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Il mondo si divide in due: chi beve il gin con l'angostura (noi!) e chi no

Dalle proprietà curative a quelle di esaltazione del più classico dei cocktail: così l'angostura ritorna tra le bottiglie immancabili dei bartender.

Ash Edmonds on Unsplash

Sul gin è stato scritto (anche da noi) praticamente di tutto: che sia la base dei cocktail più classici, evergreen della storia della mixology (Negroni, anyone?), che lo si beva in purezza nelle sue varianti più estreme, che addirittura lo si mescoli al cioccolato bianco per inedite uova di Pasqua superfashion, il gin è il superalcolico per eccellenza. Quello che fa subito cool, quello che ti fa sbronzare peggio di qualunque altro (e i postumi, cela va de soi, sono devastanti), ma è comunque il liquor che sopravvive a tutte le epoche e le mode per la sua anima sì classica, ma anche ribelle. Sopratutto quando unito all’angostura

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Il sapore spagnoleggiante del nome ha una motivazione geografica, oltre che una collocazione storica precisa. 1824, Venezuela. Durante la lotta per l’indipendenza del nuovo stato che sta nascendo dalle rivolte capeggiate dall’eroe nazionale Simon Bolivar, c’è un giovane medico di origine prussiana, Johann Siegert. Si trova nell’esercito per curare i soldati, che sono continuamente colpiti da febbre e problemi intestinali durante le battaglie per il territorio. Siegert è un curioso e studia le piante tropicali per scoprirne le proprietà, visto che la medicina si basa ancora sugli effetti curativi delle piante. A forza di analizzarle, trova il modo di mescolarle perché siano talmente potenti da diventare indispensabili nel kit di sopravvivenza dell'esercito. Piante amare, ovviamente, nella convinzione che più qualcosa è amara, più faccia bene.

Adam Jaime on Unsplash
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La ricetta dell'angostura originaria è ovviamente segreta, ma la sua composizione è all’incirca costruita così: la corteccia di una pianta (Cusparia Febbrifuga), chiodi di garofano, radice di genziana, cardamomo, essenza di arance amare e china, in una miscela alcolica al 44,7%. Acqua e zucchero in aggiunta, così è più gradevole al palato. Per darle un nome pratico Siegert battezza il suo mix di erbe con il nome della città dove risiedeva: Angostura. Da lì, anche grazie al passaparola dei marinai che attraccavano in porto dopo traversate di mesi e cercavano ristoro e tonico nell’amaro del dottor Siegert, l’angostura superò i confini atlantici verso l’Europa. La commercializzazione è arrivata più tardi e con un errore di tipografia, l’etichetta gigante stampata in nero su bianco, vintage da pazzi ed elegantissima, che avvolge completamente la bottiglia. Uno sbaglio di misure che ne ha reso evergreen la fama. Oggi l’angostura gode di una nuova giovinezza nelle creazioni specialissime di molti mixologist, che ne riscoprono il sapore amarissimo per reinventare alcuni cocktail molto classici (tipo il Rob Roy, a base di whisky, o il Capri cocktail col cognac) o per dare vigore ad alcuni mix molto personali. L’eterno dilemma però resta, da quando, per la prima volta, qualcuno osò far scivolare una goccia di angostura in un bicchiere di gin. Sacrilegio o meraviglia, angostura gin cocktail

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