempre e temerà per sempre: la non appartenenza. Ho avuto la fortuna di avere accanto a me un dolce cucciolo di Pastore Tedesco che accompagna la mia vita da ormai cinque anni. Credo di avere imparato più io da lui che lui da me. Ciononostante, per la nostra convivenza è stato necessario insegnargli alcuni meccanismi. Non sono mai servite violenze, verbali e fisiche, nel fargli comprendere come fosse un comportamento corretto. Volete sapere come sia stato possibile? Sappiate che la sua punizione è sempre e solo stata una: essere chiuso fuori dalla mia stanza per 30 secondi. Badate, era in soggiorno non certo al freddo e al gelo. Ciò che però è stato per lui è un meccanismo di uscita dalla sua relazione più importante. La sensazione di rifiuto perché ha commesso qualcosa che all’interno del gruppo o della relazione non è ammesso. La nostra società, la nostra cultura, la nostra città, i nostri amici, la nostra famiglia, non c’è paura più grande che essere rifiutati. Sono tutti contesti sociali in cui sperimentiamo la stessa sensazione che il mio cucciolo ha avuto nella sua educazione. Vogliamo appartenere perché esso ci permette di avere identità. Noi apparteniamo in quanto parte del tutto, senza la nostra intera esistenza perderebbe di significato.

Come andrebbe affrontata la solitudine?
Potrebbe sembrare strano, ma credo che invece di affrontarla andrebbe ascoltata. Voi penserete sicuramente a una follia di scrittura, invece vi invito a riflettere insieme. Partiamo dal concetto che la vera e propria solitudine, di per sé, non esiste. Ci sarà sempre qualcuno accanto a noi oppure qualcuno a cui potremo appoggiarci. Forse non sarà colui o colei che vogliamo, forse non risponderà ai nostri sogni e desideri, ma non saremo mai realmente soli fino a che noi stessi non lo vorremo davvero. Partendo dunque da questo punto di vista: se la solitudine dipende da noi e da nostri movimenti e comportamenti, perché abbiamo voluto prendere questa strada e questa scelta? Quali sono stati i nostri comportamenti che hanno portato a isolarci senza volere più accudire, essere accuditi, appartenere e condividere. Perché abbiamo noi rifiutato gli altri proteggendoci dentro il bozzolo del non confronto. Capire quali sono le paure, i dolori e ciò che abbiamo vissuto ci permette di ascoltare la parte più fragile e bisognosa di noi. In questo senso non è la solitudine a dovere essere affrontata, ma la nostra volontà, che ha e avrà sicuramente le sue ragioni, nel proteggersi dagli altri.

Come si gestisce e si combatte la paura di restare soli?
Ci sono numerosi casi in cui la paura di rimanere soli si manifesta. Non c’è una panacea che possa supportare tutti. Numerosi meccanismi che attiva, potenziali disagi e difficoltà psicologiche e sofferenze. Sarò sincero: non sono in grado di potere declinare tutto ciò in una breve intervista. Ciononostante qualcosa voglio provare a suggerirlo, sperando che qualcuno possa trovare un sorriso nelle mie parole: conosci il tuo nemico. Iniziamo chiedendoci: perché ho paura di rimanere da solo? Da dove deriva questa mia paura?! Da un passato trascorso, da esperienze che ho vissuto? Oppure da una mia insicurezza, da qualcosa che ora possiedo e che non voglio perdere. Potrebbe anche essere dalla sensazione di non essere abbastanza e dunque non sentirsi all’altezza di potere appartenere, a un gruppo, a una relazione a ciò che desideriamo dal più profondo. Cerchiamo di ascoltarci e comprendere da dove nascono le nostre paure. Non facciamo l’errore di scacciare la paura, finiremmo solo per mettere polvere sotto il tappeto che si accumula. Un’emozione non può essere controllata e se c’è vuol dire che qualcosa di importante dentro di noi ci sta chiamando. Sono certo che dalla risposta si può lavorare molto, per crescere ed evolverci. Forse questa paura non smetterà mai di esserci del tutto, potrà ridimensionarsi, ma echeggerà proprio come nei nostri avi nella nostra mente. Qui arriva il nodo e il punto fondamentale, non dimentichiamoci mai: si può essere coraggiosi solo se si ha paura. Abbi paura, conosciti, diventa coraggioso solo così potrai cambiare e diventare come desideri essere.

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