Georgia O’Keeffe e il suo codice estetico

Le case della grande pittrice rivelano il suo amore per le sfumature assolate, i paesaggi desertici e il design iconico.

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Grafica di Silvia M. Reppa

Le tonalità incandescenti del sole e le nuance argillose del paesaggio rendono con poetico realismo la fascinazione del New Mexico

Villaggi desolati, strade tortuose in mezzo al nulla, teschi e palchi di animali sospesi sullo sfondo di panorami fuori scala, dove la prospettiva è quasi azzerata. Il mondo che Georgia O'Keeffe (1887 − 1986) dipinge negli ultimi decenni della sua esistenza sembra un inno alla solitudine. In maniera criptica − talvolta più gridata − a risultare protagonisti sono l'assenza di vita, i silenzi assordanti nelle terre riarse del New Mexico o la presenza di misteriosi amuleti. Un codice stilistico apparentemente distonico, se paragonato alla ricerca estetica che caratterizza le sue dimore alle porte del deserto.

Taos Pueblo, olio su tela eseguito tra il 1929 e il 1934. In tutte le opere dell’artista − prive di figure umane − protagonista è un paesaggio spesso spettrale.
Courtesy the Eiteljorg Museum of American Indians and Western Art, Indianapolis, by SIAE 2019

Ritratto di Georgia O’Keeffe realizzato dal fotografo canadese Yousuf Karsh nel 1956, oggi esposto nella sua casa di Abiquiu.
Courtesy Photo

Georgia O’Keeffe nel suo ranch di Abiquiu, New Mexico. Lo scatto del 1948 è del noto fotografo Philippe Halsman.
© Magnum Photos

Che si tratti di Ghost Ranch o della casa di Abiquiu, architetture spartane acquistate rispettivamente nell'estate del 1940 e nel dicembre del 1945, questi spazi sfoggiano pezzi unici, installazioni e icone del design provenienti dall'appartamento newyorkese dell'artista. Uno stile dalla spiccata personalità, documentato con tele e scatti tratti dal volume Georgia O'Keeffe At Home (Quarto Press), racconto per immagini sull'influenza esercitata da molteplici paesaggi e scenari nell'opera omnia della grande pittrice statunitense.

Un’immagine di Ghost Ranch, nella contea di Taos, New Mexico. La pittrice acquistò l’abitazione con sette acri di terreno nell’estate del 1940.
Courtesy Photo

From the Faraway, Nearby, opera del 1937 che vede immortalati teschio e palchi di antilope in un desertico paesaggio fuori scala, a rappresentare simbolicamente la solitudine.
© The J. Paul Getty Trust; Frederick R. Weisman Art Museum © 2016 Georgia O'Keeffe Museum/DACS, London

Mesa and Road East II, tela del 1952 che rappresenta proprio la strada verso Abiquiu.
© Georgia O'Keeffe Museum

Il salotto della casa comprata da Georgia O’Keeffe nel dicembre 1945 ad Abiquiu, contea di Rio Arriba, New Mexico.
© National Park Service Survey, USA

La O’Keeffe immortalata nel 1960 ad Albuquerque di fronte all’opera Pelvis Series, Red With Yellow, 1945.
Courtesy Photo

Non più sensuali calle, orchidee o iris dalle suadenti simmetrie − oggetto d'interesse della prima parte della sua carriera − bensì costruzioni in argilla come Taos Pueblo o The House I Live In, olio su tela del 1937 che ha la forza di un'istantanea scattata all'adorato Ghost Ranch, rifugio di cui scriverà: «L'attimo in cui mi sono svegliata qui per la prima volta ho capito che era il posto in cui volevo vivere». Altrettanto cariche di pathos le parole annotate nei suoi diari a corollario di Mesa and Road East II, opera del 1952 sulla strada verso Abiquiu. «Preferisco venire qui che in qualsiasi altro luogo a me noto. È un modo per vivere comodamente ai confini del mondo, così lontano che forse nessuno verrà mai a trovarmi». E in quel "comodamente" sembra racchiuso un personalissimo progetto di interiors. Tra queste quattro mura Georgia O'Keeffe si circonda di autentici capolavori.

La mano della O'Keeffe con il suo amuleto, in una foto del 1968.
Courtesy Photo
Black Rock on Red, opera del 1971 che raffigura una pietra di fiume levigata dalla corrente e usata dalla O’Keeffe come amuleto.
© Georgia O'Keeffe Museum


Dipinge gli ambienti di bianco e mantiene il patio interno, nel quale monta grandi finestre a incorniciare il panorama, suo soggetto d'elezione. Tutt'intorno, sotto travi in legno e volumi dalle geometrie rigorose, dispone un coffee table di Mies van der Rohe, la poltroncina Butterfly di Knoll, la Womb Chair e le Tulip di Eero Saarinen, le sedute degli Eames e un'ottomana di Henry Bertoia. Non è ancora tutto, perché O'Keeffe completa l'affascinante abitazione con un mobile di Alexander Calder in camera da letto e la scultorea sospensione Akari di Isamu Noguchi sul tavolo della cucina. Sparsi qua e là tessuti Navajo, pietre levigate dalla corrente del fiume Colorado, teschi di antilopi appesi ai muri e ceramiche di artigiani del New Mexico. Il risultato non è una fredda galleria, ma quella che con Maria Chabot − fedele amica occupatasi in sua vece dell'acquisto e della successiva sistemazione della casa di Abiquiu − adorava definire "Gesamtkunstwerk": un'opera d'arte totale, come i suoi quasi novantanove anni. Molti dei quali votati alla pittura.

Un ritratto dell’artista in meditazione, scatto del 1966 fatto nella stanza da letto della casa di Abiquiu.
Courtesy Photo
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