L'editoriale della direttrice Cinzia Felicetti: novembre 2020

In epoca di lockdown l’immaginazione si rivela un sorprendente strumento di difesa, precursore di rinascita.

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Foto di Lorenzo Pennati nella grafica di Silvia M. Reppa

L'abitudine di fantasticare attraverso la lettura di un romanzo o la visione di un film avvincente non va considerata una regressione infantile, con buona pace di Sigmund Freud. Al contrario, è un modo efficace per entrare in contatto con il nostro sé più coraggioso, che si trova coinvolto in avventure appassionanti pur mantenendo la distanza di sicurezza. L'immaginazione (ritenuta da Albert Einstein più importante della conoscenza) diventa così il biglietto d'ingresso temporaneo in un mondo dai confini definiti, dove gli accadimenti sono governati da uno storyboard preciso e – proprio per questo – rassicurante. Esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nell'opprimente era dei lockdown, dominata da caos, fragilità, incertezza.

La dicotomia tra insoddisfazione e desiderio è il carburante dell'estro creativo e il sogno a occhi aperti può essere rigenerante quanto una passeggiata solitaria nei boschi. Bollato come un'oziosa perdita di tempo in questa società spietatamente produttiva, rappresenta al contrario il sostrato di molte scoperte scientifiche e di tutta la tecnologia (vedi alla voce Steve Jobs). Lasciandoci andare, di fatto, permettiamo al cervello di stabilire nuove connessioni, percorrere strade inesplorate, scovare soluzioni geniali. Il presupposto fondamentale affinché questo piccolo miracolo accada? Abbandonare la convinzione che ogni minuto della nostra esistenza debba essere utile e finalizzato al raggiungimento di un risultato. Perderci, insomma, per poi ritrovarci migliori.

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