«Faccio il cameriere e vi dico le bugie sui piatti perché odio servirvi»

I gastrofighetti convinti che chiunque lavori in un ristorante sia un’amante spasmodico del cibo avranno di che ricredersi.

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Simon Rae on Unsplash

“Sono un non-foodie in un mondo di veri foodie”. Capito food-boner che perdete ore a esaltare analisi gastrochimiche su questo o quell’alimento? C’è anche gente che col cibo ci lavora ma non gliene potrebbe importare di meno da dove proviene, se il manzo è wagyu o se la bieta è a costa rossa, gialla o bianca. Gente che punta alla polarizzazione: cibo sì, cibo no. Stop. È su questa diarchia che si basa il racconto che Darron Cardosa, cameriere in un ristorante, ha fatto a Mic: il suo incubo personale, da persona che si limita a nutrirsi di cibo che gli piace, sono i foodies. Dannati foodies che si fissano sull’indagine della provenienza del cibo, nemmeno fossero i Nas che cercano la tracciabilità degli alimenti. E non appena devono ordinare tendono a stressare i camerieri con domande e precisazioni assurde. Esempio? Il salmone. “Vogliono anche sapere dove è cresciuto, come è stato catturato, come è arrivato al ristorante, con chi era fidanzato e il nome da nubile della madre” scherza Darron, che confessa di sentirsi spesso a disagio in queste situazioni. E cosa risponde? Il mestiere lo ha aiutato a gestire queste situazioni, mette insieme un po’ di parole che impressionano favorevolmente i clienti. “Ma in realtà sto mentendo, io non so davvero se sia così”.

Photo by Vlad Deep on Unsplash

Essere un semplice cameriere senza particolare inclinazione per il cibo in un mondo di Instagram foodie ossessionati da bio, green, veg, sostenibile, km 0 e altre variazioni sul tema può essere parecchio difficile. L’unica via è mentire, fingere di aver assaggiato praticamente tutto il menu e appellarsi alla comodità di tante espressioni che i foodies stessi usano spesso in recensioni, blog e conversazioni: “affumicato su legno di faggio/rovere/quercia”, ad esempio, o anche un evergreen “su letto di”. Altra salvezza del cameriere che spiega un piatto sono i diminutivi che infondono tenerezza (insalatina, lasagnetta, erbette), già utilizzati in larga parte nel menu engineering. Anche “cotto a bassa temperatura”, solitamente, è di per sé escapismo puro. Mentre noi siamo lì a chiedere dettagli su fornitori, marchi di pasta, grani utilizzati nel pane, provenienze, pentole utilizzate e tracciabilità, dobbiamo mettere in conto OPS l’inevitabile: i camerieri dei nostri ristoranti del cuore ci possono trollare liberamente. Perché no, il mondo non è dei foodies come gastrofighetto crede. Esistono persone che non vivono per il cibo, hanno dei gusti diversi e sopratutto non stanno lì a controllare provenienze, terroir e cultivar. Si chiama essenzialità: l’olio è olio, il pane è pane, la carne è carne, poche variazioni specifiche. È semplicemente un modo più semplice di godersi il cibo, senza pretendere di raggiungere vette da papille gustative supersoniche. “Posso ammettere che l’unico modo in cui un antipasto di paté potrebbe arrivare alla mia bocca è se qualcuno mi coprisse gli occhi e mi dicesse che mi sta dando lo spuntì su un cracker?”. Ma poveri camerieri vessati dai fissati che non riescono davvero ad essere meno snob. A volte smettere di fare le pulci ad un piatto, ossessionati dal ricomporre in un puzzle di sicurezze alimentari quello che stiamo mangiando, è il modo migliore per goderselo davvero. Buon cheeseburger + patatine dello zozzone a tutti, per una volta.

Foto di apertura Simon Rae su Unsplash, photo Vlad Deep on Unsplash

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