“Il mio mese senza pane è stata una pena ma…”

Usare il pane al posto delle posate. Mangiare pane e vita alla faccia del bon ton da tavola. L'effetto? Riscoprire il cibo più buono del mondo.

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Photo by Paul Hermann on Unsplash

Quando arrivava la ciabatta di pane fresco, lasciata dal panettiere sullo stesso mobile dove veniva recapitata la posta, l’ultimo dei pensieri erano i germi di quella punta di pane croccante lasciata scoperta dalla carta marroncina. Legno di ciliegio, cartoline dai bordi smangiucchiati e punte di pane spolverate dalla farina. L’estate della mia infanzia. Il peccato di gola più economico del mondo. Biblico per dovere. Ed è da lui che ho scelto di ri-iniziare. Per smettere di mangiare il pane. Perché tutto quello che mangio è accompagnato dal pane. Il pane è la mia quarta forchetta. Anzi, la prima. Prima della forchetta: il pane si destreggia tra formaggi cremosi. Prima del coltello: il pane raccoglie meglio il boccone composto da merluzzo & sugo di pomodoro. Prima del cucchiaio: il pane sancisce l’inizio della degustazione del purè. Senza scendere a compromessi con il luoghi comuni sulle abitudini culinarie dell’onorato Meridione (pane e pasta, pasta e pane) prima d'oggi per non rinunciare al pane ho rinunciato al bon-ton da tavola.

Quando ho scelto di smettere di mangiare pane l’ho fatto per due motivi: ho 30 anni e non conosco il sapore del cibo senza il sapore del pane. Per me non c’è boccone che non abbia una variazione di grano in aggiunta. Poi ho smesso di mangiare pane per smettere con le cattive abitudini: usare le forchette secondo l’uso di Munari (compreso comunicare), smettere di giocare con la mollica del pane disseminata per la tovaglia, smettere di rovinarmi l’appetito aggredendo pane. E alla fine, solo alla fine, provare una dieta senza carboidrati coatti, quelli che non sono pasta sana a pranzo ma sono focacce all’aperitivo, grissini pre-cena, aggiunte a tavola facilmente evitabili. I miei commensali mangiano molto meno pane rispetto a me: me ne sono accorta in una cena d’estate dove il cestino è rimasto intonso. Non fosse per le mie incursioni. Pesce alla piastra mangiato in purezza, capperi e olio d’oliva rimasti sui bordi del piatto, in pochi hanno raccolto il tesoro con cuscini di pane. "Ma il pane non lo mangi?" chiedo a Roberto "No, d'estate che voglia hai di mangiare il pane, appesantisce" risponde l'irriconoscente. Ho lasciato lì, a metà, quella michetta. Spazzata via con le ferie d’agosto.

Photo by Masaaki Komori on Unsplash

Al mio rientro in città la vita senza pane è iniziata: pause pranzo sospette con insalate dal sapore di insalata. E due ore dopo un vuoto cronico nel mio stomaco. Quando è arrivata la pre-cena ho puntato al Parmigiano. Classico delle diete che mai mi aveva toccato. Il suo uso nella mia personalissima ri-educazione al pane non è per dimagrire: l’effetto del sbocconcellarlo mi ha dato la stessa sensazione del pane. A cena la sua mancanza è stata un macigno: guacamole portato da quelli che credevo amici, zuppa fredda di cavolo nero e caprino, crocchette di halibut e cicoria. Non toccare il pane. Che è lì al centro della tavola per le persone che lo sanno gestire da adulti. In tutto questo ovvio: il non mangiare lievitati non mi ha fatto lievitare. Il non mangiare pane e crackers mi ha tolto eccessi di sale e mi ha fatto sorseggiare di più acqua... e vino. Perché ogni volta che volevo addentare un sfoglia morbida, rassicurante e lievitata ad arte, ecco, ogni volta toccavo lo stelo del calice. Il pane è anche un tic nervoso?

Photo by Florencia Viadana on Unsplash

Dopo una settimana di tortura ho visto il pane carasau. Ho pensato che quella lastra arida di farina non mi avrebbe fatto cadere in tentazione. Non è nulla, non ha mollica, non sa di albe tirate a impastare il cibo più santificato del mondo. Poi ho guardato Nadia spargerci sopra olio d’oliva e un pizzico di rosmarino. L’ha fatto mentre parlava tra noi, con nonchalance, l’ha addentato, con un croc importante. Guardavo solo la sua bocca masticare mentre il mio stomaco iniziava la Sonata per anime vuote. Ho cercato conforto nelle alghe croccanti. L’effetto scronch era altamente insoddisfacente. E, peggio, il sapore mi ha fatto solo ordinare un altro calice di Ribolla. Dopo un mese tondo tondo il non mangiare pane come condimento di vita ha reso inutili i miei esercizi per gambe toniche e animo molle. Mi ha asciugato le guance e anche l’umore. Ho scoperto il sapore dell’uovo all’occhio di bue. Che così in purezza non mi piace. Peggio: lascia spazio a quella spiacevole patina filamentosa trasparente. Ho bramato bocconcini di pane alle noci con marmellate di fichi per mattini felici. Ho anelato crostoni scottati dal forno con acciughe tra lenzuola di stracciatella. Ho avuto fame. E ho usato più cucchiai di quanti ne abbia mai usati da poppante. Sono dimagrita non mangiando pane e vita. Lo rifarei? Mai. Ho imparato a gestire il mio amore per il pane, dalle portate ai tempi d’attesa tra una e l’altra. Lo rifarei? Sì perché ho imparato ad amare meglio quel tempio di vita chiamato PANE.

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