L’Ottocento italiano in mostra a Forlì

I maxispazi dei Musei San Domenico ospitano un avvincente viaggio nel tempo con 150 opere di oltre 90 artisti, da Hayez a Segantini.

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Nella foto in apertura: Ettore Tito, Luglio (Sulla spiaggia), 1894, olio su tela, Trissino (VC), Fondazione Progetto Marzotto.

C’era una volta l’Italia appena nata, un secolo e mezzo fa. Un Paese con una tradizione multistrato, alla ricerca di una sua identità. L’arte, in quegli anni, dal 1860 fino alla Grande Guerra, zoomava sulla vita pubblica e privata, su storia, politica, sui contesti più comuni con una molteplicità di linguaggi: il Romanticismo, ancora in voga, ma quasi al tramonto, il Purismo e il Realismo (in via di affermazione). E, ancora, il Simbolismo, che esplorava le suggestive regioni della coscienza umana al confine tra realtà e sogno; la rivoluzionaria “pittura a macchia” dei Macchiaioli. E il Divisionismo, concentrato sulla scomposizione dei colori e della luce. Mentre a Parigi succedeva di tutto, tanto che di tutto era il centro, l’Italia era brulicante di energie e sperimentazioni creative che hanno lasciato il segno, affrescando il Paese in svariati punti di vista. Rilegge tutto d’un fiato quel momento storico, carico di fascino poliedrico, la mostra “Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini”, appena inaugurata e visitabile fino al prossimo 16 giugno nei maxispazi dei Musei San Domenico di Forlì. È una rassegna solenne e sontuosa, che racchiude sotto lo stesso tetto 150 opere di 94 firme storiche, protagoniste di un racconto epico e avvincente della società, attraverso un coinvolgente mix di cifre stilistiche in costante dialettica tra dettami ufficiali e modernità.

Michele Cammarano, Breccia di Porta Pia, 1871, olio su tela Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte.
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Giuseppe De Nittis, Il foro di Pompei, 1875, olio su tela, Viareggio, courtesy Società di Belle Arti.
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Telemaco Signorini, L’alzaia, 1864, olio su tela, collezione privata, courtesy Jean-Luc Baroni Ltd.
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La password per visitare la mostra – condividono i curatori Fernando Mazzocca e Francesco Leone e il Presidente del Comitato scientifico, Antonio Paolucci – è un sentimento famigliare. Un riconoscersi sul terreno dei grandi eventi così come negli sfondi domestici e nella natura, come se ogni opera appartenesse a un memoir collettivo. Nella lunga sequenza di dipinti e sculture – che apre con Hayez, l’ultimo dei romantici, e la sua coppia di eroine bibliche Ruth (1853) e Tamar di Giuda (1847) – pulsa la vita intera dell’Italia postunitaria.

Francesco Hayez, Ruth, 1853, olio su tela, Bologna, Collezioni Comunali d’Arte.
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Ci sono le battaglie e gli episodi gloriosi del Risorgimento riprodotti su tele di formato gigante, che catturano lo sguardo con scene e primi piani dal sapore cinematografico, come sullo sfondo di un concitato storyboard. Ma anche i fatti chiave del Medioevo civile e del Rinascimento, identificati in quelle decadi, come il vertice più alto raggiunto dalla civiltà italiana. Filo conduttore, la forza didascalica e coesiva dell’arte. «Nelle grandi esposizioni nazionali, quella di Firenze del 1861 e quelle che nel 1911, fra Roma, Torino e Firenze, hanno celebrato il cinquantenario dell’Unità, sfilano artisti come Hayez, Fattori, Cammarano, Lega, Michetti, Mancini, Previati fino a Nomellini, a Sartorio, a Segantini, a Pellizza da Volpedo. È un’epoca nella quale l’arte, soprattutto la pittura, assume un consapevole ruolo “politico”, di educazione e di persuasione. Bisogna convincere gli italiani di essere un popolo, non un “volgo disperso che nome non ha” (Manzoni)», afferma Paolucci. Ecco spiegata anche la lunga sequenza di volti (mirabili) di personaggi della politica e della cultura, come il provato e fiero Giuseppe Garibaldi dipinto nel 1882 da Vittorio Matteo Corcos, Giuseppe Mazzini, ritratto in uno dei suoi ultimi momenti di vita da Silvestro Lega. Gioacchino Rossini, visto da Hayez.

Silvestro Lega, Studio di testa per Gli ultimi momenti di Giuseppe Mazzini, 1872, olio su tela Modigliana (FC), Museo Civico.
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Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lo specchio della vita, 1895-1898, olio su tela, Torino, Gam – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea.
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Nel racconto espositivo, che si snoda in dieci corpose sezioni tematiche, c’è spazio per l’intera società con le sue contraddizioni, le disparità e i suoi sfondi. Tra tanti capolavori, L’alzaia (1864), un’opera indimenticabile a giudizio (condiviso) di Paolucci. Firmata da Telemaco Signorini, ritrae due classi distinte sulla stessa tela lunga quasi due metri: un gruppo di manovali, aggrappati alle funi per trasportare una chiatta, e un precettore con elegante soprabito e cappello, a spasso con la sua piccola allieva. In mostra anche l’agio con i tanti ritratti di signora, specchio di una tintinnante scena mondana: nobildonne, eleganti borghesi, dive e divine come Madame Arnold Seligmann vista da Giovanni Boldini, Eleonora Duse, tratteggiata pensierosa dal pennello di Eduard Kaulbach e Lyda Borelli, protagonista del busto in marmo di Pietro Canonica.

Telemaco Signorini, Mattino a Pietramala, 1889-1890, olio su tela, collezione privata, courtesy Enrico Gallerie d’Arte Milano.
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Infine il sentimento, l’amore uguale a ogni latitudine ai tempi della Belle Époque: «Nel quadro In lettura sul mare (1910), di Corcos – ci invita a pensare Paolucci – chi sceglierà, la ragazza al centro, tra il giovanotto che legge e quello che la guarda?». Infine, un posto d’onore, va al paesaggio italiano tra mari, monti e vestigia dell’arte, portato su tele attraverso giochi di luce e prospettive magistrali. Su questo terreno spiccano, tra i tanti, Telemaco Signorini, autore del Pascolo a Pietramala (1889) e del Mattino a Pietramala (1889-1890), Francesco Lojacono con Dall’ospizio marino (1891). Giuseppe Pellizza da Volpedo con Tramonto (1902): è lo stesso autore de Lo specchio della vita (1895-1898), sapientissimo esempio di tratto divisionista, con la stesura del colore puro a piccoli punti, usato per cristallizzare il passaggio di un gregge in fila indiana. Tra luci e ombre della natura.

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