La personale di Liu Bolin al Mudec di Milano

Fino al 15 settembre 2019, le performance mimetiche del celebre fotografo cinese.

image
Paolo Poce

Si intitola Visible Invisible la grande mostra (aperta fino al 15 settembre 2019) che il museo milanese Mudec dedica all'artista cinese Liu Bolin, genio della fotografia mimetica: autentiche performance visual che, con la complicità di un elaborato body painting, integrano perfettamente l'autore con lo sfondo, fino alla quasi totale scomparsa. Una mimesi degna dell'estetica di Aristotele, ragionando all'occidentale, e un nascondersi dietro le cose per dire che luoghi e oggetti hanno un'anima, parimenti all'uomo, che è poi uno dei cardini della filosofia orientale. Lavori talvolta all'insegna della contemplazione, ma spesso anche strumento di denuncia, in direzione di una critica politica e sociale.

Liu Bolin, Future, 2015.
Courtesy Boxart, Verona
Liu Bolin, Family Photo, 2012.
Courtesy Boxart, Verona

Ecco dunque che il Mudec presenta cinquanta opere di Liu Bolin, tra cui un inedito della Pietà Rondanini scattato al Castello Sforzesco di Milano e la fotografia della Sala di Caravaggio, mai esposta prima, realizzata nel 2019 alla Galleria Borghese di Roma, oltre all'immagine creata nel Mudec stesso tra i reperti della collezione permanente. L'autore ha infatti un particolare rapporto affettivo con l'Italia: «Alcune istantanee vogliono essere una dichiarazione d'amore per il vostro inestimabile patrimonio. Ho studiato scultura all'accademia di Belle Arti di Shandong (città in cui è nato nel gennaio 1973, ndr) e quando sono uscito per la prima volta dalla Cina ho esplorato le principali città italiane», afferma.

Liu Bolin, Sala di Caravaggio, Galleria Borghese, Roma, 2019.
Courtesy: Boxart, Verona
Liu Bolin, Teatro alla Scala n° 2, Milano, 2010.
Courtesy: Boxart, Verona

Il repertorio di Bolin, esaustivamente rappresentato in questa mostra al Mudec, è idealmente suddiviso in serie. Hiding in the city esprime la ribellione nei confronti della modernità, dopo che il governo di Pechino demolì il suo atelier nel Suojia Arts Camp per fare posto alle costruzioni delle Olimpiadi. Di fronte alle impellenti richieste della modernità che distruggono tradizioni e identità, Bolin ha risposto celandosi in paesaggi urbani, come metafora della cancellazione dell'io. Quindi Hiding in the rest of the world e Hiding in Italy, oltre a Shelves, dove a nascondere la silhouette umana sono scaffali di birre e bibite zuccherate.

Liu Bolin, Soft Drinks, 2013.
Courtesy Boxart, Verona
Liu Bolin, Mobile Phone, 2012.
Courtesy Boxart, Verona

Infine Migrants, tema parimenti caro al Mudec e all'artista, che ha coinvolto alcuni rifugiati ospiti dei centri d'accoglienza in Sicilia. E nulla è più consono della sua ispirazione per comunicare la disperazione umana nel processo migratorio sulle rotte selvagge del mare, l'annientamento e la spersonalizzazione assoluta delle genti alle quali viene negato tutto: la storia, il volto, l'umanità.

Liu Bolin, Migrants, 2015.
Courtesy Boxart, Verona
Liu Bolin, Memory Day, 2015.
Courtesy Boxart, Verona
Pubblicità - Continua a leggere di seguito