La storia delle assaggiatrici di Hitler è un romanzo da far leggere a scuola

La storia delle donne che per anni hanno salvato la vita al Führer è un lungo ritratto femminile creato da Rosella Postorino (in odore di Premio Campiello?).

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Getty Images

Qual è il confine tra il dovere e il piacere, tra la necessità di salvarsi e il sapere che, in realtà, quello che si sta facendo in un preciso momento storico, può aiutare solo una persona decisa a farne morire milioni? Nella Germania del 1943 un gruppo di donne tedesche fu arruolato per assaggiare i piatti di Hitler, un aspetto della storia del nazismo semi-sconosciuto, almeno in Italia, fino a quando, quattro anni fa, la scrittrice e editor Rosella Postorino, leggendo un trafiletto di giornale, non si è imbattuta in Margot Wölk, l’unica sopravvissuta del gruppo. Quello che ne è venuto fuori è un romanzo, Le assaggiatrici (Feltrinelli), in vetta alle classifiche dei libri più venduti da mesi e probabile vincitore Premio Campiello 2018 che verrà assegnato a Venezia in diretta dal Teatro La Fenice.

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Hulton Archive

“Hitler era terrorizzato dal poter essere avvelenato dagli inglesi, lo sapevano tutti, ed è per questo che aveva quindici ragazze che assaggiavano il cibo prima di lui”, ha ricordato la Wölk in un’intervista rilasciata poco prima di morire ad una tv tedesca. “Per due anni e mezzo abbiamo vissuto con la paura di morire, ma dovevamo mangiare. Hitler era vegetariano e mangiava le verdure migliori, servite con pasta o riso, dei piatti molto buoni, ma per noi il cibo era legato alla paura”. Quella paura si respira in ogni pagina del libro della Postorino, che non cita la Wölk (non è mai riuscita ad incontrarla), scegliendo Rosa Sauer come protagonista, una ragazza ventiseienne di Berlino costretta a spostarsi a Gross-Partsch, nella Prussia Orientale. Ci viene fatta conoscere al suo arrivo nella casa dei suoceri senza il marito, impegnato sul fronte russo: ha appena fatto cinquanta ore di viaggio e percorso settecento chilometri, ma per un eventuale e necessario riposo non c'è tempo. Due uomini in divisa grigioverde irrompono in quell’abitazione che non ha ancora avuto modo di conoscere per dirle che il Führer ha bisogno di lei.

Courtesy Photo Feltrinelli
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Diventa così un’assaggiatrice, una delle donne (nel romanzo sono dieci) che ogni mattina, a pranzo e poi a cena, dovrà provare i piatti che escono dalle cucine per scongiurare ogni possibile tentativo di avvelenamento. Lei come le altre, sono “zolle che galleggiano e collidono, che scorrono l'una accanto all'altra o si allontanano". La fame si fa sentire già alle undici, ma quel buco nello stomaco non dipende né dall'aria di campagna, né dal viaggio fatto sul pulmino, ma solo ed esclusivamente dalla paura che diventa ogni volta più grande, soprattutto durante quel tempo "opaco e smisurato" della loro digestione, quando ormai i loro corpi hanno assorbito il cibo del Führer. Ogni volta, lui è salvo e loro – subito dopo - hanno di nuovo fame e così nei giorni successivi, innescando una roulette russa senza fine dove i sensi di colpa e il terrore hanno la meglio su tutto il resto. Mangiano per non far morire, ma rischiano però di morire a loro volta, "una morte in sordina, fuori scena", "una morte da topi, non certo da eroi". Rosa come Margot nella realtà, vive su di sé ogni giorno la tensione e la colpa di quel test letale fino all’attentato subito nel 1944 da Hitler a opera dei suoi stessi generali, quando le SS costrinsero tutte le donne a trasferirsi nella caserma predisposta agli assaggi rimanendoci per pochi mesi, prima di riuscire a fuggire sul treno di Goebbels.

Getty ImagesBettmann
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Il cibo è al centro di questa storia, ne è a suo modo il protagonista, fa parte delle vite di quelle donne che in una Germania ridotta alla fame, erano costrette a mangiare piatti succulenti e gustosi solo ed esclusivamente per salvare un uomo che in fondo “non era disgustoso, era umano. Adolf Hitler era un essere umano che digeriva”. Col tempo, le fa dire la Postorino, “il sospetto verso il cibo si affievolì, come con un corteggiatore cui concedi sempre più confidenza”, e “noi ancelle pasteggiavamo ormai con avidità ma il peso sullo stomaco sembrava un peso sul cuore”. Da un lato, quindi, la necessità di sopravvivere collaborando con il regime, dall’altro il forte e giornaliero senso di colpa, ma - come ricorda Rosa, una marginale, una che la Storia ha tradito irrompendo nella sua vita con forza, passandole sulla pelle - “la capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana”. Il romanzo non racconta che Margot Wölk e le sue compagne vennero catturate dai russi e che lei stessa fu violentata per quattordici giorni. A causa di quell’orrore, non poté avere figli e quando il marito tornò a casa nel 1946, dopo essere stato tenuto prigioniero in un campo di guerra sovietico, le terribili esperienze patite da entrambi finirono inevitabilmente per separarli. Morto Karl, Margot continuò a vivere da sola e con i suoi fantasmi fino alla sua morte, avvenuta pochi mesi fa, “perché quell’incubo non va mai via”. La Postorino è riuscita a raccontare con discrezione quella storia romanzandola, si è addentrata nell’ambiguità delle pulsioni e delle relazioni umane rispettando il dolore fino a chiedersi – e a far provare al lettore - cosa significhi sopravvivere e sentirsi vivi, nonostante tutto.

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