Io, posseduta dal demone del fitness

100 addominali. Poi 150. Poi la corsa. Il sollevamento pesi. Sempre di più. Senza pietà. Dopo il divorzio, la palestra doveva colmare il vuoto affettivo e la solitudine. Ma era finita per diventare una droga subdola, che mi costringeva a sfide sempre più dure ed estreme con me stessa. Fino al giorno in cui corpo e mente hanno fatto “crac”

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Sudare è bello. Sudare fa bene, migliora l’umore, aumenta le endorfine. Me lo ripetevo sullo step, sul tapis roulant, sul cross trainer, mentre facevo stretching. La palestra aveva il parquet, era accogliente. L’istruttore non era bello, ma aveva un sorriso invitante. Mi parlava di obiettivi, guardava oltre ed era come se non fossimo lì, ma altrove. Allora non sentivo più il sudore e nemmeno la musica dell’iPod: il mio corpo spariva e con me rimanevano solo il battito del cuore e quella voce che diceva «puoi farcela».

Poi finiva l’allenamento e saltava fuori qualche muscolo che nemmeno ricordavo di avere; con la borraccia in mano e l’asciugamano sulle spalle mi trascinavo dolente verso la sauna. A casa mi aspettavano uova sode o bistecca con insalata. A fine serata, andavo a letto stanca e leggera.

E prima di questo, cosa c’era? C’era mio marito e c’era il nostro matrimonio, che ora mi rappresentavo come un buco nel muro. Lo stesso apparso una sera, quando avevo visto un’espressione strana nei suoi occhi, come se il mio corpo fosse qualcosa di perturbante per lui. Un buco nero, profondissimo, erano anche i messaggini che arrivavano sempre a cena: allora i suoi occhi penzolavano per gli spazi vuoti della casa, alla ricerca di non so cosa, e poi si aprivano silenzi e distanze abissali.

Un giorno se ne andò, non prima di avermi teneramente baciato la fronte. Rimasi sola, nella nebbia, a sgranellare una serata vuota dietro un’altra. A volte guardavo dalla finestra i grattacieli e mi chiedevo se si sentissero soli come me. Mi stava vicina un’amica storica, che ogni tanto mi invitava a bere un cocktail o a fare una passeggiata nel parco. Quel giorno ci trovammo per pranzo: arrivò con i capelli tirati su alla bell'è meglio e le guance arrossate.

Sai, mi disse, mi sono iscritta in palestra ed è bellissimo! Mi sento davvero meglio, più in forma; faccio diversi corsi e sono seguita da un trainer, da quando ho iniziato mi sento più energica e anche l’umore va meglio. Poi mi guardò negli occhi: perché non ti iscrivi anche tu? Potrebbe aiutarti.

Due settimane dopo iniziavo. La prima seduta fu quasi traumatica. Anche se ero stata una pallavolista in gamba, tutto risultava impegnativo e difficile. L’istruttore non mi lasciava prendere fiato e diceva che quell'allenamento era il minimo sindacale. Guardavo quelle macchine lucide e mute, severissime; i muscoli mi bruciavano e mi sentivo così piccola.

Tornai a casa un po’ demotivata, ma a un certo punto mi si aprì dentro una sensazione di benessere: era come se il mio corpo, pur indolenzito e stanco, si fosse liberato di tanto materiale emotivo, come se qualcuno mi avesse fatto dono di un’inattesa leggerezza. Quella leggerezza rimase a lungo come sottotraccia, come un demone, un richiamo dolcissimo e allo stesso tempo pericoloso.

Con la mia amica ci prefissammo degli obiettivi: riuscire a fare tutta la scheda assegnataci dall'istruttore e, alla fine, venti minuti di cyclette. All'inizio andavamo due volte alla settimana, poi dissi, perché non tre? Lei non poteva, aveva già il lavoro e la famiglia che la occupavano, ma io, sola e libera come il vento, che problemi avevo? Allora via: lunedì, mercoledì e venerdì. Resistevo meglio agli allenamenti e anche il mio istruttore dovette ammetterlo: stai facendo dei progressi incredibili. Cambiammo scheda, esercizi sempre più tosti. Lui mi chiedeva ogni tanto se andasse tutto bene, ma io tendevo a trascurare i dolori alle spalle, alla schiena, alle caviglie e alle ginocchia. Mi diceva di lavorare con un peso di 15 chilogrammi? Io iniziavo così, ma poi lo spostavo a 17, a 18, a 20. Lui era orgogliosissimo, ma mi diceva: piano. Io non lo sentivo: andavo a fare 100 addominali e poi mezz’ora di corsa sul tapis roulant. 25 chili, 28, 30.

Una mattina, dopo la palestra, ero più stanca del solito: la testa pesantissima, facevo fatica ad aprire gli occhi. Chiesi un giorno libero dal lavoro. Ma la sera ero di nuovo in palestra. 150 addominali, mi spaccai la schiena con il vogatore. 32 chili, 35, 37, 40… Mi sentivo una leonessa, la regina della sala. I parenti, durante il pranzo natalizio, notarono il mio cambiamento fisico con grande approvazione. Le mie braccia erano toniche, tutti i muscoli scolpiti: ero perfetta e stavo sempre meglio. La sensazione di vuoto, il dolore per la fine del matrimonio si erano sciolti come neve al sole.

Per Capodanno mi chiesero di andare in montagna: dissi di no. Mi sarei persa i miei allenamenti. E per quelle vacanze avevo deciso di esagerare, di passare il limite: la frequentai tutti i giorni. Dopo le due settimane di vacanza, ripresi il lavoro, ma ormai non avevo più interesse per la carriera: ogni momento era buono per leggere libri sulla motivazione e il fitness, o per andare al parco e camminare col contapassi.

Avevo obiettivi sempre più ambiziosi in testa e ormai non ascoltavo nemmeno più i consigli del trainer: quello che veramente contava era superare me stessa, dimostrare di saper abbattere qualsiasi limite. La mia amica frequentava sempre meno il centro e quando ci incrociavamo mi guardava con occhi strani. Una sera, negli spogliatoi, mi chiese se la settimana dopo mi avrebbe fatto piacere uscire con lei e un gruppo di donne che si occupavano di questioni femminili e solidarietà. Sapeva quanto questi temi mi stessero a cuore, ma una cortina di ferro era scesa fra prima e dopo: se fossi andata con loro avrei perso un allenamento e mi sarei sentita in colpa, quindi dissi di no. Mentre lei parlava, pensavo che non avrei dovuto mollare la corsa dopo 40 minuti, già che c’ero potevo farne 50. Il giorno dopo feci così: dopo i pesi, che mi prendevano 45 minuti, feci 50 minuti di corsa.

Ormai la sessione quotidiana di fitness, fra allenamento e doccia, durava più di due ore. Al lavoro i colleghi mi guardavano preoccupati: la mia professionalità, la mia affidabilità sembravano un lontano ricordo. Avevo in testa solo numeri: 45, 47, 50. Superare me stessa era l’unica arma per non scivolare nel vuoto. Iniziai a frequentare la palestra anche in pausa pranzo. La mattina mi alzavo alle 6 e correvo sul tapis roulant di casa. Ormai il fitness riempiva le mie giornate e non c’era più posto per nient’altro.

Furono le scale a salvarmi. Ci caddi un giorno, così, come se stessi camminando sul bilico del nulla, come se la mia testa, i miei piedi, le mie gambe non avessero ormai più nessuna relazione con la terraferma. Mi lussai una spalla, all’ospedale mi prescrissero riposo assoluto, ma non se ne parlava proprio: avrei perso tutto quello che avevo conquistato.

Il giorno dopo ero in palestra come sempre. Tornando a casa, i dolori erano lancinanti: svenni di fronte a un kebabbaro, i ragazzi che ci lavoravano dentro chiamarono un’ambulanza. E al medico che mi chiedeva cosa fosse successo, mentii. Tornai a casa e ripresi la routine di allenamenti. Ma i dolori alla spalla erano lancinanti e dopo due giorni svenni di nuovo, da sola, nel bagno della palestra: rinvenni sentendo male ovunque, con la fronte insanguinata perché avevo preso uno spigolo.

Questa volta non riuscii a evitare lo specchio: ci guardai dentro e vidi una donna in balia di un’ossessione che la stava divorando completamente. E piansi. Piansi nel bagno della palestra, tornando a casa, di fronte al kebabbaro dove ero svenuta e una volta arrivata nel mio appartamento. Piangendo chiamai la mia amica e lei mi rassicurò. Mi avrebbe aiutato lei. Una settimana dopo iniziai le sedute dalla psichiatra. Lei mi disse che quella da fitness era una dipendenza come le altre, anzi, forse più subdola, perché la ginnastica fa bene, se fatta entro certi ragionevoli limiti. Continuai a frequentare per un po’ la palestra, ma imponendomi sessioni più brevi e a giorni alterni. Per un anno.

Poi, nauseata, giurai a me stessa di non metterci più piede. Oggi pratico danzaterapia due volte alla settimana e sto bene. Sto imparando a sentire il vuoto e il terrore senza scappare. Cammino per strada con più lentezza, e cerco di appassionarmi ai colori che vedo per le strade. A quella bellezza che è l’unica salvezza possibile.

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