“Ho smesso di fare colazione al bar tutte le mattine e ho comprato casa”

A colpi di pochi centesimi stiamo prosciugando i nostri conti. E un nuovo temporale di macinato pregiato si abbatterà presto in Italia.

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Un cappuccino scremato freddo con latte di soia” 1,60 euro. “Una spremuta d’arancia, sì ma quella vera, non il succo” 4,50 euro (specie se ordinata ad agosto). “Una brioche vegana con i lamponi” 2,30 euro. “Un caffè ristretto 100% arabica in tazza di vetro” 1,10 euro. Non sono gli scontrini dei turisti cinesi beffati a Piazza San Marco. Sono gli scontrini che si sommano nelle nostre borse abitate da penne mai usate e vizi di gola mattutini. Sono scelte che annientano la domanda: come risparmiare sul caffè? In una ricerca dell’Osservatorio Social Monitoring di Nomisma ripresa dal Sole 24 ore risulta che il 95% degli italiani consuma caffè quotidianamente. Ovviamente anche al bar. E se il buono proposito di settembre (ma reiterato da anni) è comprare casa il primo passo verso il rogito diventa “okay smetto di fare colazione al bar”. Perché quel bar potrebbe diventare lussuoso quanto essere soci alla Soho House. Domanda: oggi spendiamo troppo in caffè? Circa 259 euro all’anno come riportava l’ultima inchiesta del Sole. E da Codacons ai blog di consumo nudo & crudo il tema del possibile aumento dell’Iva sui beni di consumo tocca anzitutto quella tazzina di caffè che fa male. Perché diventerebbe oro nero. Se le aliquote Iva venissero alzate anche di un cicinino (apparente e pesante) dal 10 al’11,50 vorrebbe dire caffè a 91 centesimi cappuccio a 1,22. Minuzie? O minuzie che porrebbero fine al trend imperante del caffè gourmet al bar? Spendiamo troppo per la colazione ogni maledetta mattina e no, non domenica (lì si insinua il lazy day che comprende le briciole tra le lenzuola)? Davvero, come suggeriva/provocava il milionario Tim Gurner sul Guardian, la piaga dei millennials che non possono comprare casa ha le sue origini nei troppi soldi spesi per avocado toast? Fare colazione fuori casa ci ha mandato in bancarotta, nonostante il mercato delle merendine sia rimasto vivo e vegeto (olio di palma sì o no)?

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Partiamo da alcuni (falsi) miti e nuovi metodi di viaggio. In un mondo sempre più Airbnb-centrico e sempre meno hôtellerie-oriented la colazione continentale (appannaggio delle stelle) ha perso la sua patina mitologica, fine dell’all you can eat da buffet. Ora, quando si viaggia, si cercano tanto le architetture nascoste di Frank O. Gehry quanto le pasticcerie storiche o i caffè del futuro. Per esempio a San Francisco ci sono più caffè che ristoranti perché nella città, che con L.A si gioca il titolo di capitale degli homeless, il caffè è un culto facente parte del credo Third Wave Coffee ovvero caffetterie fighette che riprendono le basi delle vecchie torrefazioni di paese. E ai culti di nicchia va fatta un’offerta votiva notevole: un bel 10 dollari di caffè colombiano introvabile + tasse e non ne parliamo più. PS. È anche per questo che San Francisco da cinque anni non si schioda dal primo posto quale città più costosa degli States. Ma le spese matte in caffetteria non toccano solo nuovi luoghi come il Beacon Coffee & Pantry di North Beach o il minimalista Saint Frank i cui aromi coprono Russian Hill. Un altro esempio, un altro atto di fede: lasciare 12 euro per dei ventagli glassati, un espresso (discutibile) e una tavoletta di cioccolata amata dai reali di Spagna alla Duquesita, storica caffetteria di Madrid. Oppure: al bancone di Marchesi in Galleria a Milano (mica nello storico negozio ad angolo dove tutto è nato e rimasto) i millennials estraggono euro su euro dalle loro pochette in nylon Prada. A Noto si va al Caffè di Sicilia a cui Netflix ha dedicato una puntata di Chef’s Table e dove trovare un tavolino per mangiare una delle granite più buone del mondo vi richiede tanto un buon portafoglio quanto una grande pazienza.

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Dunque il trucco per risparmiare soldi è godersi sontuose colazioni in vacanza e privarsi del “solito” al bar tutto il resto dell’anno? I conti quadrerebbero se comprassimo il caffè in cialde invece del caffè espresso da bancone? No, non proprio, si dovrebbe tornare alla vecchia cara moka perché le macchine per il caffè e quindi le cialde, al netto di cambi di aliquote o no, non sono affatto entry price. Eppure quei centesimi in più non sembrano ancora influenzare le nostre scelte. La caffè ossessione o coffee economy lascia dietro di sé chicchi come le palline di mollica di Pollicino: che ci portano direttamente all’apertura di Starbucks a Milano a settembre, previo accordo per la materia prima con il colosso dei colossi Nestlé. Il fondatore di Starbucks, Howard Schultz, ha dichiarato che è stato proprio il rapporto dell'Italia con il caffè l'ispirazione per portare il marchio di Seattle ovunque nel pianeta. L’Italia era però anche la patria del caffè classico al bar di quartiere, senza scremature di sorta, come dire terreno tutt’altro che fertile per le varianti Starbucks. Ora che i consumi e i baristi rivelano ordinazioni assurde/intolleranze/complicazioni di matcha, soia e temperature ambiente anche in Italia si è aperto il business delle ordinazioni infinite? Il gigante di Seattle è riuscito in quello in cui i cari caffè italiani hanno (volutamente) fallito: il famigerato kit take-away, da noi rimasto alla tazzina di ceramica bianca con sopra stagnola precaria. L’effetto è non bevo al bar, ma bevo ovunque un prodotto da bar. Occhio che poi per l'appuntamento in banca con il consulente dei mutui vi chiederanno di lasciare il vostro piano di investimento liquido fuori. Nel cestino.

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