A Bali, una casa come un santuario tropicale

La progettualità si inchina al paesaggio, in una residenza abbracciata da una natura vibrante.

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Stefano Scatà

Nella fotografia in alto: realizzata su un unico livello, l'abitazione ha uno scenografico tetto in ironwood e immense vetrate a tutta altezza, incorniciate da pareti in legno e pietra lavica della regione di Ubud. La piscina è concepita con doppio accesso: dall'area giorno e dalle due ali laterali che ospitano la zona notte.

Pareti scorrevoli come quinte di un teatro naturalistico. Elementi dalla forza primitiva mitigata da un rigore quasi scandinavo. Nell'immenso giardino, una piscina che pare delineare un confine tra la perfezione di aiuole e prati all'inglese (ma terrazzati, secondo la tradizione indonesiana) e la potenza esplosiva della foresta. Siamo a Sayan, distretto di Ubud, cuore artistico e culturale di Bali: un luogo denso di suggestioni color smeraldo, avvolgenti come un mantra. Lo scenario detta le regole formali in questa villa di quattrocento metri quadrati dell'imprenditrice polacca Magdalena Bakker, arrivata a stabilirsi qui per una serie di coincidenze fortuite.

Maximilian Jencquel in una camera per gli ospiti: sue la scrivania e la sedia Angostura, oltre alla boiserie.
Stefano Scatà

La scalinata d’ingresso.
Stefano Scatà
Tavolo da pranzo e sedute, di Studio Jencquel; tre campane rurali utilizzate come sospensioni; i pavimenti sono realizzati in marmo Natalia, tonalità crema.
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In primo piano, serie di Buddha birmani in alabastro. Divani Ikea in lino bianco; tavoli in ironwood e marmo Elegant Brown, di Studio Jencquel, che ha progettato anche la coppia di consolle sullo sfondo; sedie di Zapp Design; lampadario Vertigo, di Constance Guisset, Petite Friture.
Stefano Scatà

Lo sviluppo a "L" dell'abitazione segue la morfologia della collina e le finestre extralarge inquadrano il paesaggio, tracciando un percorso in & out che calibra sapientemente l'esigenza di privacy e l'ampio respiro del panorama. Dalla zona giorno – organizzata al centro della planimetria – si allungano le stanze private, dotate di bagno en suite: da un lato, la camera padronale con la doccia outdoor e la terrazza, per pacificanti attimi di solitudine; dall'altro, l'ala riservata agli ospiti. Il gusto deciso della proprietaria scandisce i canoni decorativi. Le collezioni d'arte – raccolte negli anni in varie località dell'arcipelago – sono accostate con grazia ai tessuti: dal lino immacolato dei divani ai copriletti in seta a motivi naïf. L'arredamento, invece, è opera del designer Maximilian Jencquel, che dopo una laurea a Parigi (alla prestigiosa Penninghen) e una proficua collaborazione giovanile con Andrée Putman e Christian Liaigre, nel 2010 si è trasferito nell'esotica Ubud; una decisione destinata a segnare una svolta netta nella sua vita professionale. Tutto è iniziato con alcuni periodi di vacanza, durante i quali il creativo si è innamorato della mondanità understated del posto, nonché delle architetture di Linda Garland, ideatrice di rifugi tropicali per divi del cinema e dello spettacolo. «All'inizio non è stato affatto facile adattare il know-how europeo alla manualità, seppur straordinaria, di artigiani che si tramandano il sapere di padre in figlio, spesso senza neppure un background di studi. Ma una volta trovato il punto d'incontro tra l'immaginazione e la loro abilità, il gap si è trasformato in potente fattore ispirante».

Salotto e dining sono un unico ambiente, sul quale si apre il blocco cucina, visibile sulla destra. Tavolo e serie di sedie firmate Studio Jencquel, con lampadari ottenuti da campane del posto; il lume bianco tra i due divani Ikea fa parte della collezione Vapeur, design Inga Sempé per Moustache.
Stefano Scatà

La terrazza della camera padronale, pensata per momenti di relax privato, è in ironwood e pietra lavica. Divano da esterni su disegno, in tessuto Sunbrella, e due lanterne portacandele, scelte a un mercato di Giava. A destra, a protezione della scala, installazione con sculture tribali di origine indonesiana.
Stefano Scatà

I mobili, in prevalenza custom-made, sono infatti il risultato del felice compromesso tra minimalismo e handmade. Su ogni superficie – dal grande tavolo nel living, con le scenografiche campane rurali tramutate in lampade, alle consolle e ai coffee table di Jencquel – dominano i legni orientali. Il resistente ironwood della struttura portante lascia campo libero al teak negli interior e a tocchi della locale Paras stone vulcanica sui muri, dove dilaga il marmo Natalia, del Sud-Est asiatico. Il tetto è un capolavoro ingegneristico di apparente semplicità. Realizzato da carpentieri esperti, sfoggia una trama di travi ricoperte di bangkirai wood dall'effetto vellutato: citazione dei tongkonan, dimore ancestrali del Sulawesi meridionale dalle coperture in canne di bambù e paglia. Non solo. Se nella parte interna prevale la maglia grafica delle foglie di rattan sovrapposte, fuori c'è un "guanto" di tegole a protezione dalle intemperie. Ci si sente al riparo e al contempo parte della vegetazione, dolcemente digradante verso la gola del fiume. «Ho cercato una connessione emotiva con il genius loci», conclude Maximilian, che prima di questa residenza ha firmato, tra l'altro, il bar del vicino Four Seasons e il concept ecosostenibile di un boutique hotel sulla costa.

La suite padronale è avvolta dalla texture vellutata del teak. Sul letto sartoriale, telo di seta indonesiana, in sintonia cromatica con il tappeto d’àbaca creato da artigiani di Sumatra. Tavolini in legno e marmo, di Studio Jencquel (con sede a Ubud), come la poltrona in vimini sullo sfondo.
Stefano Scatà

Nella sala da bagno in marmo di Carrara, il mobile è custom-made, in massello di teak, con rubinetteria di Toto.
Stefano Scatà

Nella camera degli ospiti affacciata sulla piscina, scrivania su disegno.
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A completare l'ensemble è stato chiesto l'intervento del paesaggista olandese Menno Landstra, che in tandem con lo Studio Jencquel ha concepito una perfetta dimensione naturale/domestica. La plunge pool è rivestita lateralmente in Candi stone (ancora di origine lavica), mentre il pavimento ostenta un "tappeto" in Sukabumi, materiale basaltico che vira al verde. Un modo spettacolare, pur senza artificio, di chiudere il cerchio scenico.

Le palme svettanti e la facciata nelle ore poetiche del tramonto.
Courtesy Photo
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