L'arte di Sergio Fiorentino

Incontro con il pittore nell'atelier a Noto. Un creativo affascinato dai colori della sua Sicilia.

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Samuele Castiglione

Vedi anche Arredare all'insegna del soft touch, con le tele di Fiorentino protagoniste del nostro servizio.

Nella fotografia in alto: Sergio Fiorentino con il gatto Wabi di fronte alle sue opere. A parete, la serie Tuffatori; a terra, da sinistra, Volto con puntini blu, Noto, Sognatore blu e Sognatore rosso.



Corpi che si librano nell'aria e volti dallo sguardo enigmatico. Soggetti e cromie danno forza a uno stile dai rimandi classici

Noto, i cieli azzurri e i toni della pietra locale. Sergio Fiorentino utilizza pochissimi colori, di grande incisività narrativa. «Perché è impossibile resistere al fascino e alla palette di un luogo metafisico come questo», afferma l'artista, che sette anni fa ha lasciato la sua Catania proprio per trasferirsi nella capitale del Barocco siciliano. Classe 1973, si era già messo alla prova con il restauro di ceramiche antiche, ma soltanto qui ha ripreso la passione di una vita: la pittura.

L’artista catanese Sergio Fiorentino nell’atelier di Noto accanto a Volto con fili blu (2019), tela di formato XL realizzata con pittura a olio e vernice acrilica per lo sfondo.
Salvatore Cataneo
Ritratto senza sguardo (2017), tela esposta al Museo archeologico di Noto durante una mostra dedicata all’artista catanese.
Vincenzo Medica

Alla ricerca di un atelier a Noto, nel 2012 Fiorentino ha scoperto un refettorio del Settecento: «Spazi carichi di storia accanto a Santa Maria dell'Arco, chiesa di Rosario Gagliardi, architetto al quale si deve gran parte di questa città». A convincerlo di aver trovato la location giusta sono state le tracce di carminio e cobalto sotto l'intonaco, le medesime cromie del proprio manifesto di stile, «incentrato su una tavolozza essenziale, in cui compaiono il bianco per la luce, il bruno Van Dyck (ovvero un marrone tendente al nerastro per le ombre), un rosso sanguigno e il blu, più spirituale». Nel portfolio dell'artista spicca, tra le altre, la serie Volti: «Fisionomie avvolte da un pigmento oltremare quasi ipnotico, per approdare alla vita». Opere che, nell'intensità dello sguardo, rimandano a Jan Vermeer e Antonello da Messina, maestri amati da Sergio.

Esposte nello studio ricavato dal refettorio di un convento del Settecento annesso alla chiesa di Santa Maria dell’Arco, a Noto, da sinistra, Tuffatrice, una tela della serie Acqua, un dipinto della serie Santi in cui è visibile l’utilizzo della foglia d’oro; sullo sfondo, sezioni di un’opera che misura 4,5x3 metri.
Salvatore Cataneo

Uno scatto che ritrae Sergio Fiorentino con il volto dipinto di blu, suo colore d’elezione.
Gianluca Di Francesco

Una tela della serie Gemelli.
Silvia Berton

Sofisticati i riferimenti alla classicità. Uno su tutti la Tomba del Tuffatore (480-70 a.C.), al Museo archeologico di Paestum, poetica suggestione per il ciclo intitolato Tuffatori. Altrettanto raffinata la fissità degli occhi che – per sua stessa ammissione – Fiorentino tratteggia volando con la memoria alle opere di Antonio Donghi, esponente del Realismo magico d'inizio Novecento, noto per l'immobilismo dei ritratti. Altresì Gemelli, Santi e Sognatori, serie diverse ma con l'iconico trait d'union fatto di figure doppiate, dal sesso indefinibile: rigorosamente realizzate con le nuance del cielo e della pietra. In un sussurato tributo alla terra, che ha riacceso in lui l'amore per l'arte.


Azzurri intensi e nuance terrose compongono la palette dell’artista. Sulla tela si compie il virtuoso tributo ai paesaggi del cuore

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