Il caffè in cialde fa male? Fa bene? Ha cambiato la nostra vita (troppo)?

Perché il piacere più semplice del mondo si sta trasformando in un problema di salute per colpa di quelle piccole, innocue capsule che anche l'inventore sta rinnegando?

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Anne Spratt on Unsplash.com

Siamo nati per soffrire? Forse. Ma sicuramente, anche per godere. E spesso le due cose si combinano in un mix ironico dal quale cerchiamo di uscire fuori con meno impacci possibili (e sorridendo). Il caffè è sempre rientrato solo nella categoria dei piaceri, l’unico senso di colpa lo potevamo avere nei confronti del cuore se, bevendone troppo, lo strapazzavamo un po’. Ora invece ci dobbiamo porre il problema di come assumere la dose di caffeina quotidiana che tutti meritiamo senza fare danni al pianeta. Non è una novità. Ma quando è successo che mettere nel ripostiglio la moka e sostituirla con le cialde è diventato un problema mondiale? Forse dall’anno del boom delle macchine con capsule, circa il 2010. Già da allora qualcuno, profeticamente ha cominciato a porsi delle domande sull’impatto che le capsule hanno sull’ambiente. Sono fatte per lo più di materiali come plastica, o plastica e alluminio combinati. Sono piene di residui di caffè per cui è praticamente impossibile riciclarle. Quell’anno, come racconta The Atlantic, il dubbio se l’è posto in modo più autorevole possibile il giornalista Murray Carpenter del New York Times (che non può vivere senza caffè e sulla faccenda ha scritto anche un bel libro, Caffeineted). Carpenter visitò la Keurig, una grande azienda del Vermont che ha praticamente creato le macchine del caffè a capsule. Il giornalista pose tutti i dubbi del caso, senza risolverli. Risultato dell’inchiesta: invece di scendere, la produzione raddoppiò. Nel 2016 la Keurig ha venduto 9 miliardi di pezzi e ci sono concrete prospettive che il 2018 chiuda ancora meglio, mentre la vendita delle caffettiere comuni, soprattutto quelle per il caffè americano, continuano a scendere. John Sylvan, l’uomo che ha inventato le cialde, dice di essersi pentito perché credeva che sarebbero state usate solo in ufficio, non certo nelle case. Che oggi sono una su tre, negli Stati Uniti (da noi, non molto di meno). Sylvan ha detto a The Atlantic: “Non so perché abbiano riscosso così tanto successo, le macchine del caffè americano non sono mai state complicate da usare. Questo è il corrispettivo della sigaretta per il caffè, un meccanismo di consegna monodose per una sostanza che crea dipendenza”.

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Andrew Spencer su Unsplash

Nel 2012 il brevetto di Sylvan è diventato di pubblico utilizzo ed è iniziata l’invasione di macchine del caffè a capsula della concorrenza. Così loro stessi hanno inventato macchine che funzionano solo con le loro cialde. Poco dopo è uscito su YouTube un filmato anonimo virale (poi rivendicato da Egg Studios), Kill The K-cup, un mochumentary horror ispirato al film Cloverfield in cui il pianeta Terra viene attaccato da alieni che bombardano il pianeta con le cialde, e un mostro composto anche quello da cialde usate distrugge tutto ciò che incontra. Pare che al momento, mettendo in fila le capsule esauste di tutte le discariche del mondo si possa avvolgere la Terra per 12 volte. Keurig si è allora messa nelle mani di Green Mountain, una società che si occupa di sostenibilità del pianeta nel campo del caffè. Qualche tipo di capsule riciclabili è anche venuto fuori. Ammesso che si abbia la pazienza di smontarle e differenziare i pezzi ogni volta (vanificandone il vantaggio principale: la comodità di fare un caffè senza troppe complicazioni). Anche in Italia ci sono stati tentativi di creare capsule compostabili o ricaricabili. Ma secondo Sylvan, la verità è che le capsule caffè ecologiche non lo saranno mai completamente perché il calore che devono affrontare richiede una plastica molto particolare, e forte. Ahi ahi. Allora, cosa dobbiamo fare per non privarci del piacere di un caffè rischiando di contribuire a creare montagne di scarti di cui presto il pianeta ci presenterà il conto?

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Ben Kolde Unsplash

L’articolo di The Atlantic non regala esattamente un’happy ending. Ma si può provare a cercarla. Per prima cosa, in Italia abbiamo tutti una moka. Il caffè fatto con la moka è buono e creativo, e visto che sul lavoro non abbiamo tempo di caricare la “macchinetta”, e la cialda rimane un’ottima soluzione, a casa si può continuare a farlo. Tra l’altro, il caffè fatto con la moka costa circa 10 euro al chilo, quello in capsule arriva a 48 euro al chilo (tutta quella plastica e il processo per metterci dentro il caffè qualcuno deve pur pagarli). Visto che ogni giorno 2 miliardi di tazzine del caffè vengono riempite con una cialda, abbassare un po’ questa cifra non manderà in rovina nessuno. La notizia che consola un po’ è che in realtà, secondo un’indagine di Money, la differenza di impatto ambientale con il caffè normale, soprattutto con quello delle macchine da bar, trova una forma di compensazione. La capsula infatti fa consumare meno acqua e meno caffè perché dosata a puntino. Questo ha comportato persino il paradosso della minore richiesta di caffè all’origine perché c’è meno spreco. E meno prodotto significa meno trasporti, meno gas di scarico, meno lavorazioni. Inoltre, le macchinette a cialde vanno in standby a consumo quasi zero, quando non si usano, mentre pare che quelle del bar restino sempre a pieno regime. Secondo lo stesso articolo, il caffè più ecologico in assoluto è quello solubile. Un po’ d’acqua calda, una cucchiaiata di caffè, e via. Caro espresso, quanto ci costi. Ma ce la faremo mai a rinunciare a te?

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