Combattere le ombre, le luci con la muay thai arte collettiva diventata "in solitaria"

Tenace e atleta che ha fondato una palestra tutta per sé e tutta per noi: intervista a Chiara Laurora

thai boxe
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Odore denso, acre, polveroso. Movimenti secchi, precisi, faticosi. Combattere in queste settimane è un verbo che ha acquisito numerose varianti rispetto a quelle che, da una vita, significano per Chiara Laurora, professionista dell’arte del combattimento a fini sportivi e fondatrice della palestra milanese Dream Believe Fight. Combattere in solitaria, mantenendo il distanziamento sociale, certificando la necessità di allenarsi ma allo stesso tempo di sfogare paure e stress figli di un nuovo male invisibile. I dogmi e l’arte della muay thai, ci si può allenare da soli mantenendo lo stesso professionismo che garantisce una palestra e un’insegnante presente, attenta alle azioni e ai sentimenti che animano uno sport così fisico? In una città silenziosa per mesi, in ripresa da pochi giorni, chiediamo a Chiara di raccontarci quei rumori dati da pugni che fendono l’aria, gambe che disegnano spazi di luce casalinga, respiri che ascoltiamo da soli.

Quanto cambia allenarsi da soli, virtualmente, rispetto a farlo in gruppo?
Se parliamo di sport da combattimento c’è un aspetto importante da considerare, senza un partner con cui allenarsi, moltissime attività propedeutiche sono infattibili. Si può concentrare l’allenamento sulla preparazione atletica, su tecniche a vuoto, nel caso di pochi fortunati che hanno la disponibilità di un sacco da boxe a casa anche qualche lavoro al sacco. Ma quello che veramente caratterizza questo sport, il contatto, non è possibile. Oltretutto anche per l’insegnante diventa difficile poter strutturare degli allenamenti specifici rischiando di cadere nel mero allenamento privato del fascino degli sport da contatto. Perché la boxe sembra uno sport solitario ma in realtà il gruppo è fondamentale per la crescita. Il supporto dei compagni, lo scambio e l’interazione sono davvero importanti, te lo racconta una che per anni si è allenata da sola con il coach. Lavorare da soli ha i suoi vantaggi ma dopo un po’ si sente la necessità del confronto e di condividere fatiche, gioie, errori e risultati.

Qual è il colpo al cuore che senti quando ti alleni, gareggi, vivi per questo sport?
Per me questo sport è stato amore a prima vista. Da dilettante giocava moltissimo il fattore divertimento nella fase di preparazione. Salire sul ring era un mix di emozioni che non saprei spiegare in poche parole e dopo la gara… mi sentivo a un metro da terra per giorni. Oggi è diverso. Vivo per questo sport. L’allenamento porta con sé il raggiungimento del risultato. Il livello delle avversarie è sempre più alto e la sfida sempre più stimolante. Talvolta è estenuante ma l’obiettivo, salire sul ring e combattere, è il pensiero dominante che mi spinge sempre oltre. È la mia droga. Adrenalina, competizione, superamento dei propri limiti, emozioni inspiegabili.

Quando hai capito che sarebbe stata la tua vita, un modo di vivere e non solo sport?
Dopo pochissimo, neanche qualche mese dopo aver iniziato. Sin da bambina ho sempre fatto sport a livello agonistico ma crescendo la mia vita si era impostata in tutt’altra direzione. Ho avuto un figlio molto giovane, ho fatto mille lavori, ho studiato architettura e ho iniziato a lavorare nel settore subito dopo aver conseguito la laurea. Nessuno, nemmeno io in primis, avrei mai pensato che uno sport potesse trasformare la mia vita. Mi sono avvicinata per la prima volta alla Thai Boxe mentre ero all’università ma solo per qualche mese perché le finanze non mi permettevano di pagare l’abbonamento. A malincuore ho dovuto smettere ma non appena mi è stato possibile ho ricominciato. Avevo già 28 anni, grandicella per iniziare uno sport da combattimento ma contro ogni pronostico dopo qualche mese ho fatto il primo match a contatto leggero e dopo 8 mesi ero volata per il mio primo incontro senza protezioni in Thailandia. Al mio ritorno dal viaggio ho preso la decisione di concentrare ogni mio sforzo in questo sport. Non avevo molti anni per farlo e sono donna. Non è stato facile. Soprattutto entrare nel mondo dell’insegnamento.

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In che cliché ti sei imbattuta?
Spesso mi è stato detto che in quanto donna non sarei stata credibile. Che per quanto fossi competente, era meglio fingere che il corso che tenevo fosse fatto da un collega uomo e che avrei però svolto io effettivamente il corso. Altre volte per lo stesso motivo mi hanno “consigliato” di insegnare solo a donne e bambini. Tutt’oggi alcune persone si stupiscono che io insegni questo sport anche agli uomini. Oggi fortunatamente ho centinaia di allievi, in maggioranza uomini perché questo sport tende ad attrarre più un pubblico maschile e da settembre 2019 ho aperto un’associazione sportiva dilettantistica che devo dire, mi sta dando molte soddisfazioni.

Difendersi, proteggersi, conoscersi: nonostante i cliché di qui sopra questa disciplina è più femminile di quello che sembra?
Assolutamente sì: sicuramente aiuta ad acquisire maggiore consapevolezza del proprio corpo, maggiore sicurezza e ovviamente forza fisica. Non sono una fan dell’azione come autodifesa in caso di aggressione. Continuo a credere che la miglior difesa sia rimanere lucidi e cercare una via di fuga in quanto non si può mai sapere chi si ha davanti e di quali armi disponga. Certo è che saper sferrare un pugno o un calcio al momento opportuno sapendo mantenere un minimo di lucidità può aiutare, e non poco. Quanto allo sport, non voglio fare confronti ma l’esperienza mi ha insegnato che generalmente a una minore capacità di esprimere potenza, le donne compensano con una maggiore velocità di apprendimento della tecnica, maggiore lucidità e strategia d’azione. Gli sport da combattimento sono paragonabili a una partita a scacchi. La strategia è tutto. Oltre a questo le donne sono in genere più tenaci sia nella fase di allenamento che sul ring. Un match femminile tra professioniste è solitamente un grande spettacolo di tecnica e resilienza accompagnato da grande rispetto tra le atlete.

Qual è il ricordo più bello che ti è rimasto di una tua gara?
Tutti i match che ho fatto mi hanno lasciato ricordi indelebili. Ognuno a suo modo. Due sono i match che più mi hanno emozionata. Il primo è certamente il match disputato al D-Fight nell'ottobre 2015. Fino a quel momento avevo perso solo il mio primissimo match senza protezioni da semiprofessionista contro una forte atleta che aveva molta esperienza più di me. Ho sempre desiderato potermi confrontare nuovamente con lei e il giorno era arrivato. Ero davvero emozionata, la mia rivincita, con molti miei amici presenti e per di più in un grande contesto. Ero lucida, concentrata, ricordo ogni istante sia prima che durante il match. Riuscii a portare a casa la vittoria per Ko in meno di un round. Una sensazione incredibile che non saprei descrivere. Un mix tra gioia, euforia, soddisfazione personale e anche un po' di dispiacere per aver colpito duramente la mia avversaria che ormai conoscevo da qualche anno e che rispetto moltissimo. Il secondo che non dimenticherò mai è uno dei match che ho disputato in Thailandia nell'agosto 2016. Era il mio primo match dopo essere stata operata per la frattura scomposta dell'ulna, rotta durante un incontro a dicembre 2015. Un'occasione unica. Combattere a Bangkok di fronte al palazzo reale per il compleanno della Regina. Ero in Thailandia da sola in un camp fuori Bangkok per allenarmi un paio di mesi ma una mia grande amica è venuta apposta per potermi sostenere quel giorno. Tutto davvero incredibile. In Thailandia l'atmosfera è già normalmente diversa. La Muay Thai è una tradizione, un rituale. Poterne far parte da straniera in un contesto come quello è davvero una rarità. Mi sono sentita onorata! Il match l'ho disputato contro un'atleta russa che viveva in Thailandia facendo la professionista di Muay Thai. Un match sentito e combattuto da entrambe e l'ho portato a casa con una vittoria per Ko al terzo round. In entrambi i casi posso dire che non è solo l'incontro, l'adrenalina e il risultato che rendono queste esperienze uniche ma anche tutto il contorno.

Qual è il ricordo che ami dalle tue allieve?
Delle mie allieve amo la tenacia, lo spirito di sacrificio quando stanche da intense giornate di lavoro le vedo trascinarsi in palestra pur di non perdersi un allenamento, quando esultano per una tecnica finalmente riuscita o quando nascondono la grande soddisfazione quando si prendono un brava e infine, la scintilla nei loro occhi quando l'arbitro a fine match alza loro la manina della vittoria. Le mie allieve sono tutte uno spettacolo!

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