Banksy in mostra al Mudec

L’esposizione monografica di Milano è la prima ospitata da un museo pubblico italiano sul misterioso street artist.

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Courtesy Butterfly Art News Collection

Nell'immagine sopra, l'opera Love Is In the Air (Flower Thrower), 2003.

Il suo superpotere è l’invisibilità. Lo dicono in molti (lui per primo). Banksy: basta il nickname per far scattare sull’attenti una curiosità formato gossip. Come una specie di Spiderman o di Zorro lascia tracce (e firma) dipinti sulle strade delle città, senza mai scoprire il volto e tanto meno dichiarare le proprie generalità. È così che questo geniale street artist è diventato celebre in tutto il mondo. Complice anche qualche colpo di teatro, come l’opera Girl with a Balloon, che si è autodistrutta poco dopo essere stata battuta all’asta da Sotheby’s a Londra per 1,2 milioni di euro.

Girl with Red Balloon, 2004.
Courtesy Butterfly Art News Collection
Flying Copper, 2003.
Courtesy Butterfly Art News Collection


È vero, l’alone di mistero cresciuto intorno al personaggio lo ha reso famoso. Ma la sua criptonite è il talento. La capacità di lanciare messaggi taglienti ed efficaci, in una forma sapiente. Che fa riflettere ed emoziona. Lo dimostra A visual protest. The art of Banksy: l’esposizione, appena inaugurata al Mudec di Milano e in programmazione fino al 14 aprile 2019 è l’occasione giusta per ammirare e pensare, guardare e capire, supportati da un linguaggio semplice e trasversale. Accessibile a tutti. Proprio come l’arte dovrebbe essere sempre. A Milano succede perché l’obiettivo, molto ben pensato, è stato fornire chiavi di lettura con scrupolo museale e didattico. «Ho trattato questo artista come avrei potuto fare, per esempio, con Lichtenstein: da un punto di vista accademico, forse un po’ freddo, ma con l’intento di far luce sul lavoro artistico e non sul fenomeno mediatico. L’anonimato, dall’inizio una scelta, ma anche una necessità, ha alimentato il mito adombrando i contenuti. Spero che lo spettatore possa uscire da qui sapendo chi è Banksy», spiega Gianni Mercurio, curatore della mostra.

Rat and Heart, 2015.
Courtesy Artifical Gallery, Antwerp

Prima monografia ospitata da un museo pubblico italiano, A visual protest non è autorizzata dall’artista inglese. Del resto, non poteva essere altrimenti. Banksy difende la sua indipendenza dal sistema anche così. Ha fatto un’eccezione soltanto con il museo di Bristol (che pare sia la sua città natale), dove nel 2009 ha curato personalmente ogni dettaglio, anche se rigorosamente a porte chiuse, immune da avvistamenti. Detto questo, il valore del concept milanese resta intatto, con il merito di aver inserito le opere nel loro contesto, spiegandolo molto bene. «Sono tutte caratterizzate dall’immediatezza, ma spesso hanno un background britannico con significati che a noi sfuggono», aggiunge Mercurio. Una dopo l’altra scandiscono nelle sale del Mudec, in un percorso anche cronologico, facilissimo da fruire. Che parte dal brodo di coltura dove tutto è incominciato. Varcata la soglia si entra nel mondo di Banksy, prima che diventasse tale. Una sezione introduttiva racconta il Situazionismo degli anni ’50 e ’60, gli studenti-tipografi del ’68 francese e i writers di New York degli anni ’70-’80, movimenti e soggetti che hanno dato voce a una protesta visiva (parole fuse con immagini) e a cui Banksy è legato per affinità elettive. Poi arrivano i suoi dipinti, prints numerati, adesivi e fotografie ordinati secondo temi precisi: la ribellione contro le multinazionali, contro il consumismo, la guerra, il mondo borghese e quello stesso dell’arte. Protagonisti di una dimensione metaforica i famosi ratti, che stanno a Banksy come le lattine di zuppa Campbell’s a Andy Warhol: «Esistono senza permesso sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione nella sporcizia. Eppure sono in grado di mettere in ginocchio un’intera civiltà», fa sapere l’artista. Nei suoi lavori i topi diventano borghesi con l’ombrello e abiti impeccabili, scassinatori, rapper. Vandali armati di vernice e pennelli, che popolano fogne, cunicoli, aree degradate. E sono il paradigma dei writers presenti in luoghi simili per marchiare muri, cancelli, serrande con i loro spray, braccati dalle forze dell’ordine.

Mosquito, 2002.
Courtesy Artificial Gallery, Antwerp
Un’immagine dalla mostra milanese.
Paolo Poce

La mostra raccoglie anche tante copertine di vinili e cd (bellissime quelle realizzate per i Blur a partire dal 2003 per l’album Think Tank) più una quarantina di memorabilia tra litografie, adesivi, magazine, cartoline e flyer promozionali. Così la storia dell’artista e del suo mondo è completa. A chiudere ci pensa un video, che al ritmo di una musica underground riproduce su tre pareti i murales realizzati da Banksy in diversi luoghi del mondo. Alcuni tuttora esistenti, molti altri scomparsi. Filo rosso dall’inizio alla fine, uno stile che è sempre, indipendentemente dai soggetti, irriverente, soffuso di una cupa ironia. E spesso semplice soltanto in apparenza. I messaggi di protesta sociale e politica sono infatti anche sottili, con precisi rimandi alla cronaca e alla storia. Per questo il taglio didattico della mostra mette a segno l’obiettivo: al termine della visita Banksy resta invisibile, ma di lui e di quello che ci ha voluto dire si è capito molto di più.

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