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Scartata, buttata, sprecata: e invece la farina di caffè è il business che salverà il mondo (dei celiaci?)

Dopo la farina di uva altra storia (riuscitissima) di uno scarto che potrebbe valere oro (ed entrare di diritto nella lista dei SUPER FOOD).

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La bevanda energetica più bevuta al mondo proviene dai semi del frutto. Il (resto del) frutto del caffè, invece, viene scartato. O meglio, veniva scartato finora, perché dal 2012 l'azienda fondata da Dan Belliveau, un ex dipendente di Starbucks, la Global Holdings Inc, produce farina dai frutti di caffè, un prodotto nutriente, senza glutine e sostenibile. L'intuizione di Belliveau, "creare oro dai rifiuti", è praticamente il futuro del mondo eco-sostenibile? Probabile. Come si legge su Reset.org, il caffè che noi conosciamo, in forma liquida, proviene interamente dai semi delle drupe, frutti carnosi grandi come olive ognuno dei quali contiene un nocciolo contenente uno o due semi. Nelle piantagioni di caffè le piante impiegano non meno di tre anni per produrre i frutti. La raccolta viene fatta a mano, i frutti poi vengono messi a essiccare al sole e, in un secondo momento, lavati a macchina, passaggio durante il quale i chicchi vengono separati dalla polpa e fermentati. Il caffè grezzo, infine, viene raccolto in sacchi di iuta per poi essere tostato e macinato.

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Questa lavorazione implica che più della metà del frutto di caffè venga scartato. Fortunatamente da cinque anni l'azienda che ha creato Coffee Flour, la farina di caffè, usa le drupe, considerate un rifiuto, per produrre farina di caffè. Dopo il lavaggio, le seleziona, le asciuga e le macina. Il prodotto che se ne ricava assomiglia al caffè macinato, ma il suo sapore è simile a quello del cioccolato e ha proprietà sorprendenti. Per esempio, contiene più potassio delle banane, più ferro degli spinaci, molte fibre, proteine e antiossidanti, è ipocalorico e privo di glutine. Come si può utilizzare? Per realizzare dolci, gelati, pasta, bevande e salse.

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La farina di caffè, prodotta in Nicaragua, Guatemala, Messico, Vietnam e Hawaii e presto anche in Brasile e Giappone e bene accolta nei mercati di New York e Seattle (dovrebbe arrivare presto anche in Europa), oltre ad avere un impatto economico e sociale importante per le comunità in cui viene creato è, come detto sopra, sostenibile poiché il frutto, una volta eliminato, ora crea un nuovo prodotto. Senza inquinare l’ambiente.

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